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La minaccia delle mine navali, la guerra nel Golfo Persico e le mine di Saddam

Reading Time: 10 minutes

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livello medio

ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: GOLFO PERSICO
parole chiave: Saddam, Kuwait, Cacciamine
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Ma i semi dell’odio erano stati posati
Dopo la fine della guerra con l’Iran, nel settembre 1988, il 2 agosto 1990 il ra’īs iracheno Saddam Hussein invase il vicino stato del Kuwait adducendo un’antica pretesa territoriale risalente ad un Governatorato iracheno di Bassora in età ottomana.

Ahmadi Oil Fields, Kuwait, 1991 Sandwiched between blackened sand and sky, camels search for untainted shrubs and water in the burning oil fields of southern Kuwait. Their desperate foraging reflects the environmental plight of a region ravaged by the gulf war. Canby, Thomas Y. (August 1991). "The first Gulf War taught us a new lesson in unconventional conflict. Saddam Hussain's army filled the skies of southern Kuwait with black poignant smoke from the burning oil lines. It was a powerful, debilitating symbol. And there was another. McCurry, who was covering the war, saw camels running in terror from the fires. Both images -whether of the fires or of the animals- were powerful representations of the chaos of that time. Central to McCurry's reputation as a journalist is his discipline to wait, and to search, and then to recognize the most telling image. The juxtaposition of the fire and smoke and camels running amok creates an icon of that war." - Phaidon 55 National Geographic, Vol. 180, No. 2, 2-3, 2005, August 1991, The Persian Gulf: After the Storm, Phaidon, 55, Iconic Images, final book_iconic, final print_milan

Ahmadi Oil Fields, Kuwait, 1991

Un’ovvia scusa per poter mettere le mani sulle ricche risorse del Kuwait. L’invasione provocò le immediate sanzioni da parte dell’ONU che impose un pesante embargo con conseguenze gravosissime per la popolazione. D’altra parte Saddam continuò ad ostacolare i controlli relativi al disarmo ed alla presunta presenza di armi di distruzione di massa. saddam

Si giunse così a uno scontro diretto solo parzialmente risolto nel novembre del 1998 dal Presidente americano Clinton (in carica dal 1993 al 2000) attraverso la campagna offensiva anglo-statunitense che fu denominata Desert Fox

La nascita del concetto del Nuovo Ordine Mondiale
L’insediamento di George W. Bush (il 20 gennaio 2001) mise in atto una nuova strategia, col senno del poi discutibile, preparata dallo staff di Condoleezza Rice, National Security Advisor del Presidente. In pratica una dichiarazione di intenti della nuova amministrazione Bush per raggiungere un nuovo ordine mondiale dopo l’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre che ne fu il presupposto basata su una visione globale della democrazia e sul liberalismo globale da ottenere senza guanti di velluto ristabilendo gli equilibri geopolitici. 

Il New York Times osservò che i Democratici americani vedevano il nuovo ordine mondiale una “razionalizzazione delle ambizioni imperiali” in Medio Oriente, mentre i Repubblicani rifiutavano la necessità di ricercare nuovi accordi di sicurezza tramite le Nazioni Unite. Curiosamente Pat Buchanan, nel A World Transformed, pp. 426, prevedette che la guerra del Golfo Persico fosse in realtà la scomparsa del nuovo ordine mondiale, il concetto di mantenimento della pace dell’ONU ed un nuovo ruolo degli Stati Uniti, in un mondo ormai unipolare, come poliziotto globale.

Il LA Times sottolineò che il nuovo ordine mondiale era l’emergere degli Stati Uniti “come il più grande potere unico in un mondo multipolare“. D’altronde, Mosca era paralizzata da problemi interni e quindi incapace di proiettare potere all’estero. Gli Stati Uniti, sebbene ostacolati dai primi cenni del malessere economico, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, si trovavano militarmente senza restrizioni. Alla NATO si aprivano tavoli di cooperazione e di partenariato Usa-Russia e si discuteva sul nuovo ruolo dell’Alleanza (aprendo la strada ai grandi summit del decennio successivo). Un’interpretazione fondamentale del New Order fu presentato da Charles Krauthammer in una conferenza a Washington in cui presentò l’idea della unipolarità americana, poi pubblicato nell’autunno 1990 in Foreign Affairs intitolato “The Moment Unipolar”.  Il punto principale era: It has been assumed that the old bipolar world would beget a multipolar world… The immediate post-Cold War world is not multipolar. It is unipolar. The center of world power is an unchallenged superpower, the United States, attended by its Western allies“.

