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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: REGIONE ARTICA
parole chiave: Trump, Groenlandia
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Parafrasando lo slogan del momento, non è la prima volta che Washington guarda alla grande isola danese. Già nel 1867, gli Stati Uniti avevano offerto di acquistare la Groenlandia e l’Islanda (anch’essa allora danese, poiché la sua indipendenza arrivò solo nel 1918), a similitudine dell’acquisto dell’Alaska dalla Russia. In seguito, la Groenlandia fu sottoposta a controllo alleato – di fatto statunitense – durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo l’occupazione nazista della Danimarca perchè non si poteva permettere che i Tedeschi prendessero possesso dell’isola. L’interesse rimase tanto che, alla fine della guerra, Copenaghen rifiutò un’offerta di acquisto di cento milioni di dollari da parte di Washington. Nel 2019 Trump riaprì la questione, dichiarando che per gli Stati Uniti sarebbe stato “un affare eccellente” ma il governo danese, allora come oggi, dichiarò di non essere intenzionato a vendere, e il governo locale di Nuuk affermò di non voler diventare americano.
In questo clima acceso, il faro mondiale si accese sulle elezioni in Groenlandia, con una vigilia pesantemente influenzata da interventi clamorosi ed una spesso aggressiva propaganda esterna. Di fatto le elezioni parlamentari si sono tenute l’11 marzo 2025 per il rinnovo dell’Inatsisartut, il parlamento autonomo del territorio autonomo che fa parte (ancora) del Regno di Danimarca [anche se con forti aspettative per un possibile distacco]. Elezioni indette in anticipo di circa un mese dalla scadenza naturale della legislatura, con una interessata mossa a sorpresa del Primo ministro in carica, Múte Bourup Egede, al fine di riottenere un supporto popolare per l’attuazione delle sue politiche nel contesto di rinnovate attenzioni sull’isola, sia interne [il tradizionale rapporto con Copenaghen] sia totalmente esterne, con l’obiettivo di staccare la politica estera dal mandato, istituzionale, assegnato al governo danese.

Múte Bourup Egede
Questo è uno dei motivi che potrebbe spiegare, anche se non giustificare, l’aggressività della politica trumpiana. Le elezioni hanno visto l’inaspettata vittoria dei Democratici (D), in Groenlandia un partito di centro-destra, precedentemente all’opposizione, che ha ottenuto 10 seggi su 31 all’assemblea, superando le forze favorite di centro-sinistra precedentemente al governo, Inuit Ataqatigiit (IA) e Siumut (S), che si sono contratte rispettivamente a 7 e 4 seggi – giungendo rispettivamente terze e quarte. Il partito Naleraq, sempre di centro-destra, é emerso secondo con 8 seggi, e le elezioni hanno visto il consolidamento dell’affine Atassut, che ha mantenuto 2 seggi.
Nonostante dal punto di vista ideologico la vittoria sia stata chiaramente assegnata alle formazioni del campo di centro-destra, poiché la situazione politica groenlandese ruota principalmente alla questione dell’indipendentismo e autonomismo dal Regno di Danimarca ed alle modalità con cui perseguirla, il quadro politico generale è comunque risultato frammentato per via della diversità di vedute anche all’interno di fazioni ideologicamente affini e la contemporanea emergenza di due grandi blocchi ideologici in contrasto tra loro. In estrema sintesi rendendo difficoltosa la formazione di una nuova coalizione politica.

Una situazione che appare ancora fluida, con previsioni divergenti, ma sulla veridicità e fondatezza dei sondaggi, e sugli effetti sul voto dei nuovi sistemi di propaganda e influenza possono esserci molti dubbi. Di fatto prendendo atto sia dei sondaggi precedenti le elezioni, sia della stampa locale che di quella danese, sembrerebbe che solo il 6% dei residenti vorrebbe unirsi agli Stati Uniti, mentre l’85% non vorrebbe che l’isola diventasse parte degli Stati Uniti, ma è anche la stessa percentuale di coloro che sono insoddisfatti dei rapporti con la Danimarca.
In cima all’agenda del nuovo parlamento resterà comunque l’indipendenza (e i tempi per ottenerla) da chi la vuole subito a chi ritiene che l’isola debba prima rendersi autonoma dal punto di vista economico e finanziario, puntando sulle risorse minerarie (che si spera esistano ed in tal caso non si sa in quanto tempo)
Si prospettano pertanto tre scenari per il futuro della Groenlandia:
– restare nel Regno di Danimarca come nazione con piena sovranità,
– diventare una repubblica indipendente,
– fare un accordo di associazione con un altro paese, non necessariamente la Danimarca;
Curiosamente nessuna delle parti in causa ha mai affrontato il problema di fondo, quello dell’immigrazione, in un momento in cui permane l’illusione dell’autonomia a valle dello sfruttamento delle risorse minerarie o energetiche. Basterebbero poche migliaia di immigrati per spostare gli equilibri totalmente a sfavore dell’attuale popolazione, in maggioranza autoctona, e sarebbe il classico caso di un suicidio.

Volendo pensare male sarebbe la soluzione ideale per nazioni che hanno ampia esperienza di sfruttamento di immigrazioni pilotate, come la Cina o la Russia. L’unica sicurezza politica per i groenlandesi in questo inevitabile processo di sviluppo ma anche di crescita della popolazione (che non può essere per sviluppo demografico) sarebbe quello dello status quo, restando nel Regno di Danimarca come nazione con piena sovranità ed autonomia; di fatto un riconoscimento molto tutelante.
Perdente in questo contesto è stata la Danimarca, il cui primo ministro, Mette Frederiksen, ormai da tempo non tratta più la questione come una provocazione, e molto tardivamente avrebbe voluto portarla a livello di problema prioritario, anche di difesa della UE dichiarando “... C’è solo un modo per superare tutto questo, ed è una cooperazione europea sempre più stretta e solida”, intessendo fitti contatti personali i suoi omologhi europei. La Danimarca aveva interessato gli alleati europei, mantenendo un basso profilo per non infiammare la situazione, e il 27 gennaio aveva annunciato stanziamenti per la difesa per oltre 2 miliardi di euro per la “sicurezza della regione Artica” in collaborazione con i territori autonomi della Groenlandia e delle isole Faroer. Si può sostenere che tutti questi approcci siano il frutto di concezioni ideologiche relative al cosiddetto “momento unipolare”.

Henry Kissinger – Foto della Biblioteca LBJ – autore Marsha Miller, 26/04/2016
È anche degno di nota il fatto che Henry Kissinger – famoso per aver sostenuto che l’arte di governare deve essere formulata sulla base di calcoli concepiti per favorire l’interesse nazionale nell’equilibrio globale del potere – fu uno dei più stretti consiglieri di politica estera di Trump, anche se senza ricoprire alcuna posizione ufficiale nella sua amministrazione. Questo è il contesto in cui deve essere compreso l’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia; la questione va quindi ben oltre l’ambito di mere “operazioni immobiliari” con cui si è trattato di ridicolizzare le vivaci dichiarazioni di Trump … le ramificazioni di tale interesse sono quindi molto più profonde e andrebbero viste in termini di grande strategia.
Giancarlo Poddighe
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