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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Liberty vs U boot: quanto realtà e quanto propaganda?

Reading Time: 12 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: DIDATTICA

parole chiave: Liberty, U boot

 

A quasi ottanta anni dalla fine della guerra mondiale e nonostante l’apertura e la disponibilità degli archivi storici delle principali marine, le valutazioni sui sommergibili tedeschi e sul loro impegno fondamentale, la Battaglia dell’Atlantico, possono essere, sotto certi aspetti, ancora molto controverse. Tale controversia non riguarda ovviamente gli aspetti tattici di tale battaglia ma le implicazioni industriali e propagandistiche della stessa, da parte di ambedue i contendenti, nonché le manipolazioni di carattere politico al riguardo.

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Con l’enorme massa di documentazione oggi già disponibile c’è da chiedersi se ragionevolmente qualsiasi delle due parti in lotta abbia mai creduto sino in fondo nel peso determinante della guerra sottomarina per l’esito finale del conflitto così come c’è da chiedersi perché il potere nazista, che pur disponeva di sufficienti ed abbastanza obbiettivi dati di valutazione, abbia continuato a richiedere un tale contributo di risorse e di vite umane alla propria Marina. La valutazione si sposterebbe quindi da un’analisi puramente storico-navale, quale sino ad ora sviluppata, ad un’analisi storico-politica-economico/industriale, molto più difficile, soggettiva ed ancora in parte carente di opportuni supporti. 

Quasi ottant’anni dalla conclusione della guerra, ma anche ottant’anni da programmi di costruzione di emergenza, da ambedue i lati, con aspetti similari (in Germania per le costruzioni navali, in particolare i sommergibili, negli USA per le navi da trasporto di ogni genere) è forse venuto il momento di abbandonare lo stereotipo della Battaglia dell’Atlantico, e della guerra sottomarina in genere.

Uno stereotipo creato in pieno clima bellico sull’onda della propaganda di parte e rafforzato, irrazionalmente in termini emotivi e razionalmente per impedire la completa smobilitazione delle flotte alleate, immediatamente dopo il conflitto, in piena guerra fredda quando non era ancora possibile l’accesso agli archivi e non era disponibile l’attuale massa di dati e documenti.

Ci si sarebbe aspettato che la minore emotività ed il progredire delle analisi, anche statistiche, avrebbero portato ad una revisione critica di tale stereotipo ma stranamente si è verificato solo un consolidamento e quasi un tentativo di giustificazione a posteriori dei concetti iniziali.

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Churchill e Roosvelt

Strumentalizzazione politica o visione del futuro?
C’è da chiedersi se gli alleati, Churchill da parte inglese ed ancora più  Roosevelt negli Stati Uniti, non abbiano volutamente amplificato a più riprese la minaccia, l’importanza, la portata ed i risultati della guerra sottomarina tedesca, tanto ai fini della propria politica interna quanto della giustificazione prima di un sempre maggiore coinvolgimento nel conflitto, poi della massiccia politica di aiuti agli alleati europei, infine della ripresa dei traffici (come preconizzava, anteponendola agli stessi programmi di guerra, lo stesso Ammiraglio Land).

Quando la strumentalizzazione e la drammatizzazione della battaglia dell’Atlantico raggiunse il suo apice, tra la fine del ‘42 e la metà del ’43, la sconfitta tedesca era già evidente, per ambedue le parti, e l’incidenza delle perdite, per l’economia di guerra alleata, era più che sopportabile. Se rischio ci fu, questo riguardò il Regno Unito ed è focalizzabile nel 1940, tanto per gli aspetti percentuali degli affondamenti rispetto ai traffici ed alle necessità inglesi quanto per gli aspetti psicologici e di deterrente dell’azione tedesca, ma in quel momento la marina tedesca non era pronta per una vera e massiccia offensiva subacquea.

In quel momento ed in quel contesto anche le deficienze intrinseche dello strumento subacqueo tedesco non sarebbero state determinanti e sarebbero state comunque in ombra delle deficienze contingenti, numeriche, organizzative ed operative, della R.N.

