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Fuoco a bordo, un pericolo conosciuto sin dall’antichità

Reading Time: 8 minutes

livello elementare
.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: NA
AREA: NA
parole chiave: fuoco in mare

Un incendio a bordo è sempre stato ed è tuttora una delle situazioni più pericolose per l’equipaggio di una nave. Che sia fortuito o generato da un sabotaggio o da un attacco deliberato, questa emergenza dimostra la sua violenza attraverso l’effetto distruttivo che si scatena nei locali invasi da fiamme e fumi. La visibilità scende a zero e si è ovattati in una nuvola soffocante e acre. Il panico si diffonde e solo un addestramento adeguato può far ridurre i danni per le strutture e l’equipaggio.

Sebbene oggigiorno esistano sistemi automatici che possono intervenire per lo spegnimento degli incendi, il concorso umano per contrastare questo tipo di emergenze è ancora essenziale.

La capacità odierna di intervento deriva dalle lezioni acquisite dopo gli incidenti avvenuti nei secoli a bordo delle navi. In questo articolo vedremo come il fuoco sia stato un pericolo sin dall’antichità per le navi e come i marinai impararono molto presto ad usarlo come sistema di offesa contro i loro avversari. 

test di esplosione sul KNM Trondheim, una nave norvegese in disarmo usata come test bellico … un incendio devastante seguì l’impatto del missile sulla sua fiancata

Una minaccia antica
A parte le cause fortuite, non da trascurare, il fuoco fu impiegato come arma di offesa sin dall’antichità. Tucidide narra la costruzione di una nave di legno resinoso di pino che, dopo essere stata incendiata, fu usata come arma contro gli Ateniesi nel 415 a.C., durante la guerra del Peloponneso. Non fu un episodio unico. Le fonti antiche raccontano che una nave in fiamme fu lanciata contro la flotta di Alessandro Magno durante l’assedio di Tiro, appiccando il fuoco a qualunque cosa fosse sulla sua rotta.

L’impiego di imbarcazioni incendiarie è narrato nella cronache della battaglia di Chibi, chiamata anche delle scogliere rosse, che ebbe luogo in Cina tra il 208 e il 209, uno degli avvenimenti più famosi della storia militare cinese. L’esercito imperiale era sotto il comando del generale Cáo Cāo che confidava nella vittoria per la propria schiacciante superiorità numerica. Non si hanno resoconti precisi riguardo allo svolgimento della battaglia, tuttavia sembra che il comandante Zhou Yu riuscì a disperdere le forze di Cao Cao in una serie di scontri navali, utilizzando con sapienza il fuoco, e affrontandone le forze imperiali decisamente superiori spezzandole in piccoli gruppi. L’uso di queste navi incendiarie provocò la disfatta e i sopravvissuti dell’esercito di Cao Cao furono messi in rotta. Sembra che Zhou Yu avesse utilizzato delle imbarcazioni appositamente costruite con doghe di legno, canne secche e olio, facilmente incendiabili, che venivano poi rilasciate contro le navi avversarie.

Nel VI secolo dopo Cristo furono impiegate dai Bizantini delle misture incendiarie al fine di bruciare le infrastrutture marittime e le unità navali avversarie, lanciate con catapulte o con ingegnosi cannoni ad acqua. Una specie di tubi lanciafiamme che proiettavano quel liquido incendiario, chiamato “fuoco greco”, che non poteva essere spento e si riaccendeva quando a contatto con l’aria. Questa mistura era già nota in Medio Oriente e sembra che fu portata a Bizanzio da un profugo siriano di nome Kallinicus. Nonostante la sua formula non sia mai stata rivelata, consisteva probabilmente in una mistura di zolfo, nafta, potassio e nitrato, che veniva lanciata sui vascelli nemici tramite quei primitivi “cannoni” lancia fiamme.