Sebbene la pista islamica legata al gruppo terroristico di Al Qaeda di Osama Bin Laden fosse la più accreditata, Bush sostenne la complicità nell’attentato dell’Iraq. Bush e Scowcroft spiegarono, sempre in  A World Transformed, quale sarebbe dovuto essere il ruolo del segretario generale delle Nazioni Unite nel tentativo di evitare la guerra del Golfo Persico. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Javier Pérez de Cuéllar, a Camp David, domandò che cosa si poteva fare per evitare la guerra e Bush rispose che bisognava ottenere la piena attuazione della risoluzione dell’ONU, al fine di non indebolirne il suo ruolo e  credibilità nella costruzione di questo nuovo ordine mondiale. L’opzione di una guerra preventiva per disarmare definitivamente l’Iraq non fu condivisa da tutti gli alleati occidentali e fece scaturire forse la crisi maggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale nell’ambito dell’ONU. La Francia, la Russia e la Cina, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, minacciarono l’uso del diritto di veto per contrastare le decisioni americane. In breve, facendo leva sul possesso da parte di Saddam di armi di distruzione di massa gli Stati Uniti con l’appoggio della Gran Bretagna di Tony Blaire e di alcuni alleati come l’Italia, la Spagna (che successivamente ritirerà il proprio contingente), la Danimarca, il Portogallo, l’Olanda riuscirono ad ottenere  l’intervento militare. Di fatto, la guerra scoppiò il 20 marzo 2003 e in sole tre settimane si ottenne la caduta del regime.

Hormuz, un’area pericolosa
In uno stato crescente di tensione, il mondo occidentale si ritrovò di fronte ad una nuova minaccia al libero transito commerciale marittimo.

strait_of_hormuz_3Le esperienze del precedente conflitto non si erano ancora digerite ed i militari americani non compresero che la minaccia maggiore per le forze della Coalizione non erano i missili  anti-nave di Saddam Hussein bensì qualcosa di più insidioso, nascosto nelle acque calde e torbide del Golfo, tra il Kuwait e le foci del Tigri e dell’Eufrate. In realtà l’intelligence americana si era accorta che nel novembre del 1990 l’Iraq aveva iniziato a posare delle mine navali  in acque internazionali, di fatto facendo un nuovo atto di guerra e vi era stata una conferma a dicembre quando le unità saudite avevano scoperto una mina in mezzo al Golfo Persico. Nonostante queste chiare indicazioni, le forze della Coalizione furono limitate dall’US CINCENT ad operare a nord della latitudine 27° 30’N, oltre 70 miglia a sud del confine iracheno-kuwaitiano, al fine di evitare contatti diretti con le unità irachene.

Questo consentì a Saddam di sfruttare a suo vantaggio questa inerzia e di posare i campi minati navali in maniera indisturbata. Le operazioni di bonifica ebbero inizio il 16 febbraio 1991. L’obiettivo era quello di liberare un canale di approccio ed una zona di supporto di oltre 200 miglia quadrate per effettuare uno sbarco anfibio nei pressi di Ash Shuaybah. Una volta arrivato in zona di operazioni l’US MCM Group dovette più volte manovrare per cercare di evitare i radar di puntamento nemici e fu proprio durante una di queste manovre diversive che avvenne il primo grave incidente che colpì la U.S.S. Tripoli, drammaticamente seguito dopo solo tre ore da quello dell’incrociatore U.S.S. Princeton. Vale la pena di raccontare la storia.

Un incidente che si sarebbe potuto evitare
Era il 18 febbraio 1991, la U.S.S. Tripoli, in fase di rientro nell’area di bonifica assegnata, urtò una mina ormeggiata ad urtanti di vecchia concezione ma decisamente ancora letale; la mina creò uno squarcio nello scafo di circa 40 metri quadri seminando il panico nell’equipaggio.

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Dopo circa tre ore il U.S.S. Princeton (CG 59), un incrociatore missilistico di scorta  al gruppo CMM, attivò una mina da fondo MANTA, che causò gravi danni alle eliche, al timone ed alle strutture interne. L’onda d’urto scatenò un incendio violento ed allagamenti nei locali sottostanti. Dopo lo scoppio della prima mina avvenne una seconda esplosione, dovuta ad un’altra mina, a circa trecento metri di distanza dalla nave, la cui onda d’urto contribuì a danneggiare le già indebolite strutture.

IRAQI MINENon fu mai chiarita da parte della marina statunitense l’ingenuità di inviare navi all’interno di aree dove si presupponeva il pericolo di mine (mine danger areas). Se per il USS Tripoli fu una casualità per il USS Princeton fu mancanza di valutazione da parte del Comando americano.

L’incidente riaprì al Pentagono le vecchie ferite, forse mai richiuse, dell’incidente all’U.S.S. Samuel B. Roberts che il 14 aprile del 1988, ad est di Bahrain, urtò un’obsoleta mina iraniana M-08 alla deriva per la rottura del suo ormeggio. Le mine facevano parte dei circa 1300 ordigni  posati da Saddam tra l’isola di Faylaka ed il confine saudita-kuwatiano nell’arco dei cinque mesi precedenti, in concomitanza con l’Operazione DESERT SHIELD. Ancora una volta mancò una seria valutazione del rischio.