Sul versante tedesco, mentre appare logico evidenziare risultati dovuti quasi esclusivamente a una preparazione, a una mistica e una dedizione del personale che non sono venuti meno neppure nei momenti finali del conflitto, qualità che oltre a suscitare ammirazione e meritare rispetto non hanno tali riscontri di massa in nessun’altra Marina, è evidente la sproporzione ed i fini propagandistici con la quale sono stati evidenziati i dati che riguardano la tecnica e l’industria tedesca. 

Il vero avversario degli U-Boot nella battaglia dell’Atlantico erano le nuove costruzioni, fondamentalmente le Liberty, e non solo le unità anti sommergibili; in merito a tale minaccia  va considerato che per tali navi la preparazione del fattore umano (gli equipaggi) era secondaria, quasi ininfluente sull’efficienza del sistema e sulla capacità di rimpiazzo, mentre sugli opponenti, i sommergibili tedeschi, la preparazione era determinante, al punto che quando cominciarono le perdite di unità con personale addestrato, la mancanza di sommergibilisti divento il fattore critico. Questo spiega anche il perché del numero ridotto di sommergibili in agguato negli oceani contro l’alto numero di sommergibili mantenuti per addestramento nel Baltico.

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Analisi Statistiche
Il punto di partenza di un nuovo dibattito potrebbe essere un’analisi “economica” dello scontro, in termini di costo-risultati, e la prima riflessione critica dovrebbe riguardare i numeri in gioco. Molto spesso si è parlato e si parla di migliaia di sommergibili tedeschi impegnati nel conflitto: a prescindere dal fatto che, in tal caso, la maggiore difficoltà (pressoché insormontabile) sarebbe stata quella della preparazione di un numero adeguato di equipaggi e della qualità necessaria, la realtà numerica è ben diversa ed ancora oggetto di differenti interpretazioni e controversie su dati esatti, e pertanto risultati perfetti. Data la consuetudine tedesca di iscrivere nel naviglio militare le unità dal momento stesso in cui i disegni relativi all’ordine venivano trasmessi al cantiere costruttivo (indipendentemente dal fatto che poi l’ordine avesse corso o venisse cancellato) e la perdita di alcuni archivi, relativi soprattutto alle fasi finali del conflitto, non è (ancora) esattamente determinabile il numero esatto dei battelli effettivamente consegnati alla Marina tedesca, anche se i risultati di certe analisi convergono. In base all’ attendibilità delle fonti, escludendo sottomarini tascabili o siluri pilotati, si può ragionevolmente assumere che su 4712 unità subacquee iscritte nei registri navali tedeschi quasi 3600 (ossia circa il 75%) non siano state completate o neppure impostate sullo scalo (ciò non implica che in molti casi non siano stati approvvigionati i materiali od approntate sezioni delle stesse, dato il tipo di costruzione decentrata adottato).

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Il 17 novembre 1941 il Congresso autorizzò l’installazione di armi sui mercantili per la loro difesa, nonché l’imbarco del personale militare addetto. La prima nave ad esserne dotata fu la SS Dunboyne. L’armamento delle Liberty era strettamente rivolto alla difesa antiaerea e nel possibile antisommergibile, nel caso di attacchi in superficie. Consisteva in due cannoni navali, uno da 3” (76mm) ed uno da 5” (127 mm), il primo a prua ed il secondo a poppa, ed in quattro postazioni di mitragliere antiaeree da 20 mm collocate, una per lato, a metà tra la prua e il ponte di comando, quattro sul flying bridge (il cielo del ponte di comando) e due a poppa dietro il cannone, generalmente con armi singole, raramente binate.

Sempre con riferimento alle fonti più attendibili ed alla convergenza delle analisi, secondo la Royal Navy solo 1.160 sommergibili sarebbero stati consegnati alla marina tedesca durante la guerra, numero che sostanzialmente concorda con il dato degli archivi di Sylt, che riportano 1.171 unità. L’assunzione di tale dato, relativo agli oltre cinque anni di conflitto, porta ovviamente a ridimensionare l’immagine generale dell’impegno dell’arma subacquea tedesca ed in particolare della Battaglia dell’Atlantico, tanto in termini numerici quanto in termini di risultati, soprattutto quando si relazionano i battelli effettivamente presenti in area di operazioni ed i risultati effettivamente ottenuti.