L’efficacia di questi ordigni fu tale che fu deciso di dotare tutte le navi della potente flotta di Bizanzio con questi congegni. Ma non solo, la flotta si avvalse di una rete di depositi a terra per la fabbricazione e conservazione del misterioso e segreto liquido incendiario. Nel VII secolo d.C. la flotta saracena, nel tentativo di assediare Costantinopoli, fu bloccata da “un mare di fiamme”, causato forse anche da recipienti galleggianti colmi di questa infernale mistura. Al di là della loro reale efficacia, sembra che il fattore “sorpresa” sconcertò a tal punto i Saraceni da farli rinunciare all’idea di impossessarsi della città.

distruzione del ponte di barche di Anversa, le esplosioni ed il fuoco fecero la loro parte

Altro episodio degno di nota che fu, per un certo aspetto, precursore della guerra navale di mine moderne, fu la distruzione del ponte di barche di Anversa del 1585. La città, posta all’estuario del fiume Schelda, era ritenuta imprendibile se non dal mare. Alessandro Farnese, Duca di Parma e di Piacenza, al servizio del re di Spagna, che aveva già riconquistato sistematicamente tutte le Provincie delle Fiandre, si era dovuto fermare di fronte alla fortificatissima città di Anversa e aveva deciso di bloccare il porto con un lungo ponte di barche tra le due sponde, impedendo così il flusso di vettovagliamenti vitali per la sopravvivenza della città ribelle. Un altro italiano, Federico Gianibelli, progettista delle infrastrutture difensive della città, propose al Senato di Anversa di distruggere il ponte impiegando tre barconi da 300 tonnellate carichi di polvere nera rilasciati alla deriva. Tale proposta fu considerata poco fattibile e gli fu concesso di impiegare solo due barche, da 60 e 70 tonnellate che fece riempire di esplosivo, materiali ferrosi e grosse pietre. Nella notte tra il 4 e 5 aprile, accese le micce poste sui ponti di coperta, e le fece spingere dalla corrente verso il ponte di barche.

l’attacco al ponte di Anversa

Gli Spagnoli, allertati dai fuochi accesi contemporaneamente su alcune barche per creare una diversione, si concentrarono su di esso, ignari di cosa stava per succedere. Sebbene una solo delle barche esplose, lo scoppio fu talmente violento da stupire lo stesso ideatore; si aprì una breccia di oltre trecento metri che spezzò il ponte, distruggendo sei dei vascelli spagnoli ed uccidendo più di ottocento soldati. Le pietre poste sul ponte della barca furono scagliate a centinaia di metri dal punto dell’esplosione e distrussero parte delle batterie spagnole costiere, seminando il terrore nelle forze assedianti. La notte di Anversa restò nell’immaginario collettivo e il terrore del fuoco si diffuse.

Tre anni dopo, il ricordo della notte di Anversa era ancora così vivido nelle menti dei marinai che la semplice minaccia di un simile evento causò la prima sconfitta dell’Invincibile Armada. L’Ammiragliato inglese, preoccupato dell’approssimarsi della potente flotta spagnola, inviò, nella zona di Graveline, i suoi migliori Comandanti su unità leggere e veloci, nel disperato tentativo di rallentare l’imminente invasione dell’Inghilterra. Sebbene le loro navi fossero tecnicamente più adatte a navigare in quelle zone di bassi fondali, gli inglesi si rendevano conto che un eventuale scontro con i galeoni spagnoli non avrebbe potuto avere esito favorevole a causa della loro superiore potenza di fuoco.

la notte infernale della battaglia di Graveline. Sei brulotti segnarono l’inizio della fine della flotta di invasione spagnola dell’Invincibile Armata

Il pensiero corse subito alla terrificante notte di Anversa: “Considering their hugeness twill not be possible to remove them but by a device”. Sir William Winter, uno dei più valenti comandanti inglesi, pensò di sfruttare l’effetto sorpresa. La notte del 7 agosto 1588, sei piccole barche apparvero improvvisamente in fiamme all’orizzonte, trasportate dalla forte corrente verso i galeoni alla fonda. L’avvistamento delle navi in fiamme ed il grido di allarme, per l’approssimarsi di quelle che furono subito chiamate le “maquinas de minas” o “Anversa’s fired ships”, si diffuse rapidamente. Nella fretta di salpare dagli ancoraggi, quattro galeoni spagnoli si urtarono a vicenda, altri due presero fuoco scontrandosi con le barche in fiamme: l’Armada spagnola era ormai caduta nel caos totale. Nelle sei ore di combattimento, la confusione causò danni superiori a quelli immaginabili dagli intrepidi e spavaldi capitani di Elisabetta. La battaglia di Graveline fu l’inizio della fine dell’Invincibile armata spagnola.

