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Finanza, commercio e guerra: gli affari dei Genovesi dal Quattrocento alla Rivoluzione Francese – parte II di Emiliano Beri

Reading Time: 10 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XV  – XVIII SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Repubblica di Genova

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Perché i Genovesi ci tengono tanto ad avere uno stato indipendente? La spiegazione va cercata sempre negli affari, negli interessi economici. L’indipendenza, infatti, garantisce la libertà di movimento negli affari.

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Gli affari dei Genovesi tra il Cinquecento ed il  Seicento: alcuni esempi

Essere legati alla Spagna è un’opportunità, perché è la maggiore potenza del momento e sta costruendo un impero mondiale. Ma se Genova venisse annessa e la Spagna andasse in crisi? Genova, da annessa, la seguirebbe. Non solo. Se Genova venisse annessa i Genovesi potrebbero fare affari con i nemici della Spagna? Certamente no. La strategia dei Genovesi è quindi chiara: leghiamoci alla Spagna, ma teniamoci uno stato tutto nostro, che ci garantisca la possibilità di sganciarci dalla Spagna se sarà necessario e ci dia la possibilità di fare affari anche con i soggetti che alla Spagna non vanno molto a genio.

Un esempio? L’affare del corallo
Il corallo è un ottimo esempio sia della portata globale che hanno gli interessi genovesi, anche grazie alle opportunità offerte dal legame con la Spagna, sia dei vantaggi dell’indipendenza di Genova e della libertà di movimento che ne deriva. Il corallo rosso mediterraneo è prezioso, perché ha una valenza speciale in età moderna: è l’unica merce europea, insieme all’argento, che ha mercato in Cina. Per accedere al mercato delle spezie e dei manufatti cinesi non c’è alternativa: servono argento o corallo. I genovesi controllano il mercato del corallo: sia perché la sua pesca è un’attività specializzata che fanno solo i liguri (prima del Ponente, poi, nel XVIII secolo, del Levante) e i napoletani; sia perché hanno il controllo delle aree dove viene pescato; Corsica (genovese), Sardegna (spagnola) e Tabarca (isola tunisina, concessa dal sovrano di Tunisi alla famiglia genovese dei Lomellini). 

Il corallo, una volta pescato, come arriva in Cina? Le vie sono due, ed entrambe portano a Goa, una colonia portoghese in India. La prima, attiva tra il Cinquecento ed il Seicento, parte da Alessandria d’Egitto e raggiunge Goa attraverso il Mar Rosso e Aden. La seconda, attiva tra il tardo Seicento ed il primo Settecento, parte da Lisbona; è la rotta marittima portoghese Lisbona-Goa, che circumnaviga l’Africa. Ora, il Portogallo è spagnolo dal 1580 al 1640, dopo il 1640 il Portogallo e la Spagna sono concorrenti e nemici. Ma questo non impedisce ai Genovesi, indipendenti, di fare affari coi Portoghesi. I rapporti con i Portoghesi precedono il 1640 e lo seguono, lo stato di guerra con la Spagna non influisce minimamente.

Nella seconda metà del Seicento troviamo, ad esempio, i Genovesi a Lisbona impegnati nel commercio con il Brasile e con l’Angola portoghese (lo vedremo meglio a breve). Goa è quindi, tra tardo Seicento e inizio Settecento, il terminale del traffico del corallo genovese gestito da due fratelli Fieschi. Ed è anche la base di partenza del traffico di ritorno: perché questi due Fieschi fanno muovere il corallo tra il Mediterraneo e Goa e i diamanti di Golconda (India) e le spezie di Ceylon, insieme a prodotti cinesi, da Goa al Mediterraneo.

Giannizzero XV secolo

Nel caso di Alessandria d’Egitto il valore dell’indipendenza genovese e della libertà di movimento che ne deriva è ancora più evidente. Alessandria è un porto dell’Impero ottomano, nemico giurato della Spagna. Come fanno i Genovesi ad accedere la porto di Alessandria? Semplice, si mettono in società con dei Francesi (di Marsiglia), altri nemici della Spagna, ma amici degli Ottomani. Essere in società coi Francesi permette quindi l’accesso ad Alessandria, ma non solo, ha anche un secondo vantaggio: garantisce l’immunità delle imbarcazioni utilizzate dai Genovesi di fronte ai corsari ottomani e barbareschi. Gestiscono l’affare la famiglia Di Negro: sono loro ad entrare in società coi Marsigliesi, ad usufruire dei salvacondotti francesi da mostrare ai corsari: tutto fatto in barba alla Spagna.

