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Finanza, commercio e guerra: gli affari dei Genovesi dal Quattrocento alla Rivoluzione Francese – parte I

tempo di lettura: 9 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XV  – XVIII SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Repubblica di Genova

 

Introduzione
Per questa conferenza ho scelto un titolo che, come avrete notato, travalica i limiti cronologici del secolo d’oro. Perché l’ho fatto? Perché per capire il secolo d’oro bisogna guardare anche a ciò che è successo prima e a ciò che succederà dopo. In particolare bisogna guardare anche ai due secoli che nella narrazione tradizionale sulla storia di Genova sono sempre stati considerati di decadenza:

– il Quattrocento, secolo di decadenza della Repubblica marinara medievale dopo i fasti dei tre-quattro secoli precedenti; una decadenza determinata dalla sconfitta contro Venezia nella guerra di Chioggia (1372-1380);

– il Settecento, un secolo di decadenza dopo i fasti del lungo secolo d’oro; una decadenza in questo caso provocata dalla crisi della Spagna e dalle sue bancarotte, perché i fasti del secolo d’oro erano legati alla conversione di Genova da città marittima e commerciale a città di banchieri al servizio della Spagna. Una conversione come sappiamo avvenuta nel Cinquecento.

Ma non basta una visione cronologicamente ampia per capire il secolo d’oro. Abbiamo bisogno anche di qualcos’altro, ossia di un punto visuale dal solito ovvero non dobbiamo concentrarci solo sulla storia di Genova, intesa come storia della città e della Repubblica, ma dobbiamo sulla storia dei Genovesi che, tra il XV ed il XVIII secolo, sono un soggetto particolare solo in parte legato a Genova e alla sua Repubblica.

I Genovesi sono un soggetto internazionale, che fa affari a livello europeo e a livello globale
Genova e la sua Repubblica hanno un ruolo fondamentale negli affari dei Genovesi, e lo vedremo, ma la storia di questi affari travalica i confini della città e della Repubblica, ha un orizzonte molto più ampio, un orizzonte che sfugge se questa storia viene raccontata guardando solo a Genova e alla sua Repubblica. Oggi, quindi, vi parlerò in primo luogo della storia degli affari dei Genovesi. Questa storia negli ultimi è stata oggetto di un numero sempre crescente di ricerche, ed è grazie a queste ricerche (in parte ancora inedite, in parte pubblicate solo all’estero) e ad alcuni lavori datati (ma evidentemente poco considerati, come quelli di Heers sul Quattrocento e di Felloni sul Settecento) se oggi vi posso presentare un quadro diverso da quello tradizionale solitamente proposto dai manuali. È un quadro, quello che vi proporrò, nel quale si fa fatica a trovare momenti di crisi e fasi di decadenza nel quale le frasi canoniche “la decadenza inizia dal…” tendono a scomparire perché perdono di senso e di significato, e cedono il posto ad una dinamica di lungo periodo decisamente più lineare.


I Traffici nel Quattrocento

Partiamo da una di queste frasi canoniche: “Genova decade a partire dalla fine della guerra di Chioggia (1380) perché perde lo scontro con Venezia per il controllo del commercio nel Levante”. Non è assolutamente vero. Dopo il 1380 i Genovesi sono presenti nel Levante come e forse più di prima. Neanche l’espansione ottomana li mette fuori gioco, perché gli Ottomani hanno bisogno dei Genovesi per smerciare i prodotti che arrivano dall’Oriente attraverso le vie carovaniere asiatiche. Genova perde (e perderà) le colonie (Caffa nel Quattrocento, Chio solo nel 1566) ma i Genovesi mantengono la loro presenza, la loro presenza non dipende dall’esistenza di colonie, i porti sono empori aperti in cui i Genovesi operano come prima.

I Genovesi quindi continuano ad operare nel Levante mediterraneo, nonostante la vittoria veneziana. Ma non solo; se allarghiamo lo sguardo troviamo i genovesi impegnati a commerciare per mare e per terra in tutta Europa. Li troviamo nell’Italia tirrenica, a Marsiglia; nei regni di Napoli e di Sicilia; a Londra e nelle Fiandre; in Spagna e in Portogallo, in Nord Africa, addirittura in Polonia. Commerciano di tutto, sia merci pregiate (spezie, seta, metalli preziosi) sia quelle povere (grano, sale, allume, mastice, gualdo, legname, vino, carta, lana ecc.). E le merci povere sono importanti come quelle pregiate. Anche i traffici di merci povere, infatti, sono ottimi affari, rendono molto.