In particolare, è interessante notare come, facendo riferimento a dati generalmente accettati di Axis Submarine Successes, le medie di affondamento o danneggiamento da parte dei battelli tedeschi risultano deludenti rispetto alle risorse ed agli sforzi profusi. 

In proposito si rileva che:

  • 25 Battelli attaccarono ed almeno danneggiarono 20 o più unità nemiche;
  • 36 Battelli attaccarono ed almeno danneggiarono tra 11 e 19 unità nemiche;
  • 70 Battelli attaccarono ed almeno danneggiarono tra 6 e 10 unità nemiche;
  • 190 battelli attaccarono ed almeno danneggiarono tra 1 e 5 unità nemiche;

ossia i risultati sono concentrati su una forza di soli 321 sommergibili, mentre una forza incredibile di circa 850 battelli in servizio non ha avuto alcuna influenza diretta sui risultati bellici. 

E’ ovvio che unità addestrative, unità trasporto o rifornimento, unità sperimentali o i battelli consegnati nel periodo finale del conflitto nulla contarono o poterono contare ai fini dei risultati diretti, ma anche così appare evidente che esiste una grande percentuale di unità di prima linea che – per  motivi vari ma tutti attribuibili ad un complesso di carenze prima ancora che all’ offesa nemica – non contribuirono ai risultati pur pesando notevolmente sull’economia generale del conflitto.

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SS John W. Brown, una delle quattro navi Liberty sopravvissute, fotografata nel 2000

Questa prima sintetica e superficiale analisi, anche alla luce della potenzialità industriale statunitense (basterebbe riferirsi in proposito alla sola produzione di Liberty e Victory ed ai tempi e modalità di tale produzione), da sola dovrebbe sfatare il mito del rischio mortale corso dagli alleati a conseguenza dei successi della guerra subacquea dell’Asse (e gli stessi obbiettivi fissati dall’USMC a fine 1942 partivano dal presupposto di una vittoria ormai certa. La stessa produzione in massa di sommergibili fu una decisione relativamente tardiva, subordinata alle speranze di Hitler di una conclusione rapida e favorevole di una guerra lampo limitata nel tempo: pur risalendo ai primi giorni di guerra la decisione di incrementare la produzione di naviglio militare, decisione formale e propagandistica che almeno inizialmente non trovò riscontro nell’ assegnazione di sufficienti quote di acciaio, fu solamente con la caduta della Francia che venne decisa e lanciata la produzione in massa di sommergibili, ovviamente sulla base dei progetti già disponibili e quindi privilegiando la quantità in termini di limitata strategia e scarsa preveggenza in una guerra che ormai si profilava di lunga durata.

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Pur considerandosi “periodi d’oro” (per i dati numerici assoluti di affondamento) l’estate/autunno del ’40, il maggio del ‘42,  febbraio / marzo del ‘43 ed accettando come inizio della sconfitta dell’arma subacquea tedesca il maggio 1943, il declino dell’ offensiva sottomarina tedesca avrebbe già dovuto essere evidente dall’inizio del 1941 (e non solo per la scomparsa dei più famosi ed esperti comandanti di sommergibile, come Günther Prien, con i loro equipaggi di veterani) quando i diari di guerra del BdU (Befehlshaber der Unterseeboote, Comando in Capo delle Forze Subacquee) già registravano le difficoltà delle unità dipendenti non solo per raggiungere i risultati sperati ma molto spesso anche per portare a compimento le missioni.

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Kapitane leutnant Günther Prien Günther Prien (Osterfeld, 16 gennaio 1908 – Oceano Atlantico, 7 marzo 1941), durante la seconda guerra mondiale tra i dieci migliori assi tedeschi degli U-boot della Kriegsmarine nel corso della seconda battaglia dell’Atlantico. Sotto il suo comando il sottomarino U-47 affondò più di trenta navi alleate per più di 200.000 tonnellate. Il suo successo maggiore fu l’affondamento della nave da battaglia britannica HMS Royal Oak,ancorata nella base navale di Scapa Flow, nelle isole Orcadi, in seguito al quale fu soprannominato “il toro di Scapa Flow”.