DESERT STORM
Quando l’operazione Desert storm incominciò, la Coalizione ebbe come missione principale la bonifica delle aree di possibile transito della forza anfibia in attesa dell’ordine di iniziare lo sbarco. L’opera di sminamento apparve subito complessa per la mancanza di sufficienti informazioni intelligence. Nonostante il US MCM Group avesse a disposizione un buon numero di mezzi di contro misure mine  la loro efficacia fu ridotta da un lato dai continui disturbi causati dalle difese costiere e dai pattugliatori missilistici,  e dall’altro dalla mancanza di una regia adeguata (la marina statunitense tutt’oggi non ha specialisti di contro misure mine in organico).

Le forze della Coalizione in gioco
Le forze di contromisure mine americane nel Golfo Persico erano costituite dal nuovo cacciamine USS Avenger (MCM-1), tre dragamine vecchi di 30 anni (MSO), sei elicotteri MH-53E Sea Dragon e venti squadre di subacquei disattivatori mine  (EOD). Il USS Tripoli (LPH-10) fu designato come nave di supporto MCM. In loro supporto vennero distaccati cinque cacciamine britannici, due  belgi e quattro dragamine della marina saudita. Sebbene l’intelligence si fosse accorta che l’Iraq aveva iniziato a depositare le mine in acque internazionali nel novembre 1990, e fosse stata ritrovata in dicembre una mina alla deriva dai sauditi in mezzo al Golfo, le operazioni di bonifica al largo della costa del Kuwait non cominciarono fino al 16 febbraio 1991 a causa del predetto divieto da parte di US CINCENT di operare a nord della latitudine 27° 30′ N, oltre 70 miglia a sud del confine iracheno-kuwaitiano al fine di evitare contatti diretti con le unità irachene. Questo consentì a Saddam di sfruttare a suo vantaggio l’inerzia delle forze della Coalizione e di posare i campi liberamente.

Le operazioni di bonifica ebbero inizio il 16 febbraio 1991. L’obiettivo era quello di liberare un canale di approccio ed una zona di supporto di oltre 200 miglia quadre in previsione dello sbarco anfibio nei pressi di Ash Shuaybah.  Le forze di Contro misure mine statunitensi furono in seguito rinforzate da unità specialistiche provenienti dal Belgio, Francia, Germania, Italia, Giappone e dall’Olanda che ultimarono la bonifica dei campi il 10 settembre del 1991, distruggendo circa 1200 mine. I reparti internazionali specialistici operarono in scenari complessi, risalendo anche i fiumi dove operarono sugli ordigni anti sbarco in condizioni di visibilità nulle. L’impiego dei primi UAV avvenne proprio nell’Eufrate.

La minaccia
Nei mesi che portarono all’operazione DESERT STORM, l’Iraq aveva approvvigionato un inventario variegato di mine navali per proteggere la costa del Kuwait. La posa dei campi minati era nota, anche se non dichiarata ufficialmente; ovviamente non si conosceva la loro esatta posizione ed estensione. In seguito i piani di minamento iracheni mostrarono che il campo minato dove erano stati colpiti l’U.S.S. Tripoli ed  il Princeton era uno dei sei posati in un arco di 150 miglia dall’isola di Faylaka fino al confine saudita con il Kuwait. All’interno dell’arco c’erano quattro barriere di minamento per un complessivo stimato di oltre 1.000 mine, tutte posate prima dell’inizio dell’operazione DESERT STORM.

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Per quanto concerneva le mine posate dagli iracheni, anche le più moderne, non disponevano di sensori di attivazione o di batterie in buone condizioni ed il 95 % delle mine da fondo acustiche russe impiegate, del tipo UDM, fu valutato inoperabile. Diverse mine a contatto ormeggiate furono recuperate sul fondo ancora collegate ai loro carrelli. La maggior parte delle mine irachene consisteva in riproduzioni di mine della prima guerra mondiale di mine a contatto russe e cinesi e da mine ad influenza magneto-acustiche moderne ad alta tecnologia acquistate dall’Unione Sovietica e dall’Italia in versione semplificata. Tuttavia, anche un campi minato mal progettato con mine di dubbia efficacia fu in grado  di causare danni a due moderne navi combattenti comportando un effetto psicologico tale da costringere la coalizione a modificare il piano di invasione iniziale.