Navi e cantieri
Per guadagnare con le merci povere ci vogliono però grandi navi, perché le quantità di merci trasportate devono essere ingenti. Ed è proprio nel Quattrocento che la flotta mercantile genovese è caratterizzata da un tendenza al gigantismo. È l’epoca di quelle grandi navi che comunemente vengono chiamate caracche, ma che in realtà si chiamano naves o navi. Sono bastimenti enormi per l’epoca, la gente si accalca sui moli a guardali quando arrivano in un porto. Vanno bene sia per il commercio che per la guerra. Quelli genovesi sono i più grandi dell’epoca, e la flotta genovese è quella che ne ha il maggior numero.

Si tratta di navi costruite sulle spiagge della Liguria (soprattutto del medio Ponente, tra Sampierdarena e Savona), e sono navi di ottima qualità; in Liguria si fanno ottime navi quindi, e non solo nel Quattrocento, ma per tutti i tre secoli successivi. Non è vero che i genovesi, ossia i liguri, perdono, in età moderna, la capacità di fare ottime navi. Non è vero che dopo il Medioevo non si tengono al passo nella tecnologia della costruzione dei grandi velieri. Tutt’altro, nel Cinquecento, nel Seicento e nel Settecento in Liguria si varano navi, galeoni (prima) e vascelli (poi) di ottima qualità. Vi racconto un aneddoto. A metà Seicento quando Genova vuole dotarsi di una squadra di vascelli da guerra in servizio permanente ne acquista quattro in Olanda, perché costano di meno e i tempi di consegna dei cantieri olandesi sono inferiori a quelli dei cantieri liguri. Quando i vascelli arrivano però si capisce perché: sono navi pessime se comparate con quelle varate dai cantieri liguri. Gli olandesi puntano sul basso costo e la rapidità di costruzione; i genovesi cercano invece la qualità, e i vascelli successivi, non a caso, saranno commissionati a cantieri liguri. I maestri d’ascia liguri girano per l’Appennino scegliendo gli alberi uno ad uno. I tempi di costruzione sono quasi biblici, i costi elevatissimi, ma il prodotto finale è eccezionale

Strumenti finanziari
Abbiamo quindi un quadro molto ricco e vivace per il Quattrocento, con i Genovesi protagonisti del commercio europeo. Ma il sistema economico genovese non è fatto di solo commercio. Il commercio ha alle spalle un sistema finanziario sviluppato e moderno, fatto di immensi capitali e degli strumenti per mobilitarli. Sappiamo che i genovesi sono stati grandi banchieri a partire dal Cinquecento, ma la loro competenza finanziaria non è nata dal nulla. Nel Quattrocento (ma anche prima) i traffici genovesi hanno bisogno di investimenti, di credito e di denaro, cioè di denaro coniato. Il denaro coniato cartaceo, la cartamoneta, per come lo conosciamo oggi però non esiste, esiste solo denaro coniato in metallo; metallo prezioso soprattutto, oro e argento. Il problema però è la quantità. Il metallo prezioso è poco; e questo rappresenta una strozzatura per gli affari. Ma i genovesi hanno necessità di trafficare, e se il denaro non c’è bisogna crearlo. Come? Utilizzando tutta una serie di strumenti che permettano di fare transazioni di denaro senza spostare materialmente le monete di metallo. Questi strumenti sono l’assegno, la girata e la lettera di cambio.

Sono tutti pezzi di carta, ma pezzi di carta che permettono di effettuare transazioni, anche a distanza, senza muovere le monete. Anche la Casa di San Giorgio va inserita fra questi strumenti. Perché è vero che nasce nel 1407 come istituto di gestione del debito pubblico e di emissione di titoli di debilito pubblico, i “luoghi” (l’equivalente dei nostri bot e btp). Ma già nel 1408 la Casa apre un banco di deposito e credito. Chi aveva denari depositati ed investiti in San Giorgio poteva effettuare transazioni semplicemente attraverso una scrittura di trasferimento di una partita da un conto ad un altro, senza muovere monete. Il Banco di San Giorgio sconta anche i titoli di credito; è, in sostanza, una Banca di Stato, la prima in Europa, perché nasce 200 anni prima della Banca d’Inghilterra.

Nel momento del passaggio tra Quattrocento e Cinquecento l’ambiente economico genovese era quindi quanto mai vitale e, cosa più importante, era molto particolare. Perché? Perché aveva in sé tutte quelle caratteristiche che sono proprie del moderno capitalismo finanziario e commerciale. I genovesi avevano capitali immensi, rare competenze nella finanza, esperienza nei traffici marittimi (ivi comprese le assicurazioni). In più avevano anche competenza ed esperienza nella guerra sul mare (a partire dalla costruzione delle galee, nella loro gestione e nel come utilizzarle in battaglia; per secoli non avevano fatto altro che combattere sul mare).

