L’ammodernamento della Marina ellenica: tra pragmatismo italiano, ambizioni francesi e pressioni americane

Gian Carlo Poddighe

7 Giugno 2025
tempo di lettura: 8 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: MARINE MILITARI
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: GRECIA
parole chiave: adeguamento flotta ellenica, FREMM

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Gli ultimi anni hanno visto la Grecia al centro di un duplice conflitto sul mare: uno tipicamente navale – la scelta e la fornitura (con o senza costruzione locale) di nuove unità per la Marina ellenica – l’altro strategico, la penetrazione cinese, a livello di porti e logistica, meno avvertito ma forse ancora più rilevante del tradizionale “conflitto in sospeso” con la Turchia. Il primo conflitto ha avuto tre protagonisti, Italia, Francia, Stati Uniti, e si ripresenta oggi, in fondo con gli stessi attori ed in una nuova ottica, sia locale che strategica mentre il secondo, malgrado la sua gravità, è passato in secondo piano. Va compreso che la Grecia non è un attore primario a livello di potere navale ma ha un notevole peso sulla marittimità e la sicurezza dell’Occidente, possedendo una grande flotta mercantile con un ruolo fondamentale per la sicurezza energetica. Una marittimità intesa anche come infrastrutture e terminali che alimentano il corridoio balcanico.

La politica estera greca, quella militare ed in particolare quella navale, sono condizionate dal mai completamente sopito confronto con la Turchia, con posizioni ambigue da parte di quest’ultima che impongono spesso mosse contradditorie ai partner occidentali. Le sfide poste dalla Turchia di Erdogan non sono solo un problema greco ma riguardano tutti i partner europei, soprattutto quelli mediterranei.

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rendering al computer del FDI classe Belharra

In questo momento, più che mai, la cooperazione tra Francia, Italia e Grecia non dovrebbe essere una forzatura, una momentanea rivalità commerciale che continua a covare sotto la cenere e mina i risultati comuni, ma una responsabilità condivisa nel mantenimento della stabilità regionale. È in questo contesto che gli accordi di difesa tripartiti devono assumere pieno significato; per limitarsi agli aspetti industriali una maggiore integrazione logistica consentirebbe un’interoperabilità europea più fluida e credibile e rafforzerebbe la capacità di deterrenza regionale affermando la maturità strategica dell’Europa di fronte agli attori esterni. Il caso greco ha portato alla ribalta non solo un’opzione italiana ma, per la prima volta, una scelta “trivalente”, l’immediata cessione di unità pienamente operative. Una scelta che era stata la carta strategica vincente della Royal Navy tra gli anni ‘60 e ‘70 avvantaggiando l’industria britannica ma anche la stessa Marina sul mercato mondiale nel momento in cui si dovevano sostituire i “residuati” della 2^GM che caratterizzavano le Marine medie e minori dell’epoca.

Per Roma è una lezione di pragmatismo: cedere unità in perfetta efficienza è utile anche per limitare l’usura del personale (la risorsa al momento più drammaticamente critica) ed è certamente meglio che affrontare i pesanti costi di refitting o mantenere le unità in banchina o in attività ridotta per motivi di Soft Power. Questi problemi si riflettono nella delicata partita mediterranea in quanto (è inutile negarlo) Italia e Grecia condizionano enormi interessi economici e strategici ovvero l’accesso sud della UE; costi quel che costi  garantirebbe una maggiore sintonia tra i due paesi anche se potrebbe non piacere a molti “alleati” nel Mediterraneo e in Europa.

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TCG Barbaros F 244, classe Meko, unità di successo di costruzione tedesca

La Grecia non solo sta finalmente adeguando il suo strumento militare e, insieme all’Italia, può avere un ruolo di playmaker e contenimento nella politica mediorientale e nordafricana, assumendo un ruolo nella spinosa questione della gestione energetica delle risorse nel settore orientale del Mediterraneo. Per farlo dovrà però essere militarmente credibile, sia per i propri interessi, sia come alleato per la condivisione delle responsabilità regionali. Se non altro, per tentare di reggere il passo con la Turchia, che ha fatto passi da gigante nella cantieristica, dovrà adottare un programma a breve termine, del subito e non del domani. Il piano di modernizzazione della Marina ellenica, dopo molte “oscillazioni”, era basato su tre (eventualmente quattro) nuove fregate derivate dalle TDI francesi (versione per esportazione o FDI tipo Belharra) e sull’aggiornamento di mezza vita di quattro fregate MEKO 200 HN e quattro sottomarini classe Papanikolis. Un aggiornamento che non consente di rispondere nei tempi alle sfide strategiche nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale. Questo era già evidente, riconosciuto e dibattuto pubblicamente a gennaio 2024, quando cominciò a farsi strada la possibile acquisizione di ulteriori fregate multiruolo per sostituire le vecchie unità classe S; un’ipotesi trasformata in una proposta politica, con la richiesta urgente di nuove fregate multiruolo, con spiccate capacità di difesa aerea, da costruire in Grecia.