Fu proprio l’incertezza di poter contrastare adeguatamente la minaccia subacquea, rinforzata dagli incidenti del Princeton e del Tripoli, che comportò la decisione finale del Joint Command Staff di non effettuare lo sbarco e di attaccare via terra. Dopo il “cessate il fuoco” le Marine occidentali mantennero alcuni cacciamine per la bonifica delle acque di accesso ai porti dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, del Kuwait, del Qatar, del Bahrain e dell’Oman. Complessivamente furono effettuate ben ventidue missioni di sminamento.

Fattore importante da menzionare:
al termine dell’operazione DESERT STORM, il Congresso degli Stati Uniti riconobbe l’inadeguatezza della componente di contromisure navale e ne ordinò una profonda revisione comprendente non solo i mezzi ma l’organizzazione stessa di Comando e dell’addestramento. Se si legge la storia della US Navy, questa direttiva fu data molte volte e sempre a seguito di errori disastrosi (ricordo per tutti il blocco della forza da sbarco di Mac Arthur a Wonsan, nella guerra di Corea, che causò il prolungamento della guerra e la conseguente morte di migliaia di americani che si sarebbe evitata se il piano avesse avuto successo nei tempi previsti). Lo avranno capito?

Il rapporto finale dell’operazione sottolineò la carenza del supporto intelligence necessario  per un’identificazione preventiva dei campi minati posati nel parte nord del Golfo.

pluto

l’impiego dei ROV fu un elemento di forza nelle bonifiche delle mine irachene. Veicoli subacquei filoguidati come il Pluto si dimostrarono altamente efficaci per l’identificazione e la neutralizzazione delle mine navali.

Questo comportò tempi di bonifica maggiori che si sarebbero potuti ridurre sensibilmente se la raccolta informativa delle attività di minamento irachene fossero state svolte preventivamente. Un altro elemento interessante fu la constatazione che, a dispetto della tecnologia, sebbene la Marina irachena non avesse una capacità tecnico operativa evoluta nel campo del minamento, le operazioni di posa delle mine furono comunque portate a termine secondo il vecchio principio che qualsiasi piattaforma può, all’occorrenza, essere impiegata come posamine.

L’impegno italiano
Il primo gruppo di navi partì da Taranto per il golfo nell’agosto 1990 e raggiunse il teatro operativo il 2 settembre 1990. Questo è l’elenco delle navi che presero parte alla missione con le date di arrivo e di partenza dalla zona di missione:

rifornitore di squadra Stromboli 2 settembre 1990 17 febbraio 1991
fregata Orsa 2 settembre 1990 4 gennaio 1991
fregata Libeccio 2 settembre 1990 31 gennaio 1991
fregata Zeffiro 13 ottobre 1990 17 febbraio 1991
LPD San Marco 28 gennaio 1991 15 marzo 1991
cacciatorpediniere  Audace 17 gennaio 1991 28 aprile 1991
rifornitore di squadra Vesuvio 12 febbraio 1991 24 aprile 1991
fregata Sagittario 12 febbraio 1991 28 aprile 1991
cacciamine classe Lerici: Sapri, Milazzo e Vieste 16 aprile 1991 30 luglio 1991
fregata Maestrale nave comando CSD 54 16 aprile 1991 30 luglio 1991
Nave trasporto costiero Tremiti in funzione supporto logistico avanzato per le unità cacciamine 16 aprile 1991 30 luglio 1991

 

Capo squadriglia CSD 54 CF Giuseppe Piro † 2017
cacciamine Sapri TV Pino Perrelli 
cacciamine Milazzo TV Diego Martini
cacciamine Vieste TV Giovanni Messina
Nave supporto Tremiti TV Francesco Scarpetta

classe leriic

Le lezioni acquisite in tale operazione sottolinearono che il pericolo del sistema d’arma “mina” non poteva essere trascurato a fronte delle altre minacce. Per cui era necessario:

  • sviluppare nuovi sistemi di protezione anti mine per le unità navali d’altura, in special modo quando operanti in aree lontane, in attesa dell’arrivo delle forze di CMM. in altre parole di sviluppare una componente organica di CMM su tutte le navi;
  • rivedere l’organizzazione della difesa passiva (antincendio ed anti falla) quando si opera in scenari con minaccia tridimensionale;
  • gestire e scambiare dati operativi sensibili nelle aree di operazione anche tra unità di CMM di diversa nazionalità per ridurre i tempi di bonifica.

Inoltre, confermarono la validità operativa della I serie dei cacciamine Lerici, che erano stati costruiti con un progetto, ancor oggi vincente, dalla ditta italiana INTERMARINE. Le esperienze acquisite portarono in campo nazionale alla approvazione della costruzione di una seconda serie (classe Gaeta) e, nel mondo alla realizzazione di classi similari (come la classe Osprey realizzata a Savannah per la US NAVY).

Siamo arrivati ai primi anni ’90 ma la storia dell’impiego moderno dei nostri cacciamine non finisce qui.

 

 

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