Brindisi romana

Gianfranco Perri

2 Novembre 2025
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: I SECOLO 
AREA: BRINDISI
parole chiave: Brindisi

Anche se é abbastanza naturale e comunque spiegabile che non siano pervenuti documenti che descrivano come fosse la città di Brindisi nelle sue lontanissime origini e negli anni della sua protostoria e anche della sua storia pre-romana, é invece un vero peccato che tra i tanti romani colti, letterati, filosofi, politici, storici, etc., non fosse diffusa la consuetudine di raccontare per scritto i luoghi e le città visitate e conosciute.

Strabone, incisione di fantasia del XVI secolo André Thevet – dal libro di André Thevet, Les vrais pourtraits et vies des hommes illustres, chapter 35, page 76 , 1584 – Wikipedia

Solamente il grande Strabone, da geografo sui generis quale fu in quanto anche storico, ha lasciato una documentazione importante, veramente eccezionale e valorosissima, l’unica appunto relativamente estesa che sia disponibile sui tempi della Brundusium romana, anche se la stessa purtroppo non comprende una vera e propria descrizione fisica della città, ma solo una sua descrizione geografica, tra l´altro essenzialmente riferita al porto. Infatti, nonostante a Brindisi furono in tanti e famosissimi i cittadini romani che vi transitarono e che anche vi sostarono durante periodi prolungati, basti tra tutti pensare a Cicerone, Orazio e Virgilio, nessuno di loro ha lasciato una chiara descrizione, neanche parziale, della Brundusium che conobbero e che vissero.

Né d’altra parte lo fece nessuno degli illustri e pur letterati cittadini di Brundusium, quali tra tanti altri Marco Pacuvio, Lucio Ramnio e Lenio Flacco: sarebbe stato interessantissimo, ed invece la più dettagliata descrizione fisica della quale si dispone su quella che fu la romana Brundisium, molto probabilmente altra non é che quella scritta dal letterato e pittore francese Antoine Laurent Castellan, il quale visitó Brindisi nel 1797 e, descrivendola nelle “Lettres sur l’Italie” pubblicate nel 1819, raccontó anche di siti e resti romani ancora identificabili ai suoi tempi e poi definitivamente scomparsi senza aver lasciato traccia alcuna. E ad un altro illustre visitante di fine settecento a Brindisi, il barone tedesco Johann Hermann von Riedesel, si deve aver raccontato nel suo “Viaggio attraverso la Sicilia e la Magna Grecia” pubblicato nel 1771, dell´origine nella Brundusium romana del «fare un Brindisi», di quell´augurio cioè che accompagnato al gesto dell´alzata dei calici, era destinato a diventare il più famoso ed utilizzato al mondo.

Ai tempi della grande Roma, essendo Atene il massimo centro culturale del mondo, culla di personaggi come Ippocrate, Pitagora e così via, i rampolli romani più privilegiati si recavano in Grecia per acculturarsi, e naturalmente lo facevano partendo dal porto di Brindisi. Sorse così l’abitudine di recitare, all’accomiatarsi tra parenti e amici con un buon bicchiere di vino locale, il seguente augurio: «possano gli dei propizi farci rincontrare a Brindisi». L’uso di formulare tale augurio si estese in seguito ai momenti del commiato tra parenti ed amici d´altre città di mare, con il dire «facciamo come a Brindisi» e poi nel tempo si estese a mó di buon augurio in generale e di festeggiamento, con il piú comune dire «facciamo un brindisi».

E prima di passare a raccontare la “Brindisi raccontata” dai viaggiatori susseguitisi nel tempo a partire dall´epoca romana, una sola eccezione: un frammento brevissimo dal racconto, non di un visitante, ma di un brindisino doc, di certo tra i più illustri di questa città: “Ove il mare Adriatico bagnando l`estrema parte d`Italia, si distende entro la penisola, che Japigia dagli antichi si nominava, quivi è formato dalla natura il porto di Brindisi: porto il piú celebre che immaginar si possa in tutta l`antichità, e che racchiudendo in se stesso più porti, oltremodo si rese rinomato né tempi della Roma repubblicana…” – Annibale De Leo, 1846.

