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Biodiversità e pressione antropica

tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: BIOLOGIA E ECOLOGIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: biodiversità, impatto antropico

Biodiversità
La diversità biologica, o biodiversità, rappresenta uno dei più importanti concetti ecologici ed è giustamente considerato uno degli obiettivi più importanti nella conservazione e protezione ambientale. Nonostante che il termine “biodiversità” sia oggi divenuto estremamente familiare per chiunque, esso rappresenta un concetto complesso, difficilmente valutabile anche per gli specialisti. Infatti, la diversità biologica non esprime solo la variabilità di geni e/o specie in un determinato ambiente, ma tutta una serie di aspetti che contribuiscono alla qualità ecologica degli ecosistemi.

L’alga rossa Chrysymenia ventricosa da L’ambiente marino mediterraneo – La biodiversità degli ecosistemi marini costieri di Luigi Piazzi

La Convenzione di Rio de Janeiro (1992) ha definito la biodiversità come “la variabilità tra organismi viventi e i complessi ecologici di cui questi fanno parte.” La biodiversità comprende quindi differenti livelli di organizzazione, dalla varietà genetica tra individui e popolazioni, alla diversità di specie, di popolamenti, di habitat, di paesaggi e di regioni biogeografiche. Da un punto di vista ecologico, la biodiversità viene normalmente considerata come il numero di specie che condividono una determinata area. In realtà il solo numero di specie non è sufficiente a descrivere i pattern di diversità, in quanto il numero di individui per specie può essere altamente variabile; occorre quindi considerare sia il numero di specie presenti che la distribuzione degli individui tra le specie.

È importante anche definire la scala spaziale a cui ci si riferisce, in quanto si può misurare la diversità di un singolo campione, di un determinato habitat, di un’area comprendente più habitat o di una regione biogeografica. Inoltre la diversità di un habitat o di un ecosistema può essere definita a livello funzionale, prendendo in considerazione gli aspetti funzionali degli organismi presenti, come i differenti comportamenti alimentari, le forme di crescita, le caratteristiche morfologiche o le dimensioni. Da un punto di vista trofico, ad esempio, in un ecosistema in equilibrio dovrebbero essere presenti nelle giuste proporzioni produttori primari, erbivori, carnivori o decompositori; la riduzione o perdita di uno di questi livelli, come spesso si ha con la eliminazione dei grandi predatori in aree sovra sfruttate, può comportare squilibri per il funzionamento di tutto il sistema. Infine, da un punto di vista paesaggistico, il concetto di biodiversità può prendere in considerazione la variabilità esistente tra differenti habitat all’interno di una determinata area o, a scala più grande, il mosaico di habitat che caratterizza un sistema ecologico.

Pressione antropica e minacce all’ambiente marino costiero
Le coste marine rappresentano uno degli ambienti più utilizzati dall’uomo; è stato stimato che circa il 70% della popolazione mondiale si concentra lungo le coste e in queste aree si sviluppa la maggior parte delle attività produttive. Per tale motivo gli ecosistemi marini costieri sono stati ovunque fortemente alterati ed è sempre più difficile trovare ambienti caratterizzati da un’elevata naturalità.

Tra le principali minacce agli ecosistemi costieri collegate alle attività umane possiamo considerare la perdita degli habitat, i cambiamenti climatici, il sovra sfruttamento delle risorse, l’inquinamento, l’introduzione di specie e l’incremento di sedimenti fini. Queste alterazioni sono spesso correlate tra loro, e le interazioni sinergiche che si vengono a creare tra differenti alterazioni ambientali possono condurre a conseguenze gravi e difficilmente prevedibili.

Distruzione degli habitat
La perdita di habitat rappresenta forse la maggiore minaccia per la biodiversità. Lo sfruttamento delle coste per fini diversi ha portato in molte aree alla scomparsa della maggior parte degli habitat costieri. Anche dove la situazione non sembra particolarmente critica, spesso gli habitat appaiono frammentati o così profondamente alterati da aver perso buona parte delle loro caratteristiche peculiari. La perdita di habitat è particolarmente drammatica perché difficilmente reversibile; infatti, mentre si può ridurre la concentrazione delle sostanze inquinanti o ricostituire gli stock ittici diminuendo lo sforzo di pesca, una volta che un habitat è scomparso diviene pressoché impossibile ripristinare le condizioni ambientali originarie. Se vogliamo mantenere gli ambienti nelle loro condizioni di naturalità l’unico strumento veramente efficace è la prevenzione: occorre evitare qualsiasi azione che provochi modificazioni radicali degli ecosistemi costieri e, laddove ciò si verifichi, agire prima che la situazione divenga irreversibile.

