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livello elementare
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ARGOMENTO: PIRATERIA
PERIODO: XVIII SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: pirateria
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Ci fu un tempo in cui l’ignobile attività del commercio di schiavi non solo era tollerata ma perseguita con profitto anche da membri del parlamento britannico. Raccontiamo oggi la storia di una nave maledetta, la Whydah, nata come nave negriera e diventata poi vascello pirata. Tutto iniziò nel 1715 quando la fu acquistata da Sir Humphrey Morice, un membro del parlamento inglese conosciuto come il “maggior mercante di schiavi di Londra dei suoi tempi”.
La nave aveva una lunghezza di 34 metri ed era provvista di tre alberi a vele quadre. Con il suo tonnellaggio di 300 tonnellate poteva navigare ad una velocità di 13 nodi. Non male per l’epoca. Il suo strano nome, Whydah, derivava dal regno africano omonimo, famoso per ospitare il commercio degli schiavi dell’Africa occidentale, l’attività alla quale era stata destinata dal politico inglese. Per il suo particolare utilizzo era stata quindi allestita come nave trasporto e destinata alla tratta degli schiavi oltre Atlantico.
Il viaggio inaugurale
All’inizio del 1716, la Whydah partì per il suo viaggio inaugurale, portando con se diverse merci per lo scambio locale con schiavi dell’Africa occidentale. Dopo aver viaggiato nell’Africa occidentale, toccando gli odierni Gambia, Senegal, Nigeria e Benin, lasciò l’Africa con circa 500 schiavi, oro, gioielli e avorio, navigando verso occidente. Dopo essere arrivata nei Caraibi, vendette il suo carico di schiavi in cambio di metalli preziosi, zucchero, indaco, rum, legno di sequoia, pimento, zenzero e ingredienti medicinali, da portare in Inghilterra. Di costruzione, la nave era armata con 18 cannoni da sei libbre, un numero che poteva comunque essere aumentato a un totale di 28 in caso di guerra. Verso la fine di febbraio del 1717, la Whydah, al comando del capitano Lawrence Prince, un ex bucaniere che era stato al servizio di Sir Henry Morgan, stava navigando tra Cuba e Hispaniola quando fu attaccata dai pirati di “Black Sam” Bellamy.
Il capitano Samuel Bellamy, detto Sam Black Bellamy, era noto ai suoi contemporanei e cronisti come una figura distinta, un uomo alto, forte, ben educato e molto ordinato. Gli piacevano i vestiti costosi, soprattutto i cappotti neri. Le sue armi preferite erano quattro pistole da duello che portava sempre nella sua fascia. Veniva descritto come: “He made a dashing figure in his long deep-cuffed velvet coat, knee breeches, silk stockings, and silver-buckled shoes; with a sword slung on his left hip and four pistols on his sash. Unlike some of his fellows, Bellamy never wore the fashionable powdered wig, but grew his dark hair long and tied it back with a black satin bow.” Come capitano di nave, il suo stile di guida era “relativamente” democratico. Il suo equipaggio era molto affezionato a lui e lo aveva soprannominato il “Robin Hood of the Sea”.
In battaglia era un buon tattico. Di solito, utilizzava due navi: una nave ammiraglia, con molti cannoni, ed una seconda leggera ma veloce; il che permetteva attacchi coordinati per catturare facilmente le navi senza danneggiarle. Al momento della cattura della Whydah, Bellamy aveva infatti due navi, la Sultana con 26 cannoni ed uno sloop con 10 cannoni chiamato Marianne, al comando di Paulsgrave Williams. Dopo un inseguimento di tre giorni, il comandante della Whydah decise di abbandonare la nave vicino alle Bahamas. Bellamy ne prese possesso e decise di usare la Whydah, decisamente più comoda, come nuova nave ammiraglia.
Come spesso accadeva a quel tempo, molti membri dell’equipaggio della nave catturata decisero di rimanere a bordo e si unirono ai pirati. Di certo il reclutamento dei pirati era costo-efficace: i neo pirati avevano un miglior trattamento dei marinai regolari, maggior guadagno e regole chiare e senza distinzioni di classe. Furono liberati gli schiavi africani, ed arruolati i nuovi marinai indipendentemente dal fatto che fossero inglesi, europei o nativi americani. In un gesto di benevolenza verso il Capitano Prince, che si era arreso senza combattere, Bellamy gli consegnò la Sultana insieme a 20 £ in argento e oro. La Whydah fu quindi equipaggiata con ulteriori dieci cannoni ed adattata per il nuovo uso.
Fu una scelta oculata visto che in pochi mesi furono attaccate e saccheggiate con successo numerose navi mercantili. Bellamy e il suo equipaggio quindi salparono per le Carolinas e si diressero a nord lungo la costa orientale delle colonie americane, puntando verso la costa centrale del Maine, saccheggiando i villaggi e catturando le navi commerciali lungo il percorso.