Lucio Strabone, vissuto tra il 60 a.C. e il 23 d.C., fu tra i piú importanti geografi dell’antichità, fu anche storico e perciò le sue opere geografiche sono densamente complementate da valorosissime considerazioni storiche. Di origini greche e vissuto in età augustea, Strabone fu autore, intorno all’anno zero, della “Geographia” in ben 17 libri. E nel Libro Sesto del Tomo I dedicato all’Italia meridionale, a proposito di Brindisi, tra molte altre cose scrisse: «…Nella Japigia, che i Greci chiamavano e chiamano Messapia, adesso si distingue la Calabria, che oltre al territorio dei Messapi comprende, intorno al promontorio Japygium, il settore dei Salentini. A nord di queste genti, abitano le popolazioni chiamate in greco Peucezi e Dauni, ma che ora si chiamano Apulii, così come tutta la regione sopra la Calabria si chiama Apulia

La Regio II di Augusto: “Apulia et Calabria” … Il sito del porto insieme alla stessa città di Brundusium da l’aspetto precisamente della testa di un cervo, dal quale anche il nome, che nella lingua dei Messapi si dice Brentesion. « La terra brindisina è più ricca di quella tarentina; è sì magra, ma molto produttiva, ed il miele e la lana sono fra i suoi prodotti più celebrati. E il porto é assai più comodo per i molti seni che s’incontrano in una medesima bocca, e tutti sicuri dalle tempeste, laddove quello tarantino essendo molto più ampio ed esteso, ha le sue acque sempre esposte alle agitazioni dei venti, oltre il pericolo di alcuni sassi nascosti sotto le onde. … Due vie collegano Brundusium a Roma: una a man diritta per i Peucezi, i Dauni e i Sanniti; l´altra, l´Appia, carrozzabile a man sinistra, che tirando per Oria, piega sino a Taranto, e s´indirizza per Venosa, e poi ambedue vie si uniscono a Benevento…».

La Calabria romana accorpò la Messapia di Brindisi e la Sallenzia di Taranto. Il porto di Brindisi, la messapica Brunda, poi in latino Brundusium, fu dai Romani subito considerato di facile passaggio dall´Italia alla Grecia e dalla Grecia all´Italia. Lo storiografo romano repubblicano Tito Livio, vissuto tra il 19 a.C. e il 57 d.C., che annoveró Brundusium tra le diciotto colonie che aiutarono la Repubblica romana con soldati e navi nel tempo che guerreggiava con Annibale in Italia. Livio assicurava che il console Paolo Emilio in otto ore con la sua flotta da Brindisi giunse a Corfù, con il console Servio Sulpizio Galba,

Oltre che per il porto, Brundusium fu decantata dai Romani per la fertilità della campagna e anche per la pescosità delle sue acque. Lo stesso Strabone attestava che l´agro brindisino, nonostante la terra fosse leggera, era certamente migliore del tarantino, mentre lo scrittore romano contemporaneo di Strabone, Gaio Plinio, detto Plinio il vecchio, vissuto tra il 23 e il 79 d.C., studioso multidisciplinare e grande specialista di agro alimentazione, nella sua opera “Naturalis Historia” commentò molto benevolmente il vino della la vigna brindisina «la quale sostenuta da un semplice giogo che si fa con una pertica o una canna o una corda di crine o di giunco, dà le migliori uve da vino, poiché così sostenuta l´uva é costantemente mantenuta esposta al caldo dei raggi solari, avverte di piú il soffio dei venti e perde piú velocemente la rugiada».

Plinio il vecchio

Inoltre, Plinio commentava come nel porto di Brindisi – in primis Italiae portus nobili – una fonte elargisse ai naviganti un´acqua purissima: “Le fontanelle”. E quindi, a proposito delle ostriche brindisine, che erano molto celebri presso i Romani, lo stesso Plinio raccontava che dissertandosi quali fossero più preziose – se le brindisine o le britanniche, – si determinò finalmente che le une e le altre per essere riprodotte si collocassero nel lago Lucrino, che era già famoso per i suoi vivai; e così si poté costatare come le ostriche brindisine non solo ritenessero il proprio sapore, ma acquistassero anche quello del luogo dove erano state trapiantate.