Ancora una volta è l’analisi statistica a darci conferma di tale valutazione. Il grafico precedente, come il successivo, è basato sul totale dei sommergibili operativi ed in mare (quelli classificati “al fronte” dalle statistiche ufficiali) dimostrano gli scarsi risultati e la bassissima efficienza della guerra sottomarina, in termini di “economia generale” del conflitto e relativi costi/benefici; si è ritenuto opportuno considerare tale parametro perché riflette più correttamente i costi veri e diretti della guerra sottomarina. Tenendo conto che esistono statistiche abbastanza attendibili del Comando sommergibili tedesco relative alla media giornaliera dei sommergibili in mare (grafico precedente), i dati relativi andrebbero ulteriormente interpretati e depurati per tener conto dei sommergibili effettivamente presenti in zona di operazioni, generalmente non superiori al terzo della forza totale in mare. Disponendo anche di dati statistici relativi agli affondamenti di navi mercantili negli stessi periodi è possibile calcolare con sufficiente approssimazione il numero medio di unità affondate per sommergibile in mare. La media degli affondamenti per unità operativa in mare è evidenziata nel grafico successivo ed anche a voler depurare tale analisi riferendosi ai soli battelli in agguato, nel primo dei momenti considerati più favorevoli (per i tedeschi) per la guerra sottomarina, l’autunno 1940, la media degli affondamenti può essere calcolata in 5 ½ unità mercantili / mese / sommergibile in agguato, ma la presenza in zona di operazioni era di soli 10 sommergibili!     

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I risultati di affondamento per sommergibile operativo sono sostanzialmente migliori rispetto alla media del grafico, per le considerazioni di cui sopra relative alla reale presenza in area di attacco, oltre ad indicare che in tale periodo ciascuna unità subacquea poteva condurre ripetuti attacchi, alla stesso obbiettivo. Senza dubbio, qualora si considerasse solamente il numero dei battelli realmente in zona di operazioni ed in agguato, la media dei risultati (tedeschi) per unità risulterebbe migliore (vedi testo) ma comunque non tale da giustificare l’impegno profuso ed il mito creato al riguardo. Quest’analisi non è poi riferita al tonnellaggio affondato ma bensì al numero delle unità mercantili affondate, nella considerazione che ai fini dei rischi e del “costo” dell’attacco la dimensione del bersaglio è ininfluente: d’altra parte se rapportiamo i “successi” dei sommergibili, in termini di tonnellaggio mercantile affondato, al totale del traffico effettuato nel corso del conflitto si ottengono dati ancora più sconfortanti ed inaccettabili in termini assoluti di costi/benefici.

In particolare, per quanto riguarda le Liberty e le navi del programma di emergenza, se su 2227 unità costruite si verificarono, a causa dei sommergibili, solo 125 affondamenti (114 da siluro, 11 da cannone), ossia 0,056% di perdite, e non tutte in Atlantico, il panorama è sotto certi aspetti deludente, una mancata analisi di fattibilità che renderebbe incomprensibili se non inaccettabili gli impegni dei programmi di costruzione di emergenza (in funzione della guerra ma non della ripresa in caso di vittoria).

Considerato poi che le 125 perdite contabilizzate non riguardano solo la battaglia dell’Atlantico, viene da chiedersi, con questi dati, quanto fosse inefficiente il sistema tedesco o quanto efficiente il sistema di protezione e convogliamento tardivamente adottato agli alleati. Non sono evidentemente valutabili in termini numerici e statici l’aspetto propagandistico e psicologico, il deterrente che i sommergibili hanno rappresentato ed i costi indiretti che gli alleati hanno dovuto sostenere per far fronte alla minaccia dei sommergibili della Kriegsmarine. Generalmente viene accettato l’assioma che gli affondamenti od i danneggiamenti del naviglio di superficie, soprattutto in occasione della battaglia dell’Atlantico (in effetti l’unica vera guerra condotta al traffico di superficie), sono direttamente proporzionali al numero di unità nemiche in area di operazioni.