Ma il vento stava cambiando e non solo in senso meteorologico
La Whydah fu coinvolta in una tempesta che danneggiò pesantemente la nave e la costrinse a dirigere verso Nantucket Sound, per effettuare riparazioni maggiori, probabilmente nella baia di Rhode Island. A questo punto del racconto, entrano in gioco le leggende, storie che tra i marinai non mancano mai. I pirati si erano appena impossessati di un carico di vino di Madera e si racconta che Bellamy decise di dirigersi verso Cape Cod per visitare la sua giovane amata, Mary Hallett.
Il 26 aprile 1717, nei pressi di Chatham, Massachusetts, la Whydah entrò in un denso banco di nebbia. Le cose incominciarono ad andare storte. Come per maledizione, al tramonto, i venti calarono completamente e l’enorme banco di nebbia rese praticamente nulla la visibilità. Nulla di peggio, in un epoca in cui si navigava a vista o con le stelle. La sicurezza della navigazione era affidata alle vedette ed al suono della campana per segnalare la propria presenza per evitare collisioni in mare. In breve tempo le quattro navi della flotta di Bellamy si persero di vista. Non fu che l’inizio. Le condizioni meteorologiche peggiorarono rapidamente ed una furiosa tempesta con venti di burrasca si sviluppò da est-nord est portando la nave, ormai in baia delle onde, verso le pericolose secche di Cape Cod. La Whydah incapace di manovrare si incagliò di fronte a quella che oggi è chiamata Marconi Beach, nei pressi del villaggio di Wellfleet, Massachusetts. A mezzanotte urtò un banco di sabbia, inchinandosi in cinque metri di acqua a circa 150 metri dalla costa. Sottoposta a venti da 110 nodi con onde di 10 metri, l’albero principale si spezzò, trascinando la nave in circa 9 metri d’acqua. La nave naufragò portando con se oltre quattro tonnellate di argento e oro, più di 60 cannoni e tutto il suo equipaggio di 144 uomini. Appena le condizioni migliorarono, gli abitanti di Cape Cod, famosi predatori relitti, si affrettarono a saccheggiare i resti del vascello. Venuto a conoscenza del naufragio, il governatore Samuel Shute inviò immediatamente sul posto il capitano Cyprian Southack, esperto in recuperi di navi ed abile cartografo, per recuperare il tesoro e le merci della nave.
Quando Southack raggiunse il relitto, il 3 maggio, scoprì che parte del relitto era ancora visibile emergendo dall’acqua, ma il resto della nave era disperso lungo quattro miglia di costa. Nel suo dettagliato rapporto Southack riportò di aver dato sepoltura a 102 dei 144 membri dell’equipaggio ma di non aver ritrovato il corpo del capitano. Secondo le dichiarazioni dei pochi sopravvissuti, al momento del suo affondamento il Whydah trasportava da quattro a cinque tonnellate di argento, oro e gioielli, che erano stati divisi in parti uguali in sacchi e immagazzinati tra i ponti della nave. Southack salvò alcuni oggetti dalla nave ma solo una piccola parte del tesoro e scrisse che “Le ricchezze, con i cannoni, sarebbero state sepolte nella sabbia“. Inoltre, egli scrisse al governatore, con una non velata amarezza, che le continue tempeste nella zona e l’intensa resistenza da parte della comunità locale, gli avevano impedito il recupero di qualsiasi cosa di prezioso. Con ciò, la posizione esatta della nave, le sue ricchezze e le sue armi furono considerate perse, per cui il favoloso tesoro e la fine del Capitano Samuel Bellamy divennero presto una leggenda del mare. Una leggenda che non fu l’unica a nascere … alla storia del tragico naufragio si unì quella di Mary Goody Hallet, giovane amante abbandonata dal nobile capitano.