Il governo genovese favorisce in ogni modo la loro attività, concedendo degli sgravi fiscali, il diritto di armare navi da guerra, di utilizzare i cavalleggeri e le torri della Corsica e di costruire, se necessario, anche nuovi torri (lo faranno, finanziandole di tasca propria). I Di Negro chiedono anche di poter tenere un giannizzero sull’ammiraglia della flotta di coralline (che conta, a seconda dell’anno, tra le 150 e le 200 unità), cioè un soldato scelto ottomano che possa mostrare i salvacondotti francesi ai corsari barbareschi. È l’unica concessione che il governo genovese rifiuta: avere un giannizzero a bordo di una nave genovese è troppo, anche per la flessibilità pragmatica dei Genovesi.

Il corallo è solo un esempio
Nel Seicento, i Genovesi fanno altri ottimi affari sfruttando la loro posizione autonoma rispetto la Spagna, e sfruttando al contempo il legame con la Spagna. Commerciano, come ho già accennato, col Brasile, colonia portoghese, e nello stesso momento commerciano anche con le colonie spagnole in America. E anche in questo caso, ve l’ho già detto, il 1640 non è un problema. Quando i Portoghesi si ribellano alla Spagna gli affari coi Genovesi continuano: Genovesi e Portoghesi si accordano.

scudo famiglia Lomellini

I Genovesi stanno tranquillamente a Lisbona come a Madrid, la rivalità tra Spagna e Portogallo non li riguarda. Nella seconda metà del Seicento troviamo i Genovesi anche nell’Africa equatoriale portoghese (a Luanda, in Angola), per la gestione, ottenuta in monopolio, della tratta schiavile verso le colonie americane della Spagna. In questo momento i Genovesi (compagnia Lomellini-Grillo) controllano il commercio triangolare Europa-Africa-America e usano navi liguri per muoversi nell’Atlantico.

Sempre in questo momento anche la Flotta spagnola della Indie, quella che porta l’argento americano in Spagna, è fatta soprattutto di navi genovesi, sia nella componente mercantile che in quella militare (la componente militare è formata da una squadra di vascelli genovesi, con bandiera spagnola naturalmente, comandata da Ippolito Centurione). Ma per vendere schiavi nelle colonie spagnole i Genovesi si accordano anche con i nemici degli Spagnoli: non solo con i Portoghesi (per acquistare schiavi a Luanda) ma anche con Inglesi e Olandesi (la WIC, Compagnia olandese delle Indie Occidentali) – storici nemici degli Spagnoli – per usufruire di altre fonti di approvvigionamento di schiavi, per avere accesso ai porti inglesi e olandesi nelle Antille e per non avere rogne con i corsari/pirati Inglesi e Olandesi, che non disdegnano mai di predare qualche nave spagnola, anche in tempi di tregua o di pace.

L’argento americano
I soggetti che fanno soldi con tutti questi e con altri affari (abbiamo anche mercanti di cannoni, di pelli, sete e molto altro) sono gli stessi che prestano capitali alla Spagna, sono i classici banchieri genovesi. Soggetti che, quindi, non sono solo banchieri, diversificano gli affari e gli investimenti, guadagnando su più fronti. Prima vi ho citato l’argento, come unica merce spendibile in Cina insieme al corallo. L’argento è un altro dei grandi affari genovesi. È argento spagnolo, viene estratto in Messico e in Perù, ma una gran parte resta spagnolo per poco, perché la Spagna è perennemente indebitata coi genovesi e i genovesi ricevono in pagamento di interessi e crediti tonnellate di argento. Stiamo parlando di quantità immense di denaro: nelle fiere di cambio (appuntamento trimestrali in cui vengono trattati debiti e crediti, come nella attuali camere di compensazione bancarie) i banchieri genovesi nel primo Seicento muovono capitali per 100 milioni di scudi d’oro annui. Si tratta di una cifra pari alla somma dei bilanci di stato di Spagna, Francia, Inghilterra e stati italiani messi assieme.