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Nel secondo momento favorevole dell’offensiva subacquea tedesca, il cui picco coincide con il maggio 1942, la media di affondamenti è già scesa a 2 unità mercantili/mese/sommergibile in mare, con 61 sommergibili presenti in mare. Nel momento dell’offensiva subacquea considerato per gli Alleati  (strumentalmente) critico, in conseguenza delle perdite totali la media di affondamenti è già precipitata a ½ unità mercantile/mese/sommergibile in mare, con 116 sommergibili presenti in mare (in altre parole: ad un mese di permanenza in mare di due sommergibili tedeschi corrispondeva in media l’affondamento di una sola unità mercantile alleata). Basta correlare questo dato al numero di unità mercantili o da trasporto entrate in servizio nello stesso periodo.

Tali risultati, per di più correlati con la caduta percentuale delle perdite rispetto al totale del traffico, grazie al crescente impegno statunitense, avrebbero dovuto far riflettere gli strateghi del BdU sull’effettiva rispondenza dei propri sommergibili come strumenti ancora validi per le condizioni del conflitto ed avrebbero dovuto far riflettere, in tempi più recenti, gli storici navali. Interpolando i risultati (secondo grafico soprastante) appare quindi evidente che l’offensiva subacquea tedesca cominciò a perdere colpi ed efficacia, dando segni di collasso, già dall’inizio del 1941 (quando il programma di costruzioni di emergenza era ancora agli albori), forse come conseguenza di una “stabilizzazione” dello stato di guerra dove le caratteristiche tecniche degli strumenti e delle armi impiegati e la loro rispondenza ed adattabilità alle mutate e mutevoli esigenze del conflitto cominciarono ad avere un peso determinante e dove e quando cominciò a risultare minore il peso dell’esperienza e della  preparazione del personale, anche in conseguenza del ricambio, delle perdite subite e della necessaria espansione dei quadri.   

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VAdm Emory Land

Come conclusione si potrebbe disquisire se gli investimenti destinati ai programmi di costruzione di emergenza sarebbero stati meglio orientati verso i mezzi di contrasto, ma questo evidenzia anche l’influenza di pensiero della USMC (e dell’Ammiraglio Emory Land) che pensavano già alla vittoria ed alla ripresa dei traffici. Come conclusione secondo un’ottica operativa si può anche affermare che l’offensiva subacquea tedesca ha avuto successo sino a che il fattore umano, con la sua esperienza, la sua capacità inventiva, la possibilità di adattarsi a situazioni in rapida mutazione, è prevalso sul fattore tecnico.

Non sarà il caso di ipotizzare, per fare un parallelo ardito e provocatorio, che anche la marina tedesca, e la sua componente subacquea in particolare, fosse stata preparata fondamentalmente per la “guerra lampo” tanto cara alla filosofia bellica nazista? Non sarà il caso di ipotizzare, sempre nell’ottica di un parallelo ardito e provocatorio, che questa situazione, ben evidente agli analisti statunitensi ma anche percepibile alle “vittime” britanniche, sia stata sottaciuta per non sminuire la spinta al crescente impegno nel conflitto da parte dell’amministrazione statunitense? Certamente le analisi statistiche dimostrano che gli scarsi effetti del riarmo e del potenziamento della flotta subacquea tedesca furono il risultato di una decisione tardiva ed arrivarono troppo tardi per poter veramente influire sull’ esito del conflitto.

Queste considerazioni, e valutazioni, estese in termini di provocazione, vogliono essere un contributo sia per un dibattito sull’efficacia e sui risultati dell’arma sottomarina tedesca nel corso della Seconda Guerra Mondiale correlato alle potenzialità industriali tanto tedesche quanto statunitensi, posizione su fronti opposti, offesa contro difesa,  senza peraltro disconoscere che la guerra subacquea e la conseguente difesa antisom furono uno dei due elementi condizionanti e di evoluzione della strategia navale e quindi delle Marine militari durante e dopo il conflitto.

Gian Carlo Poddighe
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Questo articolo è pubblicato in concomitanza con la pubblicazione sul sito Academia.edu di un’analisi sulle costruzioni di emergenza statunitensi nella 2^GM; per l’argomento sono stati riportati e confrontati i dati di un articolo dello stesso autore apparso in due edizioni (U-Boot: mito, realtà e propaganda) prima sulla Rivista Italiana Difesa, RID, nel novembre del 1998, poi aggiornato sino al 2014 sulla base di nuovi dati disponibili da nuove pubblicazioni e da un miglior accesso agli archivi delle Marine combattenti.

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