tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: SICUREZZA MARITTIMA
PERIODO: XX-XXI SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: GIUK Gap, sorveglianza marittima, cambiamenti climatici
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Un passaggio marittimo di rinnovato interesse, il GIUK Gap, situato tra la Groenlandia, l’Islanda e il Regno Unito, è tornato strategicamente significativo nel III millennio grazie alla necessità di proteggere le nuove vie marine nell’Artico, rese sempre più disponibili dai cambiamenti climatici. 

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Fungendo da punto di strozzatura centrale nell’Oceano Atlantico settentrionale, questo passaggio collega l’Oceano Artico all’Atlantico e facilita il movimento tra il Nord America e l’Europa, rendendolo un punto di riferimento costante per gli strateghi navali.  Non è una novità in quanto la sua importanza strategica era già stata particolarmente evidente durante le guerre mondiali, quando il controllo del GIUK Gap era essenziale per salvaguardare le rotte di rifornimento transatlantiche dagli attacchi dei sottomarini dell’Asse, permettendo così che i convogli alleati potessero arrivare indenni in Europa. Durante la Seconda guerra mondiale, riconoscendo la vulnerabilità del Gap, le forze alleate occuparono l’Islanda e la Groenlandia per stabilire basi aeree e, limitatamente, navali. La storia ci insegna che queste basi sperdute giocarono un ruolo fondamentale nel contrastare gli U-Boot tedeschi e i raider che minacciavano le rotte marittime vitali per il sostentamento dello sforzo alleato, compresa la Russia.

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mappa della Battaglia dello stretto di Danimarca, combattuta in gran parte nello GIUK Gap – Autore Citypeek – Fonte Map Rheinuebung.svg – Wikimedia Commons

La posta in gioco nel controllo del GIUK Gap è stata sottolineata da eventi come la battaglia dello Stretto di Danimarca, tra Islanda e Groenlandia, uno scontro navale avvenuto il 24 maggio 1941, tra due unità maggiori della Kriegsmarine, Bismarck e Prinz Eugen, e quattro unità da battaglia britanniche, HMS Prince of Wales, HMS Hood, HMS Norfolk e HMS Suffolk, conclusosi inizialmente con l’affondamento dell’HMS Hood e poi della Bismark. La penetrazione tedesca in Atlantico costrinse la Royal Navy a mantenere due squadre di incrociatori costantemente in mare per sorvegliare il Canale di Danimarca e il GIUK Gap al fine di bloccare una eventuale sortita nell’Atlantico della Flotta tedesca. L’occupazione di luoghi strategici come l’Islanda permise alle forze alleate di mantenere il dominio sulle principali rotte marittime, dimostrando come la geografia influenzi direttamente gli esiti dei conflitti.

Un passaggio ancora strategico
Durante la guerra fredda la NATO doveva essere in grado di intervenire, su e da questa linea, nei domini operativi (superficie, aereo, subacqueo, informativo ed elettromagnetico) con azioni coordinate destinate ad ostacolarne l’uso da parte di possibili avversari, applicando il principio del sea denial. In particolare, per limitare i movimenti dei sottomarini nucleari sovietici venne realizzato il Sound Surveillance System (SOSUS), più noto come “Project Caesar“, un progetto di sensori acustici collocati sui fondali marini ufficialmente destinati alla ricerca oceanografica. Il GIUK Gap assunse un’importanza ancora maggiore, diventando una prima linea nella strategia di difesa della NATO, la linea ideale per il rilevamento ed il contenimento dei sottomarini sovietici che tentavano di accedere all’Atlantico dalle basi sulla penisola di Kola. Un passaggio fondamentale più per la sicurezza europea che per quella statunitense come due guerre mondiali ed una guerra fredda ci hanno dimostrato.