Sovra sfruttamento risorse ittiche (overfishing)
Una cattiva gestione delle risorse ha portato in molte aree del pianeta a fenomeni di sovra sfruttamento, con conseguenti diminuzione degli stock ittici e delle taglie degli organismi.

Anche se in ambiente marino sono poche le specie in pericolo di estinzione, l’eccessivo sfruttamento, andando a colpire alcune specie in particolare, può causare profonde modificazioni nella struttura dei popolamenti. Inoltre la pesca con sistemi distruttivi e non selettivi, come le reti a strascico, va ad incidere sulle popolazioni giovanili e contribuisce alla distruzione o comunque a profonde modificazioni degli habitat bentonici.

Inquinamento
Con il termine “inquinamento” si intende l’introduzione nell’ambiente di sostanze estranee. Nelle acque marine costiere, gli inquinanti possono arrivare perché scaricati direttamente in mare ma anche veicolati dai fiumi, quindi sversati nell’ambiente molti chilometri di distanza dal mare stesso. Oltre agli scarichi urbani e industriali, anche il traffico marittimo rappresenta una importante causa di dispersione in mare di sostanze pericolose; infatti, gli inquinanti sversati più o meno accidentalmente dalle imbarcazioni possono essere trasportati dalle correnti verso i continenti e le isole e contribuire al degrado degli ecosistemi costieri. Questo pericolo è ancora più preoccupante in relazione all’elevata quantità di traffico marittimo che si svolge in Mediterraneo. È quindi particolarmente importante sviluppare un’adeguata prevenzione per impedire che si verifichino emergenze ambientali con ripercussioni difficilmente mitigabili. Gli inquinanti possono essere biodegradabili, cioè possono venire metabolizzati dagli organismi, oppure non biodegradabili. Nella prima categoria rientrano le sostanze organiche derivanti dai reflui urbani o agricoli; la loro degradazione ad opera dei batteri porta all’ottenimento di sali di azoto e fosforo, i cosiddetti nutrienti, elementi indispensabili per lo sviluppo degli organismi vegetali.

Una quantità elevata di nutrienti può incrementare la produzione primaria, favorendo così anche gli altri livelli trofici delle catene alimentari marine. Se però la produzione diviene troppo elevata, i consumatori non possono smaltire tutto il materiale prodotto, che si accumula e viene poi decomposto con conseguente consumo di ossigeno.

Si può arrivare ad una situazione cosiddetta di “eutrofizzazione” dove si registra un abbassamento della concentrazione di ossigeno disciolto, la scomparsa di organismi sensibili e la proliferazione di organismi tolleranti. Gli inquinanti non biodegradabili, a cui appartengono molte sostanze di sintesi, come i cloro-derivati, i metalli pesanti e i radionuclidi, non vengono metabolizzati; una volta assunti dagli organismi si accumulano nei tessuti venendo trasferiti lungo le catene alimentari dalle prede ai predatori. È in questi ultimi che si raggiungono le concentrazioni più alte che possono causare intossicazioni e morie.

Sedimentazione
L’incremento di sedimentazione è un fenomeno che da qualche anno sta interessando in modo preoccupante tutti i mari del mondo, Mar Mediterraneo incluso. Un utilizzo sbagliato del suolo nelle attività agricole, l’eccessivo disboscamento, interventi sul greto dei fiumi e la realizzazione di opere a mare hanno portato negli ultimi decenni ad un forte incremento della quantità di sedimenti fini nelle acque costiere.
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moria di una barriera corallina ricoperta da sedimenti dispersi dall’Uomo, 2012 – photo credit andrea mucedola

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Depositandosi sul fondo, i sedimenti modificano la normale composizione dei fondali e coprono gli organismi bentonici. I più sensibili, in particolar modo gli animali filtratori, possono essere seriamente danneggiati fino a scomparire completamente. Inoltre, i sedimenti risospesi dalle mareggiate diminuiscono la penetrazione della luce, inibendo il processo fotosintetico e causando la conseguente scomparsa degli organismi vegetali negli strati più profondi del sistema litorale.
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Luigi Piazzi

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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