Forse avrete sentito qualche volta quella frase che identifica Genova come tomba dell’oro americano
C’è un doppio errore in questa frase. Il primo è di traduzione: la frase, di Francisco de Quevedo, è sul “dinero”, e va tradotto come argento. Il secondo è dell’autore. Quevedo quando scrive questa frase non sa probabilmente che l’argento, una volta arrivato a Genova, viene investito in una pluralità di affari. L’argento viaggia, lungo tanti percorsi diversi. I genovesi lo usano per finanziare tutti gli affari di cui abbiamo parlato finora, e altri ancora, ad esempio l’acquisto di seta siciliana, a Messina e Palermo, o l’acquisto di feudi e titoli nobiliari nel Regno di Napoli. Uno dei percorsi più interessanti dell’argento genovese è quello che raggiunge Londra. Nell’anno 1600 gli inglesi fondano la Compagnia della Indie Orientali per commerciare con India e Cina; hanno quindi bisogno di argento, perché abbiamo detto che per commerciare con l’Oriente serve l’argento. Si rivolgono quindi a chi ha argento, e nessuno in Europa in quel momento ha così tanto argento come i Genovesi. I Genovesi glielo vendono, facendolo transitare attraverso la Spagna fino ai porti delle Asturie e della Galizia; in barba agli spagnoli, perché gli inglesi sono nemici degli spagnoli. Ma come fanno i Genovesi a farlo arrivare nei porti asturiani e galiziani, visto che gli Spagnoli, naturalmente, non vogliono? Usano le casse dell’Inquisizione che godono dell’immunità, ossia non possono essere controllate dalle autorità statali spagnole. I genovesi sono ben introdotti nell’Inquisizione spagnola: in quegli anni Agostino Spinola, figlio di Ambrogio, è arcivescovo di Siviglia, membro del Consiglio di Stato della Corona ed è legato all’Inquisitore generale Pacheco. Così le casse dell’Inquisizione diventano il vettore per fare affari con gli, eretici, Inglesi.

La grande truffa del Seicento
Un altro percorso interessante compiuto dall’argento è quello che lo porta, per pochi anni, nella seconda metà del Seicento, nell’Impero ottomano, tramite Smirne. I Genovesi hanno tanto argento e gli Ottomani apprezzano molto l’argento e hanno molto da vendere (merci orientali, pelli soprattutto). D’altro lato gli Ottomani apprezzano l’argento soprattutto in una forma, una moneta francese, il luigino; e hanno una debolezza, non se ne capiscono molto di monete, non sanno riconoscere quelle false. I Francesi sfruttano questa debolezza e cominciano a usare come mezzo di pagamento luigini adulterati.

I Genovesi fiutano l’affare, intavolano trattative con gli Ottomani (perché fino a quel momento erano in guerra), stipulano un accordo e cominciano a mandare navi a Smirne, cariche di luigini adulterati. I patrizi genovesi coniano luigini nelle zecche dei loro feudi nell’Appennino e nel Basso Piemonte, così non devono rendere conto alla Repubblica di quello che fanno. Il luigino originale ha 8/12 di argento. I Genovesi iniziano a coniarli con 7/12, poi con 6, poi con 5, 4 e 3/12… arrivano fino a 2/12. A 2/12 ecco che qualcuno se ne accorge: sono gli inglesi, che commerciano con gli Ottomani e ricevono in pagamento delle loro merci tonnellate di questi luigini falsi. Quando gli Inglesi si scaldano, perché questa speculazione danneggia i loro affari, il Sultano interviene e il traffico cessa. Ma è durato abbastanza per far guadagnare ai Durazzo e ai loro soci cifre enormi. L’altra faccia della medaglia è quella dei danni provocati all’economia ottomana: la Grande Truffa la devasta, provocando un’inflazione di dimensioni tali da essere considerata oggi come fattore centrale nella crisi dell’Impero, crisi che si concretizza, non a caso, proprio alla fine del Seicento.

