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Reportage: viaggio alle isole Cocos parte II

tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: REPORTAGE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Isla de Cocos, immersioni

 

Cocos
Dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’Umanità nel 1997, l’isola di Cocos era già stata dichiarata Parco Nazionale dal Governo del Costa Rica. La biodiversità presente sull’isola disabitata più grande del mondo è preziosa ed unica. Sull’isola di Cocos sono state identificate 250 specie di piante della quali 70 endemiche, più di 350 specie di insetti (circa 60 endemici), oltre 85 specie di uccelli dei quali tre endemici: il pigliamosche di Cocos, il cuculo di Cocos e il fringuello di Cocos. All’isola di Cocos si recano soprattutto subacquei. L’isola infatti è soprannominata anche Shark Island perché nelle sue acque è possibile incontrare grandi banchi di squali martello, squali tigre, squali pinna bianca, squali delle Galapagos e, per i più fortunati, anche l’immenso squalo balena.

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un mare di aragoste – photo credit Francesco Cinelli

Ma oltre agli squali, durante le immersioni intorno all’isola è possibile avvistare testuggini, pesci pappagallo, mante, delfini ed oltre 200 specie di pesci tropicali. L’accoglienza a bordo fu molto calorosa e subito fu imbandita una cena in nostro onore. Avevamo tutta la barca a nostra disposizione. La barca era stata progettata, oltre che per la navigazione oceanica, anche a prova di turista statunitense tanta era l’abbondanza di cibo e di bevande e di stuzzichini e di qualsiasi altra cosa uno desiderasse. Un enorme frigorifero faceva bella mostra nel salone. Ancora frastornati per il viaggio, dopo aver conosciuto l’equipaggio e il comandante e, soprattutto, le guide che ci avrebbero seguito nelle immersioni, un bel sonno in una cabina a due posti non ce l’avrebbe levato nessuno. Ci aspettavano ancora un giorno e due notti di viaggio e, alle prime luci del secondo giorno, la nave si ancorò di fronte ad un isolotto, separato dall’isola più grande da uno strettissimo canale.

Il mare si era mantenuto tranquillo e il sole faceva già capolino all’orizzonte. Ci accolse il pigolare di migliaia di pulcini di Sula che erano appena nati e le grida di decine di altri uccelli tra cui, gabbiani, fregate, pellicani e tanti altri. Avevamo a qualche decina di metri, a prua della barca, una parete a picco e, a qualche centinaio di metri, l’isola maggiore, coperta da una folta vegetazione. Il suo paesaggio montano e aspro si erge verso il cielo, ed è, quasi sempre, incappucciata di nubi. In lontananza scorgevamo anche una lussureggiante e fitta foresta tropicale, solcata da una serie di cascate di acqua. Tutto questo spettacolo ci avrebbe dovuto già allarmare. Siccome avevamo letto che sull’isola non ci sono sorgenti perenni e la vegetazione è così rigogliosa e ci sono tutte quelle cascate, da dove veniva tutta quell’acqua? Lo imparammo a nostre spese i giorni successivi. Gli unici giorni senza pioggia furono il giorno di arrivo e quello della partenza.

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photo credit Francesco Cinelli

Durante i sette giorni di permanenza a Cocos, non fece che piovere! Ma intanto eravamo arrivati e, messe in mare le due imbarcazioni appoggio, dopo una lauta colazione, eravamo pronti per la prima immersione. Fummo divisi in due gruppi, sempre in competizione continua. Una volta rientrati dopo la seconda immersione e sistemate le attrezzature si continuava nei nostri racconti a colpi di foto e di filmati. Dopo cena briefing per il giorno dopo.

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ci si prepara per l’immersione – photo credit Francesco Cinelli

Dove andiamo domani?
Su una bella lavagna appesa al muro venivano riportati i luoghi d’immersione già fatti e quelli previsti per il giorno successivo. Ma, date le cattive condizioni meteo, rimanevano solo tre o quattro punti, rispetto alla quindicina che ci mostrava la cartina, che potevano essere raggiunti in condizioni ottimali.