Il sodalizio con la Spagna: alcune riflessioni
I Genovesi erano quindi gente rara, che nel Cinquecento inizia a fare gola alle nuove potenze europee emergenti, la Francia e la Spagna-Impero, perché queste hanno bisogno di soldi e di gente capace negli affari per finanziare le loro guerre. Tutte e due cercano di tirare i genovesi dalla propria parte; la spunta la Spagna, con Carlo V, che si accorda con Andrea Doria (1528), l’uomo che in quel momento rappresenta il patriziato genovese. Da questo momento i genovesi mettono i propri capitali e le proprie competenze nella guerra navale al servizio della Spagna. Bisogna però riflettere sul valore di questa frase, ossia sul significato che ne diamo: i Genovesi sono “al servizio della Spagna”?

Vi spiego cosa intendo. La Spagna usa i capitali e le galee genovesi, e le usa per la fare la propria politica di potenza. Ma anche i Genovesi ci guadagnano, infatti il legame con la Spagna è un’opportunità non da poco.

I Genovesi ci guadagnano, prestando capitali alla Corona spagnola e affittandogli le galee; ma non solo: sfruttano la politica di potenza spagnola per i propri interessi, anzi, arrivano in buona parte a determinarla. La Spagna dipende così tanto dai capitali genovesi che non può fare a meno di assecondare gli interessi dei genovesi. Andrea Doria e Giovanni Andrea Doria figurano tra i così detti “costruttori di strategie” di Carlo V e del figlio, Filippo II, e naturalmente elaborano, suggeriscono ed impongono strategie che corrispondono anche e soprattutto agli interessi dei genovesi. Anche le così dette “bancarotte spagnole” sono gestite dai Genovesi. Non sono affatto bancarotte; sono sospensioni temporanee dei pagamenti decise dalla cupola dei banchieri genovesi residenti a Madrid. Questi si riuniscono, prendono atto della potenziale insolvenza della Corona, stabiliscono un piano di rientro spalmato su più anni e lo presentano al re, che non può fare altro di accettarlo. In questo modo non ci perdono nulla e incrementano il loro controllo sulle finanze regie. Ma c’è di più. Quando gli Spagnoli gestiscono male una guerra (e quindi i capitali che questa assorbe) ecco che a guidare la macchina bellica spagnola ci finiscono dei Genovesi: è il caso della guerra di Fiandra, contro gli Olandesi. L’armata di terra spagnola viene affidata ad Ambrogio Spinola e la flotta a suo fratello, Federico. Non è un caso che siano due Spinola. Perché gli Spinola sono tra le famiglie protagoniste dei prestiti alla Spagna. È la cupola dei banchieri che vuole di due Spinola nelle Fiandre, per gestire direttamente una guerra che si sta rivelando militarmente ed economicamente disastrosa.

C’è ancora un altro elemento che da la misura di quanto l’ago nella bilancia del rapporto Spagna-Genovesi sia inclinato dalla parte di questi ultimi. Quando Andrea Doria si accorda con Carlo V ottiene, per contratto (con relativa clausola), che il nuovo stato genovese, che lui e i patrizi che lo sostengono hanno in mente, resti indipendente, non venga annesso alla Spagna. Questo nuovo stato è la Repubblica di Genova (finalmente Repubblica, non più Comune); nasce nel 1528. È uno stato che sarà, nella sostanza, il baricentro dell’Impero spagnolo per quasi due secoli. E lo sarà non solo dal punto di vista finanziario, ma anche, per quanto riguarda il Mediterraneo, dal punto di vista geo strategico, perché l’Impero spagnolo nel Mediterraneo è formato da territori divisi da mare, e l’asse di comunicazione principale utilizzato dagli Spagnoli per raggiungere Milano, Napoli e Palermo passa da Genova. Gli Spagnoli ci provano ad annettere Genova. Accade dopo la congiura dei Fieschi del 1547. Carlo V invia suo figlio, il futuro Filippo II, a trattare con Andrea Doria e col suo braccio destro, un grande banchiere, Adamo Centurione. Ma Andrea e Adamo non ci sentono. Ribadiscono che Genova sta e starà con la Spagna, ma a modo suo, e presentano a Filippo un piano di riforma della Repubblica in senso autoritario. Glielo offrono a mò di garanzia, ma in realtà il piano è fatto in primo luogo nel loro interesse.

fine prima parte – continua

Emiliano Beri

 

Testo della conferenza tenuta da Emiliano Beri il 23 gennaio 2018 nell’ambito del ciclo di incontri “Genova nel secolo d’oro (1528-1684)” (curato dall’Associazione Genovapiedi e da Giacomo Montanari)

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