Questa richiesta non aveva ricevuto nessuna risposta formale da parte governativa, con l’ulteriore variabile, certamente non a tempi ridotti, del programma della futura corvetta europea rimasto in sospeso dalla fine del 2022, con la giustificazione della ridefinizione delle disponibilità e priorità del bilancio.

Nello scenario si era notata la forte presenza statunitense, con la ventilata possibilità di finanziamenti e accordi bilaterale di favore; la prima opzione, un pò “leonina”, prospettava la cessione di 4-6 unità LCS tipo Freedom dagli Stati Uniti, unita costosissime e “difficili”, a cui la Grecia, a fronte di problemi universalmente noti, opponeva la doppia condizione della risoluzione dei problemi di propulsione e della cessione a “valore zero” (salvo i costi del refitting con armi e sistemi appropriati, comunque significativi).

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rendering del programma FFG-62 USN Constellation

Un’opzione lungamente dibattuta che, come parte in causa (anche se indiretta), condizionava le azioni commerciali dirette dell’Italiana Fincantieri, e poi scartata nella sua insostenibilità che ha aperto la strada a due percorsi: l’adesione al programma FFG-62 della U.S. Navy (classe Constellation), in un’ottica di costruzione “anche” in Grecia, o l’acquisizione di fregate FREMM direttamente da Fincantieri in una configurazione personalizzata che rispecchiasse i sistemi statunitensi per garantire interoperabilità e sostenibilità con gli stessi. Questo concetto, descritto come FREMM “ellenizzata” o “americanizzata”, includerebbe armi statunitensi e sistemi di missione in un’ipotesi di costruzione nazionale, sfruttando le partnership esistenti tra Fincantieri e ONEX presso i cantieri navali Elefsis, supportati dagli Stati Uniti (DFC, Società finanziaria internazionale per lo sviluppo).

In estrema sintesi due ipotesi sovrapposte, ciascuna con una propria sostenibilità (e probabilità) che hanno come sfondo le divergenze di lunga data negli sforzi di rinnovamento navale della Grecia: un tema ricorrente, quattro nuove corvette o unità “usate”. È in questo groviglio di possibilità, interessi e scarse probabilità, ma anche di reali necessità, che viene ad inserirsi l’offerta italiana di FREMM non radiate ma ancora in servizio, la prima proposta straniera specifica e praticabile in questo più ampio sforzo per sostituire le unità di superficie ancora in servizio e troppo datate. Non solo l’offerta di queste navi offre soluzioni immediate e capacità operative all’altezza dei desiderata, che consentirebbe alla Grecia di continuare – a medio termine – ad accarezzare l’idea di un successivo accordo con gli USA per l’adesione al programma “Constellation”, magari facilitato da un quadro di compensazioni industriali. Questo diverrebbe il programma principale, di sviluppo e consolidamento a lungo termine, ed il programma 4+4, rimarrebbe un programma complementare ed intermedio.

Un’altalena di opzioni e decisioni con molte variabili che apre a più di un interrogativo strategico: molti analisti si sono chiesti quanto Atene sia veramente disposta a impiegare queste navi per difendere i suoi interessi in regioni come il Mediterraneo orientale, in particolare per quanto riguarda le tensioni che  circondano la zona economica esclusiva (ZEE) di Cipro. I trascorsi di mancanza di risposta militare alle azioni navali turche nella regione hanno sollevato dubbi sulla volontà della Grecia di proiettare il potere oltre l’Egeo, anche disponendo di adeguate risorse navali. Dubbi e critiche che riguardano anche l’altalena dei piani navali greci, comprese l’archiviazione delle costruzioni nazionali, come il programma ALS, dando invece priorità a progetti stranieri molto più costosi, perdendo tempo ed occasioni proprio quando la Turchia ha saputo potenziare non solo la propria flotta ma letteralmente costruire una propria solida base industriale, concentrando notevoli investimenti sulle industrie della difesa nazionale, cantieristica compresa, dimostrazione di una pianificazione strategica a lungo termine, cosa che molti sostengono sia mancato alla Grecia.