Caio Giulio Cesare invece, nei suoi “Commentarii de bello civili” del 49 a.C., quando racconta di Brundisium, oltre che per descrivere il porto ed i dettagli tecnici del suo vano tentativo di sbarrarne il canale di accesso per impedire la fuga di Pompeo, lo fa per segnalare che i suoi soldati vi si ammalarono di malaria, nell´aria malsana dell’autunno brindisino, rimanendone decimati: «… gravis autumnus in Apulia circumque Brundusium ex saluberrimis Galliae et Hispaniae regioinibus omnem exercitum valetudine temptaverat ...».

Andrebbe però segnalato a questo proposito come la malaria, effettivamente patita dai soldati cesariani a Brindisi, non necessariamente fosse del tutto autoctona, essendo anche abbastanza accreditata la tesi dello storico inglese Peter Atsbury Brunt, secondo la quale i soldati di Cesare giunti a Brindisi erano già affetti da forme malariche indotte dal plasmodium vivax o dal plasmodium malariae.

Una antica immagine topografica di Brindisi é stampata nel libro con cui si pubblicò la versione in lingua volgare del famoso libro di Giulio Cesare “I Commentari di C. Giulio Cesare” … con le figure in rame degli alloggiamenti, dé fatti d’arme, delle circonvallationi delle città e di molte altre cose notabili descritte in essi, fatte da Andrea Palladio per facilitare la cognitione dell’historia a chi legge. Gli autori: Julius Caesar; Francesco Baldelli; Andrea Palladio; Leonida Palladio; Orazio Palladio. L´editore: Appresso Pietro De’ Franceschi, Venezia M.D.LXXV [1575]

Marco Anneo Lucano, vissuto tra il 39 e il 65 d.C. ed autore del famoso poema epico Farsalia sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo, nel Libro II dell´opera, così in versi descrive Brindisi: «…Questa città fu un tempo possesso dei coloni Dittèi, che navi cecròpie trasportarono, profughi attraverso il mare, da Creta, allorquando le vele proclamarono falsamente che Tèseo era stato sconfitto. Un angusto tratto di terra dell´Italia, che ormai si restringe, spinge nel mare quella tenue lingua, che racchiude le onde dell´Adriatico come fra corna ricurve. Tuttavia in questa gola così stretta, in cui si insinua il mare, non potrebbe esserci un porto, se un´isola non facesse scaricare sui suoi scogli la violenza dei cori e non respingesse le onde stanche. Da una parte e dall´altra la natura ha posto di fronte al mare aperto monti rocciosi ed ha tenuto lontani i venti, in modo che le imbarcazioni potessero rimanere all´attracco, assicurate da una fune anche debole. All´esterno si estende per largo tratto la superficie del mare, sia che si faccia vela verso i tuoi porti, o Corcìra, sia che ci si diriga a sinistra verso l´illirica Epidamno, che si tende in avanti sui flutti dello Ionio. Questo è il rifugio dei naviganti, allorquando l´Adriatico sprigiona tutta la sua violenza e i Ceràuni si immergono nelle nubi e la calabra Sasòna è sommersa dai flutti spumeggianti…».

E per finalmente concludere questo capitolo romano, già nel 200 a.C. e quindi ben prima di tutti gli altri illustri e famosi personaggi d´epoca romana citati, il poeta e drammaturgo Quinto Ennio di Rudiae, il quale pertanto certamente conosceva molto bene quello di cui stava parlando – Brundusium pulcro praecinctum praepete portu – aveva decantato il porto di Brindisi e la bontà e la salubrità del mare brindisino, e si era specialmente profuso in lodi al sarago brindisino «Brundusii sargus bonus est» precisando anche, che per essere veramente buono doveva esso avere grandi dimensioni!
Gianfranco Perri
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in anteprima dettaglio della colonna al termine della via Appia a Brindisi – autore Anghelus90 https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Brindisi_-_Colonne_romane_di_Brindisi_-_2024-09-05_18-33-08_001.jpg

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