La leggenda della strega di Weelfleet Ms. Mary “Goody” Hallet visse realmente ad Eastham tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700. Le cronache raccontano che Mary (o Maria) fosse bionda e molto attraente. All’età di quindici anni incontrò “Black Sam” Bellamy e rapidamente si innamorarono; una romantica storia d’amore tra la bella del villaggio ed il pirata dai bei modi e pieno di fascino. Samuel presto ripartì promettendo che sarebbe tornato per sposarla ma la fanciulla si accorse di essere incinta. Piena di vergogna, nascose la gravidanza e, quando alla fine partorì, si sparse la voce che dopo il parto aveva ucciso il bambino soffocandolo. Quando gli abitanti del villaggio di Eastham scoprirono l’accaduto, la accusarono di aver fatto un patto con il diavolo, ipotizzando che avesse anche segni demoniaci sul suo corpo. Il padre, dietro una lauta donazione, ottenne che non fosse imprigionata ma gli anziani la cacciarono dal villaggio. Mary, disperata e senza aiuti, si trasferì a Wellfleet in una piccola baracca nel quartiere Marconi, che porta ancora il soprannome di Goody Hallet Meadow. Gli abitanti del villaggio, credendo fosse una strega, avevano il divieto di parlarle per cui rimase in isolamento. Alcuni dicono visse gli ultimi anni struggendosi per Sam Bellamy, mentre altri che stava aspettando il suo tempo per vendicarsi di lui che l’aveva abbandonata. Di fatto, nell’aprile del 1717, Black Sam Bellamy stava veramente tornando da lei ad Eastham ma incappò in una tempesta. In quella notte di tregenda, con venti tempestosi, lampi e tuoni, gli abitanti del villaggio dissero di averla vista in piedi sulle scogliere, agitando le mani e lanciando una maledizione contro Sam che combatteva impotente la tempesta. La leggenda dice che i due, finalmente riuniti, fuggirono insieme. Un altra versione racconta che Maria abbia recuperato il tesoro di Sam dal relitto del Whydah e lo abbia seppellito da qualche parte a Wellfleet. La più suggestiva racconta che gli abitanti del villaggio furono così inorriditi da ciò che le avevano visto fare che, armati di torce e forconi, la inseguirono nella palude di White Cedar, dove la sventurata perse la sua tragica vita. Naturalmente non poteva mancare il fantasma che vaga ancora senza pace in quelle lande. |
Al di là delle leggende sembra che i resti di Black Sam Bellamy siano stati effettivamente trovati vicino al relitto della sua nave, nel febbraio 2018. Il corpo era vicino a una pistola, identificata come una delle sue. Sembra che il riconoscimento sia stato confermato dal test del DNA sui resti confrontati con quelli di un suo discendente.
La scoperta del relitto

campana della Whydah, autore Jjsala File:Whydah-bell.jpg – Wikimedia Commons
Nel 1984 Barry Clifford ha ritrovato il relitto di Whydah basandosi sulla mappa originale disegnata da Southack nel 1717. La cosa straordinaria fu che i resti della nave furono scoperti dopo 260 anni a soli 4,3 metri di profondità , al di sotto di un metro e mezzo di sabbia. Dal suo sono stati recuperati più di 200.000 pezzi singoli. Una delle principali scoperte, avvenuta nell’autunno 1985, fu la campana della nave, che riportava “THE WHYDAH GALLY 1716” , prova dell’identità del relitto. Tra i reperti di Whydah recuperati da Clifford c’era anche una piccola scarpa di pelle nera, insieme a una calza di seta ed un osso di perone, in seguito determinata ad essere quella di un bambino tra gli 8 e gli 11 anni.
Inoltre, nella documentazione della nave era stato registrato un giovane membro dell’equipaggio della Whydah, un ragazzo di circa 11 anni, di nome John King. Il giovane John scelse effettivamente di unirsi all’equipaggio di propria iniziativa il novembre precedente, quando Bellamy aveva catturato la Whydah sulla quale lui e sua madre erano passeggeri. La sua scelta lo portò a perdere la sua giovane vita nelle fredde acque di Cape Cod. Una pagina triste di questa nave maledetta.
Il Whydah Pirate Museum a MacMillan Wharf a Provincetown, nel Massachusetts, dedicato a Samuel Bellamy ed alla Whydah che ospita molti manufatti ritrovati nel relitto. Tra di essi un cannone che conteneva … pietre preziose, oro e manufatti. Una parte dei circa 200.000 reperti finora recuperati sono attualmente esposti in un tour itinerante negli Stati Uniti sotto il patrocinio della National Geographic Society. Ma la ricerca continua.
Andrea Mucedola
in anteprima tesoro dei pirati in mostra al Museo di Scienze Naturali di Houston – autore Theodore Scott
Whydah-gold.jpg – Wikimedia Commons
Se volete approfondire la sua storia, consiglio la lettura di:
Clifford, Barry; Perry, Paul (1999). Expedition Whydah : the story of the world’s first excavation of a pirate treasure ship and the man who found her (1st ed.). New York, NY: Cliff Street Books. p. 261. ISBN 978-0-06-092971-8.
Clifford, Barry; Turchi, Peter (1993). The pirate prince : discovering the priceless treasures of the sunken ship Whydah : an adventure (1993 Hardcover ed.). New York: Simon & Schuster. ISBN 978-0-671-76824-9.
Woodard, Colin (2008). The republic of pirates : being the true and surprising story of the Caribbean pirates and the man who brought them down (1st Harvest ed.). Orlando, Fla.: Harcourt, Inc. pp. 28–29. ISBN 978-0-15-603462-3.
The Way of the Pirates, “Famous Pirate: Samuel Bellamy, The Romantic Pirate”
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ammiraglio della Marina Militare Italiana (riserva), è laureato in Scienze Marittime della Difesa presso l’Università di Pisa ed in Scienze Politiche cum laude all’Università di Trieste. Analista di Maritime Security, collabora con Centri di studi e analisi geopolitici italiani ed internazionali. È docente di cartografia e geodesia applicata ai rilievi in mare presso l’I.S.S.D.. Nel 2019, ha ricevuto il Tridente d’oro dell’Accademia delle Scienze e Tecniche Subacquee per la divulgazione della cultura del mare.