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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: SICUREZZA MARITTIMA
parole chiave: Operazioni contro il narcotraffico
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Esistono guerre che non sono alla luce del sole ma sono combattute quotidianamente da uomini e donne, spesso a rischio della loro vita, per salvaguardare la nostra sicurezza. Uno dei casi meno noti è l’impiego delle forze marittime nel contrasto al narcotraffico; negli ultimi trent’anni, il contrasto al contrabbando di stupefacenti in mare è diventato una priorità a livello mondiale e vede coinvolte forze di polizia e militari in una lotta impari e senza esclusione di colpi contro la criminalità organizzata che per suoi traffici impiega mezzi sofisticati come sommergibili in grado di navigare ad alta velocità tra le acque interne dei fiumi fino ai limiti della acque territoriali, di fatto quasi invisibili ai radar di sorveglianza marittimi.

submersible usato dai narcotrafficanti – Fonte Si Hutton
Le news di queste ultime settimane stanno rivelando aspetti fino ad oggi poco noti su una guerra sommersa contro organizzazioni criminali spietate con collegamenti internazionali.
Anche se poco nota, la lotta al narcotraffico è in atto da decenni con la collaborazione di molti Paesi dell’area centro-sudamericana (stranamente non del Venezuela) come Brasile, Canada, Chile, Colombia, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Francia, Honduras, Messico, Olanda, Panama, Perù, Spagna, Trinidad and Tobago e Gran Bretagna.

Il pattugliatore HNLMS Zeeland dopo aver intercettato un carico contenente oltre 2.000 chilogrammi di droga nel Mar dei Caraibi. L’incidente è avvenuto durante un pattugliamento notturno tra il 28 e il 29 gennaio 2019. I pacchi di droga e l’equipaggio sono stati consegnati alla Guardia Costiera statunitense. Fonte Ministero della difesa dei Paesi Bassi
https://www.defensie.nl/…/marine-onderschept-ruim-2000-kilo-drugs
Nella apparentemente sonnolenta Key West, ultima cittadina delle Keys della Florida, ha infatti sede il comando operativo della Interagency Task Force South, una task force multi-service e multi-agenzia con il compito di condurre operazioni marittime contro il traffico illecito di droghe con i mezzi aeronavali disponibili. Tutto iniziò nell’ottobre 1989 quando il Dipartimento della Difesa statunitense (US DOD) attivò un’organizzazione complessa di rilevamento e monitoraggio dei traffici aerei e marittimi responsabili di introdurre narcotici negli Stati Uniti dai Paesi del Sud America. All’epoca, furono istituiti tre comandi inter agenzia: la Joint Task Force FOUR (CJTF-4) a Key West, Florida, la Joint Task Force FIVE di Alameda, California e la Joint Task Force 6 a El Paso, Texas per dirigere le operazioni di sorveglianza anti-droga nelle aree di confine tra Atlantico, Caraibi, Pacifico e Messico. A seguito della direttiva presidenziale di Bill Clinton (nr. 14 del 3 ottobre 1993) l’organizzazione venne sviluppata prevedendo un nuovo piano di Comando e Controllo delle forze. Il 7 aprile 1994, Lee Brown, direttore dell’ufficio per la politica nazionale antidroga, firmò il piano che portò alla costituzione di tre task force nazionali inter-agenziarie (JIATF East a Key West, Florida; JIATF South a Panama e JIATF West ad Alameda, in California). A causa dell’aumento della minaccia caraibica, il 1° giugno 1997, il Comandante in Capo U.S. Southern Command allargò la sua area di responsabilità, includendo i Caraibi e le acque al confine con il Sud America, ed assumendo il comando e il controllo del JIATF East. Inoltre, in conformità al trattato del Canale di Panama del 1979 ed alla necessità di completare il ritiro militare a Panama entro la fine del 1999, fu deciso di riunire JIATF South e JIATF East in un’unica organizzazione. Il trasferimento della missione JIATF Sud nel JIATF fu completato il 1° maggio 1999. Furono cosi attivati dei Task Group ad hoc per il controllo delle risorse statunitensi ed alleate (francesi ed olandesi) sotto il comando e controllo operativo dello JIATF South.