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Il sistema SOSUS era costituito da array di idrofoni passivi in bassa frequenza posizionati sul fondo, collegati tramite cavi di comunicazione sottomarini a strutture a terra, NAVFAC, ed un centro meteorologico navale (NOPF/MEC) responsabile dell’analisi dei segnali ricevuti. Disegno NOAA 

Nel 1985, quando i sensori fissi di fondale furono integrati dal sistema mobile “Surveillance Towed Array Sensor System” (SURTASS) e da altri nuovi sistemi, venne rinominato in “Integrated Undersea Surveillance System” (IUSS). La missione fu declassificata solo nel 1941 quando venne rese nota la catena idrofonica che aveva permesso di fornire un allarme tempestivo dei movimenti dei sottomarini sovietici. Anche se nel tempo la tecnologia missilistica sovietica migliorò, consentendo ai sottomarini lanciamissili balistici di operare dai bastioni artici, il GIUK Gap rimase comunque cruciale per il monitoraggio dei sottomarini d’attacco.

Nel 1961 il sistema SOSUS dimostrò la sua efficacia quando tracciò la USS George Washington durante il suo primo transito nell’Atlantico settentrionale verso il Regno Unito. Il primo rilevamento di un sottomarino nucleare sovietico avvenne il 6 luglio 1962, quando la NAVFAC Barbados riconobbe e segnalò il transito di un sottomarino nucleare sovietico a ovest della Norvegia che entrava nell’Atlantico attraverso il varco Groenlandia-Islanda-Regno Unito (GIUK).

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, al Pentagono la minaccia navale fu sottostimata al punto da modificare il peso della lotta contro i sottomarini; di riflesso, cambiando la minaccia geopolitica e, di conseguenza, militare, la NATO si concentrò su altre priorità, come operazioni di presenza, stabilizzazione e interdizione in aree come i Balcani, il Medio Oriente e l’Africa, in alcuni casi anche con i Russi.
Ciò comportò negli Stati Uniti ad una riduzione degli investimenti nelle capacità ASW, con dolorosi tagli alle fregate, agli aerei da pattugliamento marittimo e alle flotte di sottomarini, con conseguenze drammatiche sulla Flotta che portarono ad un declino dell’efficienza dei mezzi e della capacità degli operatori per mancanza di un adeguato e continuo addestramento.

La politica NATO dell’High North
Il ritorno della politica russa nei teatri orientali e la costruzione di nuovi mezzi navali e subacquei ha comportato negli ultimi vent’anni una revisione delle priorità della NATO che si è esplicitato in una rivalutazione capacitiva che comprende sia unità più moderne e efficaci sia la rivalutazione del concetto di maritime security nelle aree ristrette (choke points) ma anche nei passaggi strategici come il GIUK Gap, che sta tornando ad essere affollato grazie al maggiore accesso alle rotte artiche. Si rende quindi nuovamente necessario, al fine della deterrenza, di incrementare la sorveglianza dei movimenti navali russi, dispiegando forze in aree in precedenza climaticamente negate. D’altra parte, la Russia sta rafforzando le sue infrastrutture militari settentrionali, migliorando le sue capacità A2/AD (Anti-Access/Area Denial), con un ruolo fondamentale della minaccia sottomarina con compiti di deterrenza con chiare connotazioni offensive. Per quanto quest’ultimo termine (offensivo) possa sembrare a qualche analista pro-putiniano ideologicamente troppo forte, è innegabile che la Russia abbia da tempo enfatizzato la conquista, o colonizzazione, dell’Artico con prevalenti indirizzi ed obiettivi militari; non solo come misura difensiva, ma anche come parte di una strategia a lungo termine per garantire il controllo futuro delle rotte marittime polari, delle risorse energetiche, dei choke point interni, nonchè delle proprie infrastrutture critiche. Un impegno tangibile che ha incluso la riapertura delle basi dell’era sovietica, il dispiegamento di avanzati sistemi di difesa aerea S-400 e regolari esercitazioni navali a quelle latitudini con alleati e partners, aprendosi con un sempre più possibile partner, la Cina. Ma di questo parlerò in un prossimo articolo.
Gian Carlo Poddighe
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