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L’organizzazione del personale militare e mercantile navale in epoca antica – parte I

tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: MARINE MILITARI
PERIODO: II SECOLO a.C. – XV SECOLO d.C
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Grado, funzione, titolo, personale militare

 

Spesso, non solo in campo navale, si fa confusione tra titolo e grado. Con titolo si intende il termine per designare persone che, a diverso livello, svolgono determinate funzioni a bordo di una nave. Nello specifico questo appellativo può essere attribuito temporaneamente, ovvero impiegato solo nel periodo di copertura di un incarico, o in via permanente come ad esempio per gli ufficiali di vascello che hanno ricoperto l’incarico di comandante a bordo di unità navali. Si parla invece di grado per definire il livello gerarchico di un ufficiale o di un graduato all’interno di un’organizzazione militare nel corso della sua carriera.

Questa confusione fa si che per un non addetto ai lavori le gerarchie in ambito marittimo siano abbastanza complicate, a volte presentando individui con gradi differenti e titoli simili. Per meglio comprendere tali strutture va premesso che, nella storia navale, l’organizzazione delle marine militari e mercantili non sempre viaggiò su binari paralleli in quanto i marinai potevano, a seconda del momento, avere compiti funzionali nell’una o nell’altra.

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Potremmo dire che quando lo Stato si basò per la sua sopravvivenza su una talassocrazia ebbe bisogno di creare delle strutture militari con un’identità ben precisa, rette da regolamenti ferrei che garantivano al sistema burocratico interno una gestione oculata delle loro esigenze. In questo caso spesso l’insieme di forze navali e forze di supporto logistico fu un tutt’uno all’interno delle diverse marine. Dove invece mancò la necessità di un’organizzazione militare regolamentata, i confini con il mondo mercantile si assottigliarono, creando spesso una certa anarchia nelle funzioni; in quel caso i marinai si trasformarono, a seconda delle circostanze, in mercanti, pirati, corsari o militari occasionali. Vedremo come, dopo l’epoca classica, si dovette arrivare al XVIII secolo per ritrovare Marine gestite da ufficiali professionisti con regolamenti ben precisi e vincolanti.

L’organizzazione romana
In tempi antichi, il comandante della flotta militare, ove esisteva, era un alto personaggio nominato politicamente che aveva alle dipendenze unità navali di diverso tipo comandate da ufficiali che si avvalevano di specialisti per la condotta delle stesse. Secondo Carro fin dall’epoca di Augusto tutti gli imperatori – tranne Claudio e Nerone, riservarono il comando delle flotte imperiali a praefecti di rango equestre prescelti prevalentemente dall’aristocrazia italica. Tra di essi forse il più importante era il comandante della Classis Misenensis di base a Miseno con alle dipendenze vice comandanti (subpraefecti) e comandanti delle vessillazioni navali (praepositi vexillationis). Questa struttura, che potremmo definire di stato maggiore, gestiva gli ufficiali in comando delle unità della flotta, chiamati navarchi e trierarchi. Il navarcus, come il trierarcus, era un termine di derivazione ellenica, già impiegato nelle poleis greche come capo della flotta militare. Non a caso, almeno inizialmente, molti comandanti della flotta romana provenivano dalle province orientali.

Nella pragmatica organizzazione romana, in cui le flotte erano ridistribuite opportunamente in zone di gravitazione geografiche diverse, il navarco spesso comandava più navi condotte a loro volta da trierarchi e si avvalevano di specialisti tra cui il pilota che governava il timone e le manovre. Il Navarcus, per analogia con l’esercito romano, aveva il grado militare di centurione in quanto qualsiasi nave da guerra era equiparata ad una centuria, anche se il loro trattamento economico era minore.

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Dopo aver debellato la minaccia dei pirati, non essendoci potenze marittime concorrenti, la flotta romana perse nel tempo l’attenzione imperiale. Solo nel tardo impero, la rinnovata pericolosità lungo le rotte, riportò la necessità di rinfrescare lo strumento navale.

In particolare, furono i Bizantini a ricostruire un’organizzazione efficiente per contrapporsi alla nuova minaccia che si affacciava nei mari orientali. Dal VII secolo la flotta bizantina fu comandata da uno stratēgos (stratēgos tōn karabōn/karabisianōn, “generale delle navi/gente di mare”), responsabile della difesa delle coste fino alla frontiera con il Califfato presso Seleucia in Cilicia, le isole dell’Egeo e i possedimenti imperiali nella Grecia meridionale. Un incarico che comprendeva quindi non solo l’efficienza delle navi ma anche la formazione del personale. Lo stratēgos aveva alle sue dipendenze due o tre tourmarchai (“Viceammiragli”), che si avvalevano di un certo numero di droungarioi (“sottoammiragli”) distribuiti nei comandi subordinati.

I livelli inferiori di organizzazione comprendevano squadroni di tre o cinque navi sotto il comando di un komēs o droungarokomēs, ed ogni nave era comandata da un capitano chiamato kentarchos (derivante dalle parole “centurione”). Talvolta, nelle fonti letterarie, questi comandanti erano ancora chiamati nauarchos o triērarchos.  

Interessante fu vedere come termini marinareschi, di diversa origine, si miscelarono in quel grande lago del mediterraneo.  Ad esempio la parola capitano, dal latino caput, capo, ovvero “chi è in testa” che troviamo in tante terminologie in tutte le marine, assunse significati a volte molto differenti, ed è ancora in uso ai giorni nostri.

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L’uso di titoli uguali per funzioni diverse creò una discrasia organizzativa profonda che nel tempo portò alla necessità di stabilire regole sempre più precise per inquadrare i doveri e le responsabilità del personale al comando e dirigenza delle forze marittime. E’ importante capire che questi regolamenti assegnarono compiti ma stabilirono anche regole per tutto il personale che includevano norme comportamentali militari e sociali, l’uso della stessa uniforme e gradi per riconoscere i diversi livelli.

continua

Andrea Mucedola

 

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