Un motoscafo brucia in lontananza dopo essere stato colpito dai colpi della mitragliatrice della fregata Tipo 23 HMS Iron Duke, in seguito a un sequestro di droga e all’arresto dell’equipaggio. La nave è stata abbordata e perquisita e un ingente carico di contrabbando è stato sequestrato. La fregata della Royal Navy HMS Iron Duke ha sequestrato circa tre quarti di tonnellata di cocaina, probabilmente destinata alle strade di Europa e Regno Unito. In pattugliamento nei Caraibi, la nave da guerra HMS Iron Duke, con base a Portsmouth, ha come compito principale rassicurare e assistere i Territori d’Oltremare del Regno Unito durante la stagione degli uragani. Oltre a questo ruolo fondamentale, la fregata Type 23 conduce operazioni antidroga come parte di una task force multinazionale. LA (Foto) Stuart Hill https://commons.wikimedia.org/…Anti-narcotics_operations_….jpg
Prima di affrontare gli ultimi eventi che stanno affollando i media internazionali, è bene fare delle premesse. L’UNODC, l’agenzia delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, pubblica ogni anno il World Drug Report, un’analisi sul traffico di droga e sui suoi effetti a livello globale. La situazione è critica non solo nei Paesi Occidentali ma anche in Russia e in molti Paesi orientali e asiatici dove il narcotraffico viene contrastato con mezzi diversi. Oltre alla distruzione dei campi e delle drug farm (tentata in Vietnam e in Afghanistan con scarsi risultati), si è fatta strada la tendenza nella Comunità internazionale di assicurare aiuti finanziari ai Paesi, in particolare quelli in via di sviluppo, dove vengono coltivate le materie di base per l’estrazione delle sostanze stupefacenti, affinché queste coltivazioni siano sostituite con altre. Un processo lungo che non sempre ha avuto risultati significativi in quanto la differenza di guadagno è ovviamente evidente e a favore dei narcotrafficanti.
Di fatto molti Paesi, che ospitano queste aree di produzione si avvalgono del fatto di essere i soli responsabili delle attività nel proprio territorio e quindi dell’eventuale applicazione di norme repressive su queste attività criminali. La Conferenza internazionale sull’abuso e il traffico illecito di droghe e la Convenzione di Vienna del 20 dicembre, all’art. 14, hanno disciplinato in maniera restrittiva le misure di cooperazione internazionale volte a favorire l’eradicazione delle coltivazioni illecite di droga. Il risultato è che la cattura di responsabili di questi crimini da parte di organizzazioni di polizia internazionali, sebbene inquadrabili come crimini internazionali anche se compiuti nel territorio di altri Stati, non è consentita. Una situazione di stallo che concede a queste organizzazioni criminali di continuare ad operare ed intraprendere con mezzi spesso molto più moderni di quelli a disposizione delle forze di polizia il trasporto di queste sostanze.

La guerra di Trump al narcotraffico
Nel duo piano di governo, l’amministrazione Trump ha dichiarato di voler prevenire l’uso di droghe negli Stati Uniti sia fornendo supporto al recupero per coloro che ne sono vittime sia contrastandone la disponibilità eliminando alla radice la loro produzione. In altre parole, in linea con la Strategia Nazionale per il Controllo della Droga, Trump sta cercando di fermare la produzione di droga nei Paesi di produzione e di impedirne l’ingresso negli Stati Uniti, attraverso un capillare smantellamento di queste organizzazioni criminali, attraverso il potenziamento delle inter-agenzie di interdizione del flusso di droga con il supporto delle forze armate. Da metà agosto gli Stati Uniti, hanno schierato una forza militare in costante crescita nei Caraibi meridionali, con l’arrivo in zona della portaerei USS Gerard R. Ford, necessaria in caso di operazioni di bombardamento delle aree di produzione ed il contrasto ai mezzi di trasporto.

foto della portaerei USS Gerald R. Ford (CVN 78) in navigazione per la prima volta con i propri mezzi. – Foto della Marina degli Stati Uniti di Ridge Leoni, specialista in comunicazioni di massa di 2a classe/pubblicata)
Il 1° settembre le forze statunitensi hanno distrutto una imbarcazione di presunti trafficanti venezuelani nei Caraibi meridionali diretta verso gli Stati Uniti, causandone la morte di 11. Tre giorni dopo, due caccia F-16 venezuelani hanno sorvolato uno dei cacciatorpediniere della Marina statunitense in acque internazionali, in un’apparente reazione all’incidente. Gli Stati Uniti hanno quindi schierato 10 caccia stealth F-35 a Porto Rico, raddoppiando il numero di militari statunitensi da metà settembre. Va premesso che questa escalation era stata preceduta da colloqui le cui risposte non avevano di fatto soddisfatto Trump che aveva interrotto i negoziati. Le azioni di intercettazione dei mezzi dei narcotraffici sono di fatto una conferma della volontà della Casa Bianca di contrastare i trafficanti di droga venezuelani come dei terroristi, ovvero impiegando la forza senza limitazioni. Questa politica è stata ritenuta provocatoria dal presidente venezuelano Nicolás Maduro che la ha definita una grave minaccia per la stabilità regionale ed ha ordinato l’attivazione a livello nazionale della milizia bolivariana, richiedendo aiuto a Russia, Cina e Iran. Assisteremo nelle prossime settimane ad un nuovo giro di giostra ma non è escluso il rischio di ulteriori attacchi militari contro obiettivi individuati nei Caraibi meridionali, comunque simbolici e di portata limitata. Azioni che quindi escluderebbero il pericolo di un’invasione, cosa che non avrebbe senso. Certo la situazione è complessa. Non sarebbe ragionevole per il Venezuela, già sospettato da Washington di connivenze con i cartelli, proteggere queste attività di cui non può ragionevolmente negare l’esistenza. Gli attacchi via mare si sono estesi ora anche alla Colombia, che rappresenta una importante fonte per il contrabbando di narcotici negli Stati Uniti, sicuramente maggiore del Venezuela. Dopo gli ultimi due attacchi, avvenuti nel Pacifico, che hanno causato la morte di marinai colombiani, il presidente colombiano Gustavo Petro ha accusato gli Stati Uniti di omicidio. Non si possono inoltre escludere effetti a catena che potrebbero estendersi anche alle relazioni tra Stati Uniti e Messico, stato che continua a diffidare di azioni unilaterali degli Stati Uniti contro i cartelli che operano nel suo territorio.
Narcotraffico, tra impunità e protezionismo
Uno dei problemi maggiori è che a livello internazionale non esiste un accordo su come affrontare il problema della droga. Alcuni Stati propendono per una certa tolleranza verso le droghe “leggere” altri per la tolleranza zero. Gli stessi Stati Uniti hanno degli Stati Federati che hanno regolamentato l’uso della marijuana, di fatto in parte depenalizzandola. In aggiunta ai narcotici tradizionali, esiste l’emergenza del Fentanyl che sta provocando un aumento esponenziale dei decessi per overdose di droga negli Stati Uniti, un farmaco prodotto soprattutto in Cina e venduto nel dark web. Una droga per assurdo approvata dall’FDA statunitense e dall’EMA europeo per il suo alto potere analgesico.