Il Settecento
Nel Seicento, quindi, i Genovesi sono più attivi e più ricchi che mai. E nel Settecento? È questo il secolo della crisi dei Genovesi? La Spagna nel Settecento cessa di essere una grande potenza; e Genova, la segue nel declino? La risposta è no. Il declino spagnolo inizia dopo il 1659. I banchieri genovesi se ne rendono conto e cominciano a sganciarsi dalla barca che affonda. Iniziano a prestare sempre meno soldi alla Spagna e cercano altri investimenti, più sicuri, sempre nel debito pubblico. Nella seconda metà del Seicento ecco capitali investiti nel debito pubblico dello Stato della Chiesa e alla Repubblica di Venezia. Poi nel Settecento i Genovesi diversificano ancora di più, e investono nel debito pubblico sostanzialmente di ogni stato europeo: Francia, Austria, principati tedeschi, Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Regni di Napoli e Sicilia, Granducato di Toscana, Regno di Sardegna, Russia e ancora la Spagna (contribuendo anche, dopo la guerra di Successione spagnola e l’ascesa dei Borbone, a ricostruirne la flotta, sotto direzione di Stefano De Mari e con navi anche genovesi). Si tratta di investimenti per milioni e milioni di lire genovesi, ancora cifre enormi quindi, garantite dal gettito delle tasse dei debitori. In Russia, ad esempio, i prestiti alla zarina Caterina la Grande sono garantiti dal gettito della tassa sul consumo di vodka. Un investimento sicuro in Russia non poteva che incardinarsi sul consumo della bevanda tradizionale. Nel Settecento i Genovesi continuano anche a commerciare, soprattutto nel Mediterraneo, che nel Settecento è un teatro molto più vitale di quanto si pensi. Normalmente si pensa che il Mediterraneo decada dopo il Cinquecento. Di sicuro non è più il centro nel mondo, ma continua ad essere vitale, e nel Settecento l’intensità dei traffici al suo interno sembra crescere (ma questo è un tema ancora da studiare). Fuori dal Mediterraneo troviamo ancora genovesi nell’America Latina. Se nell’Ottocento l’emigrazione ligure prenderà la via del Sud America un motivo c’è. I Genovesi qui sono presenti da secoli, forse fin dal Cinquecento, poi sicuramente nel Seicento, e ancora nel Settecento e nell’Ottocento: è una presenza persistente.

Nel Settecento, quindi, i Genovesi sono ancora attivi negli affari, e sono ancora ricchissimi. Nel 1787 un Durazzo lascia, alla morte, un patrimonio di 17 milioni di lire. È più del triplo del bilancio dello stato genovese (5 milioni); è una cifra quasi pari allo stanziamento straordinario stabilito dalla Francia rivoluzionaria per salvare la patria in pericolo nel 1793 (20 milioni di franchi). Si tratta di una cifra enorme; ed è solo un esempio di quale fosse ancora la ricchezza dei Genovesi.

Conclusioni
Un brutto colpo i Genovesi lo ricevono proprio dalla Rivoluzione francese, che azzera i crediti vantati verso il regno di Francia. Ma ancora alla fine del Settecento e nei primi decenni dell’Ottocento i Genovesi sembrano avere cifre enormi da investire. Nel 1797 gli Stati Uniti si rivolgono ad un Durazzo per avere un prestito, ma l’affare sfuma perché gli gli Stati Uniti non sono considerati del tutto “affidabili”. Le informazioni raccolte dal console genovese negli States fanno optare il Durazzo per condizioni che gli americani non accettano. Quindi, tirando le somme, quando si concretizza la decadenza dei Genovesi? Nell’Ottocento? Può darsi, ma è un secolo ancora da studiare in gran parte. È vero che nel Settecento i Genovesi non hanno più una posizione predominante nella finanza mondiale. Ora non sono i più ricchi del mondo come nel Secolo d’oro (1528-1684), non perché siano decaduti, ma perché altri li hanno affiancati e superati: i Britannici e soprattutto gli Olandesi.

Quindi se vogliamo usare il termine decadenza lo dobbiamo fare al massimo in senso relativo, non assoluto, come perdita di predominio, non come reale impoverimento. È lo stato genovese, la Repubblica, a vivere una fase di crisi nel Settecento, ma non i Genovesi, il discorso per i Genovesi appare del tutto differente.

 

Prof. Emiliano Beri

Testo della conferenza tenuta da Emiliano Beri il 23 gennaio 2018 nell’ambito del ciclo di incontri “Genova nel secolo d’oro (1528-1684)” (curato dall’Associazione Genovapiedi e da Giacomo Montanari)

 

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