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Reportage: viaggio alle isole Cocos parte I

tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: REPORTAGE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Isla de Cocos, immersioni
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Nell’angolo più a nord-est della baia di Wafer, in una piccola grotta ai piedi della rupe a tre punte, duecento piedi dietro della linea di marea”. Così era scritto su una delle tante mappe del tesoro che August Gissler, alla fine del 1800, aveva comprato nelle bettole della costa americana antistante. Chi era questo signore? Nient’altro che un tedesco che, invece di diventare un direttore di cartiera, preferì diventare marinaio e giungere all’isola del Cocco per cercare, inutilmente, i tanti tesori che la leggenda voleva che fossero sepolti laggiù. L’isola, lontana più di 550 miglia dalla più vicina terraferma, era creduta il rifugio dei tanti pirati che avevano infestato quelle acque e che, nell’isola, fossero sepolti i tesori di Benito Bonito o quelli di Edward Davis o, addirittura, il tesoro di Lima, una statua a grandezza naturale della Madonna con in braccio Gesù in oro massiccio e pietre preziose. Lui e sei famiglie tedesche decisero di stabilirvisi e dare origine alla Cocos Plantation Company che produsse caffè, tabacco e canna da zucchero. Ma l’attività diuturna era quella di scavare per trovare i tesori nascosti, ed alla fine, neanche un doblone! Gissler rimase solo con la moglie. Gli altri, delusi, se ne erano già andati ed anche loro, nel 1905, lasciarono per sempre l’isola del tesoro. Il magro bottino fu costituito da trenta ducati d’oro ed un guanto dorato. Le sue ultime parole a New York, nel 1935 furono ” Sono certo che sull’isola ci siano grandi tesori. Ma ci vorrà tempo e denaro per trovarli. Se fossi ancora giovane, ricomincerei daccapo”.

Alla ricerca dei tesori di Cocos
Per me e la mia allegra compagnia di subacquei bolognesi l’isola di Cocos era una delle mete più ambite a cui un subacqueo più o meno attempato e giramondo avesse mai potuto aspirare. Alla partenza ci si mise di mezzo la grande eruzione del vulcano Eyjafjöll.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è GEOLOGIA-VULCANO-Eyjafjoll-ISLANDA-Fimmvorduhals_2010_03_27_dawn-1024x682.jpg

L’eruzione del vulcano Eyjafjöll (Islanda) del 27 marzo 2010 – autore Boaworm – File:Fimmvorduhals 2010 03 27 dawn.jpg – Wikimedia Commons

Questo piccolo vulcano si trova nella lontana Islanda. Per di più è coperto dal ghiacciaio Eyjafjallajökull, uno dei più piccoli e impronunciabili ghiacciai dell’Islanda. Si trova a nord di Skógar ed a ovest del più grande ghiacciaio di Mýrdalsjökull. La “crosta” di ghiaccio ricopre il vulcano Eyjafjöll, alto 1666 metri, attivo dall’era glaciale. Nonostante ciò, la mattina di un giorno dell’aprile 2010 ci trovammo, armi e bagagli, all’aeroporto “Marconi di Bologna” per spiccare il volo per Madrid e, da qui, a S. José di Costa Rica da dove avremmo trovato, fatti pochi chilometri verso ovest, un comodo imbarco sulla Sea Hunter, una delle poche barche abilitate a trasportare subacquei all’isola di Cocos. Ma mal ce ne incolse. Quel disgraziato di un vulcano aveva ricominciato ad eruttare nuvole di fumo e di ceneri che si erano andate disperdendo sopra i cieli di quasi tutta l’Europa e, al momento dell’imbarco, l’aeroporto di Bologna, come molti degli aeroporti europei, fu chiuso. Il volo da Madrid per S. José, per fortuna, era previsto a mezzogiorno del giorno dopo e l’aeroporto di Madrid era rimasto aperto. Dopo un rapido consulto ed un paio di telefonate, mezz’ora dopo eravamo seduti comodamente su un pullman all’uopo noleggiato che ci avrebbe portato, via terra, fino a Madrid. Giungemmo all’aeroporto di Madrid Barajas la mattina dopo verso le otto. Stanchi ma felici di avercela fatta, senza aver dormito praticamente mai.

Andammo al banco accettazione, facemmo check-in e poi una rapida corsa al bar per rifocillarci. La partenza fu in perfetto orario come l’arrivo a S. José verso le cinque del pomeriggio. Il fuso orario era dalla nostra parte e, anche se fummo accolti da una pioggia torrenziale calda e di breve durata, arrivammo in albergo dimentichi delle peripezie subite a causa di quel impronunciabile stramaledetto vulcano islandese. Eravamo in Costa Rica e ci attendevano, in ordine cronologico: una bella doccia, una cena come si deve ed un buon sonno riparatore.

Il primo pomeriggio del giorno dopo, un altro pullman ci caricò e ci condusse fino a Puntarenas, l’unico porto da cui partano le imbarcazioni dirette all’Isola di Cocos. Qui dovemmo traghettare su una specie di zattera che ci portò, ormai quasi all’imbrunire, a fianco della Sea Hunter, una bella imbarcazione di quasi 35 metri di lunghezza, con otto cabine di varie dimensioni e due imbarcazioni ausiliarie di oltre 12 metri, ognuna dotata di due motori fuoribordo che ci avrebbero portato nei punti d’immersione.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è DSC01060-1024x768.jpg

la Sea Hunter – photo credit Francesco Cinelli

A suo interno un salone ampio e confortevole ed una zona per le attrezzature subacquee a poppa, dotata di una miriade di prese di corrente per la ricarica delle batterie dei flash, delle macchine fotografiche o delle telecamere. Eravamo pronti per la nostra caccia ai tesori sommersi di Cocos.

Fine I parte – continua

Francesco Cinelli

 

in anteprima NASA astronaut image of Cocos (Keeling) Islands (Territory of Australia) in the Indian Ocean – Public domain – Search media – Wikimedia Commons

 

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