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sulla Sea Hunter – photo credit Francesco Cinelli

È vero, ma con questo mare neanche a parlarne. Roca Sucia per ora è il solo posto dove possiamo immergerci”. Così disse perentorio Miguel, la nostra guida subacquea. “Al massimo distanziamo i due gruppi di mezz’ora, ma niente di più”. Anzi, sarà meglio mettere nella tasca del GAV il trasmettitore satellitare. Così se qualcuno di voi si perde, com’è successo a due americani la volta scorsa, riusciamo a recuperarvi prima di qualche squalo martello. Era davvero una bella prospettiva, non c’è che dire. Non vi nascondo che tutti noi avevamo un po’ di timore. Acque agitate e torbide, pioggia battente. Ci guardavamo in faccia muti come i pesci che avremmo incontrato di lì a poco. Ad un tratto uno scoglio scuro e battuto dalla risacca si parò di fronte. Era la famosa Roca Sucia, Chiamata così, “Roccia Sudicia”, per le tracce di migliaia di deiezioni che tutti gli uccelli dell’isola vi avevano depositato nel corso degli anni. Tutti pronti, una rapida accostata e giù a capofitto dietro a Miguel in un turbinio di bolle.

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photo credit Francesco Cinelli

Scendevamo lungo una parete quasi verticale fino a toccare il fondo. Guardai il computer: ci eravamo fermati a circa 40 metri. In realtà l’acqua non era poi così torbida. Anzi ci offriva una visibilità di oltre 20 metri. Miguel, una volta controllato che ci fossimo tutti, ci fece cenno di disporci lungo una specie di balconata che guardava vero il largo. Ci fece cenno di fare attenzione a quello che avremmo visto di lì a poco. A bordo, prima di scendere ci aveva avvertito che avremmo visto almeno due o tre squali martello, “ma di quelli grossi!” ebbe a precisare “perché vi porterò ad una stazione di pulizia”.

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photo credit Francesco Cinelli

La cosa strana fu che di lì a poco vedemmo un gruppetto di pesci farfalla, del tutto simili ai tanti che avevamo visti in Mar Rosso o alle Maldive, staccarsi dalla parte e mantenersi a qualche metro di distanza da noi. Tutto avremmo potuto immaginare fuorché quello che vedemmo. Dal blu spuntò uno squalo martello di almeno 5 metri. Si fermò in assetto costante di fronte al gruppo dei pesciolini che si precipitarono verso di lui e cominciarono con l’opera di pulizia che, negli altri mari tropicali è demandata ai veri pesci pulitori. Cioè a quei Labridi cui Madre Natura aveva dato questo strano compito. Qui invece, in mancanza degli addetti alla pulizia, i pesci farfalla, che normalmente si nutrono di polipi dei coralli, si erano inventati un nuovo mestiere.

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carangidi – photo credit Francesco Cinelli

Dopo qualche minuto di toeletta, lo squalo martello dette una bella scodata e si allontanò, senza neppure un cenno di ringraziamento, verso il largo. Mentre noi, sempre più sbalorditi non credevamo ai nostri occhi. Ma non era finita qui. Subito dopo eccoti il nuovo cliente, anche questo di più di cinque metri a pretendere la pulizia. Intanto la nostra miscela di aria e ossigeno si stava esaurendo. Un rapido cenno e cominciò la lenta risalita. Tutti in cerchio finimmo in un branco di carangidi che si misero lentamente ad avvolgerci come un drappo d’argento. La barca era sopra di noi e risalimmo ancora sbalorditi e felici. La prima era andata benissimo, e non furono da meno tutte le immersioni dei giorni successivi. Straordinaria la notturna sotto la barca, con decine e decine di squali pinna bianca che ci sfrecciavano tra i piedi eccitati dalla luce delle nostre lampade.

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Ogcocephalus darwini o pesce dalle labbra rosse – photo credit Francesco Cinelli

Non ultimo  l’incontro con il più strano pesce che mi sia capitato di vedere: il raro Ogcocephalus darwini o pesce dalle labbra rosse. Senza parlare di tutte le altre creature che in quel paradiso subacqueo avemmo modo d’incontrare. Avevamo trovato il nostro tesoro.

Francesco Cinelli

 

 

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