Queste navi incendiarie vennero chiamate in seguito brulotti. Spesso si trattava di piccole navi, sufficientemente capienti per imbarcare materiale esplosivo e combustibile, facilmente infiammabile che veniva stivato nei vari ponti dell’imbarcazione, adattate a questa funzione bellica. Erano dotate di rampini, detti anche grappini o raffi, fissati su delle aste per agganciarsi più facilmente al sartiame della nave nemica. I brulotti venivano quindi lanciati, con il favore della corrente, verso le navi avversarie, specialmente quando ancorate, con l’intenzione di appiccare il fuoco alle strutture. Come materiale esplosivo, per favorire la distribuzione dei dardi di fuoco sulle infrastrutture nemiche, venivano usate delle botti di polvere nera e carbone, catrame, grasso animale e composti chimici come il salnitro, una miscela di nitrati di potassio e sodio.

Le misture erano micidiali e l’equipaggio della nave attaccante difficilmente avrebbe potuto spegnere gli incendi. La presenza di palle di cannone e pezzi di roccia, compattati in diversi scomparti interni dell’imbarcazione, a seguito dell’esplosione ne aumentava il danno. Sono stati trovati pochi resti di brulote. Ne sono stati documentati solo tre: uno sulla costa di Sitges, che è il più descritto e il più antico, e gli altri sulle Isole Scilly (Gran Bretagna) e a St. Malo (Francia).

dipinto del pittore fiammingo naturalizzato genovese Cornelio de Wael (Anversa, 1592 – Roma, 1667) che commemora uno degli epici scontri navali avvenuti durante le guerre anglo-olandesi succedutesi durante la seconda parte del XVII secolo.

Non ultima la battaglia del 11 aprile 1809 presso l’isola di Aix (foce della Charente). La squadra francese, composta da 12 navi e 3 fregate, è posta sotto gli ordini del vice ammiraglio Allemand che si prepara per raggiungere le Antille. L’11 aprile, le forze coinvolte sono le seguenti: 34 navi (1260 cannoni) alle quali devono essere aggiunti 40  brulotti sul lato inglese e 15 navi e piccole unità (1036 cannoni) sul lato francese. Alle 2100 iniziò l’attacco inglese alle navi francesi all’ancoraggio dell’isola di Aix utilizzando le navi incendiarie della squadra dell’ammiraglio inglese Gambier.

L’immagine  mostra i dettagli specifici di uno dei brulotti inglesi, in particolare la porta di uscita tra i due cannonieri più a poppa; la catena che fissa la barca per consentire la fuga all’ultimo momento; un’apertura a poppa per accendere la miccia ed rampini sui bracci. Rispetto alle fire ship della battaglia di Graveline usate da Winter e da Drake, si trattava di un arma molto più sofisticata.

In solo due ore la flotta francese subì una dura sconfitta che fece infuriare non poco Napoleone Bonaparte e costò la vita al comandante di uno dei vascelli, il Calcutta, Jean Baptiste Lafon, condannato a morte e fucilato “per aver vigliaccamente abbandonato la sua nave in presenza del nemico“. Tanto fece il fuoco. 

11 aprile 1809 la flotta francese è attaccata e messa in rotta tramite dei brulotti incendiati. Una dura sconfitta per i francesi che persero 5 navi e di fatto il controllo della situazione. quadro di Thomas Whitcombe, 1817.

Nel tempo queste armi micidiali furono impiegate sempre meno, a causa della nascita di mezzi sempre più sofisticati, ma quello che resta, nell’immaginario collettivo, è la paura per il fuoco a bordo. Le guerre navali moderne hanno lasciato molte lezioni acquisite che hanno consentito di maturare un approccio sempre più efficace per contrastare gli incendi in mare. Il filmato che potrete vedere è uno dei più gravi incidenti avvenuti nel dopoguerra. L’analisi dell’incidente rivelò carenze organizzative gravissime che portarono ad una revisione delle procedure antincendio.

Oggigiorno, ogni nave militare e mercantile ha a bordo un’organizzazione di emergenza che si basa su sistemi attivi (squadre antincendio in porto e in mare) e passivi (materiali ignifughi) per il contrasto e la prevenzione degli incendi ma, soprattutto, sull’addestramento continuo di tutto il personale di bordo. Ma di questo parleremo con maggiori dettagli in un prossimo articolo. 

Andrea Mucedola

 

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