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Le trattative tra Grecia ed Italia degli ultimissimi tempi, evidenza di un rapporto riservato solido e duraturo, hanno (inutilmente) innescato una dura polemica tra Francia ed Italia, ma dietro la cronaca c’è un negoziato che svela strategie molto più profonde in un contesto ben più complesso di quello che molti credono si possa risolvere semplicemente dicendo “no” a una vendita come quella delle due FREMM. Va tenuto conto anche del “fattore politico” contingente, visto che le unità italiane potrebbero essere consegnate in pochi mesi, fattore sensibile per il governo greco che sta perdendo consensi con l’avvicinarsi delle elezioni. Condizioni economiche che giustificano un’eventuale rapida decisione dello stesso governo, visto un prezzo noto e molto difficile da rifiutare (formalizzato a marzo 2025); tra l’indifferenza dei media italiani il tema è ormai da diverse settimane al centro dell’attenzione della stampa ellenica, superando persino il clamore di altre vicende artificiosamente gonfiate da alcuni settori. Le trattative sono talmente avanzate che sono già state identificate le unità da cedere, Carlo Bergamini e Virginio Fasan (F 591 vedi foto) – entrambe operative nella M.M. dal 2013 – ed è stato definito il valore della cessione, 300 milioni di euro ciascuna (meno della metà del prezzo base delle unità francesi in ordine).

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Una notizia che ha creato malumore in Francia, con Naval Group che stava prospettando alla Grecia l’ordine di una quarta fregata FDI e la possibile costruzione locale di ulteriori tre unità; da parte francese. Inutile dire che l’offerta italiana è stata vista come concreta minaccia in un mercato che ritenevano di dominare con la forma della partnership strategica. In realtà non si è trattato di una mossa italiana, ma del risultato di una vicinanza e di un’intesa gradita alla Grecia, sia politicamente che militarmente.

La Grecia sembra voler rispondere con pragmatismo all’urgenza operativa: la Marina ellenica non può permettersi di attendere il 2028 per la prima nave e forse altri cinque anni per l’operatività di tutta la fornitura. Molto discutibile la campagna mediatica immediatamente scatenata circa la potenzialità e le differenze tra i due tipi di unità: anche se rimane da dimostrare quanto e con quale incidenza, solo per l’età le fregate FDI francesi possano risultare più avanzate, più letali, più digitalizzate, e di fatto non sono ancora né pronte né provate. Le FREMM italiane invece sono operative, armate, disponibili subito, ma anche e certamente più abitabili; non solo, ancora con margini di crescita, allineate con gli obiettivi a lungo termine della Marina greca, sia che questa si orienti verso una maggiore intesa con gli Stati Uniti sia che decida di mantenere la rotta dell’asse preferenziale con la Francia.

Di fronte alla possibilità di rispondere alle necessità della Grecia, l’Italia ha colto l’occasione per dimostrare che il potere marittimo si misura anche nella capacità di agire in tempo reale e che questa compensazione tra alleati può essere un modello applicabile a tutta la difesa europea, di cui tanto si parla e poco si capisce (e ancor meno si agisce). Da un punto di vista strategico, l’offerta italiana dimostra come sia possibile rafforzare le sinergie della difesa europea, nel cui ambito occorre essere sempre più capaci di agire con agilità e solidarietà di fronte alle sfide comuni alla sicurezza. Riassumendo, la capacità dell’Italia di cedere rapidamente due fregate operative non esclude né minimizza il progresso tecnologico della fornitura francese ma contribuisce a formare una base coerente per una difesa europea più reattiva. Invece di considerare l’accordo sulle FREMM italiane come una battuta d’arresto, la Francia farebbe bene ad accoglierlo come un segnale positivo in quanto dimostrazione di un possibile percorso verso un sistema di difesa europeo che richiede maturazione, capacità di reagire in modo flessibile e concertato alle minacce comuni. Si tratta di evoluzione strategica, non di regressione. Cedere, a condizioni di favore, unità operative ad alleati fidati significa bloccare l’ingresso di fornitori/attori extra UE ed extra occidentali, oltre a consolidare forme di integrazione che hanno cicli almeno decennali, ed in Mediterraneo abbiamo bisogno di rapporti sempre più affidabili e sicuri.
Gian Carlo Poddighe
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Leggi anche La Grecia e il dilemma navale europeo: pragmatismo italiano, ambizioni francesi o pressioni americane? – Difesa Online
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Immagini: Marina Militare / Türk Silahlı Kuvvetleri / Hellenic Navy

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