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Come vivevano i marinai a bordo delle navi della US Navy nel XIX secolo – parte II di Andrea Mucedola

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: STATI UNITI
parole chiave: US Navy, vita di bordo

 

Il problema delle riserve di acqua
Sembra una cosa strana ma uno dei problemi maggiori per le navi dell’epoca era la conservazione dell’acqua dolce. Prima di iniziare il loro viaggio, le navi facevano rifornimento di acqua dolce per una quantità di acqua sufficiente per tutta la navigazione, trasportandola in botti di legno stivate in stiva. Per un motivo o per l’altro a volte l’acqua poteva diventare stagnante e non poteva essere più utilizzata. In quel caso l’acqua utilizzabile veniva razionata e gli uomini erano mandati a terra alla prima occasione per assicurarsi un nuovo rifornimento.

Normalmente ad ogni membro dell’equipaggio veniva elargito in navigazione mezzo gallone di acqua per giorno. Il problema era sensibile e i casi di avvelenamento e di dissenteria diffusi. Nel Regolamento del 1818 furono inserite delle istruzioni anche sulla sua raccolta a terra: “Nei fiumi agli uomini non deve essere permesso di bere l’acqua.  Le botti devono essere riempite con l’acqua fresca, e il fango e altre impurità devono depositarsi prima di poter far utilizzare l’acqua.“.
Va ricordato che a bordo, per motivi di sicurezza, non era prassi abituale far bollire l’acqua (a causa del rischio di incendi) o purificarla con qualsiasi altro processo. Questo comportava che spesso avvenivano infezioni da parassiti e batteri intestinali che causavano violenti febbri e dissenteria. 

Il confort interno
All’interno degli scafi si cercava di mantenere una ventilazione continua per il ricambio dell’aria. I regolamenti del 1818 stabilivano che i ventilatori dovevano essere mantenuti in funzionamento continuo sottolineando l’importanza del comfort e della salute degli uomini. Nel 1893 divenne obbligo per i capitani di controllare che gli ambienti della nave fossero sempre ben ventilati, asciutti, ad una temperatura confortevole e ben forniti di luce. 

 

La biancheria da letto e gli abiti venivano arieggiati il ​​più spesso possibile e agli uomini non era permesso dormire con indumenti bagnati né in un letto bagnato. Tuttavia, uno sguardo all’elenco degli indumenti consentiti a ciascun marinaio mostra quanto doveva essere impossibile restare asciutti. L’abbigliamento doveva essere ovviamente adatto alla stagione e al clima. Le camicie di flanella erano incoraggiate sia per l’estate che per l’inverno. Curioso che la normativa prevedeva dettagli come piegare in maniera corretta e standardizzata il fazzoletto nero.

Come piegare il fazzoletto

Il riscaldamento nei vecchi velieri era quasi inesistente. L’unico fuoco consentito a bordo era quello della cambusa su cui veniva preparato il cibo. Il legno o il carbone venivano usati come combustibile. La cabina e l’infermeria erano riscaldate tramite ferri caldi parzialmente sepolti nella sabbia in un secchio di ferro. Gli alloggi dell’equipaggio non erano riscaldati. Le stufe a carbone sospese venivano usate per asciugare tra i ponti, ma non avevano alcun valore per riscaldare la nave. In altre parole i marinai si riscaldavano solo con le coperte in dotazione.

Tenute per i membri dell’equipaggio (prima dotazione)  secondo il Regolamento 1818

Un problema non indifferente era la prima dotazione di vestiario che era molto limitata. Questo comportava la difficoltà a cambiarsi con abiti asciutti e puliti dei membri dell’equipaggio. Notare che tolte le uniformi il resto era molto limitato. Non è escluso che in climi molto caldi  o molto freddi i marinai indossassero vestiario di “rinforzo” personale. Teniamo conto che le docce venivano fatte con acqua di mare o con un occasionale tuffo quando la nave era alla fonda o in porto. Insomma anche in questo caso l’igiene per i membri dell’equipaggio, nonstante le attenzioni del Comando, non doveva essere il massimo. Solo con l’avvento del vapore divenne finalmente possibile riscaldare le navi al suo interno e la qualità della vita incominciò a cambiare.

fine parte II – continua

Andrea Mucedola

 

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