Una mappa che mostra come la cocaina viaggia dalle zone di produzione verso i consumatori a livello internazionale – Fonte Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC)
La lotta al narcotraffico per il Governo Trump è diventata quindi una priorità, resa evidente anche durante gli ultimi colloqui con la Cina dove l’emergenza Fentanyl è stata posta all’ordine del giorno. La situazione è complessa e la soluzione è legata alla volontà non comune di voler risolvere il problema con politiche interne efficaci in aderenza ai trattati internazionali. Le azioni militari statunitensi stanno suscitando anche critiche interne in quanto i battelli dei narcotrafficanti vengono di fatto eliminati, alla stregua dei terroristi. L’analogia non è casuale in quanto, già durante il suo primo mandato Trump aveva provato a far classificare i cartelli messicani della droga come “terroristi” – azione poi non perseguita a seguito della richiesta dell’allora presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador. Dopo il suo ultimo insediamento alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo, il 14157, che ha inserito otto cartelli legati al traffico di droga nella lista delle organizzazioni terroriste globali. Una analogia basata sul fatto che in Afghanistan molti gruppi talebani sovvenzionavano le loro attività terroristiche con il commercio dell’oppio1.
Conclusioni
Tornando alla situazione di crisi tra Stati Uniti e Venezuela e Colombia, Trump sembra deciso a stroncare il traffico di cocaina verso gli Stati Uniti. Un’occasione, nemmeno molto velata, di colpire il presidente Nicolás Maduro, già incriminato per traffico di droga negli Stati Uniti nel 2020 e definito dal team di Trump un leader di un cartello (“cartello de los Soles“). Non a caso ad agosto il Dipartimento di Stato ha ufficialmente aumentato a 50 milioni di dollari la ricompensa per informazioni che possano portare al suo arresto. Nel 2020 una commissione dell’ONU ha accusato Maduro di crimini contro l’Umanità, chiedendone il processo alla Corte penale internazionale de L’Aja. Secondo Trump, l’occasione potrebbe favorire un cambio di regime più democratico e meno corrotto. Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il prodotto interno lordo del Venezuela, a causa della cattiva gestione, si è contratto di oltre l’80% dal 2013 al 2020, aggravato anche dai bassi prezzi del petrolio e dal calo della produzione petrolifera.
In sintesi, è in corso quella che la CNN definisce “una campagna militare statunitense contro il narcotraffico”, una guerra aperta che porrà la comunità internazionale di fronte ad un nuovo dilemma: i narcotrafficanti, definiti mercanti di morte, devono essere considerati alla stregua dei terroristi? Se si, ci dovrebbe essere un consenso internazionale per combattere loro e i loro protettori? Un problema di legittimità che non esiste per alcuni Paesi dove i trafficanti sono messi a morte2, spesso affondando i loro mezzi in mezzo al mare. Gli stessi Paesi che a volte accusano gli Stati Uniti per il loro comportamento illiberale. Questa non è certo una giustificazione ma si sa che nel diritto internazionale non esistono Paesi amici ma Paesi alleati, quando conviene. Non a caso Washington dovrà confrontarsi anche con alleati storicamente vicini, come Gran Bretagna e Canada che, pur partecipando alla lotta al narcotraffico nei Caraibi, non sembrano essere tanto disposti a condividere le azioni invasive statunitensi, catalogate a livello delle Nazioni Unite violazioni del diritto internazionale umanitario. Posizione tra l’altro condivisa dal ministro degli Esteri francese, interessato alla serenità dell’area in cui il Governo francese mantiene ancora dei possedimenti denominati territori d’oltremare. Altro caso è la galassia dell’America Latina dove governi di Argentina, Ecuador, El Salvador, Costa Rica, Panamá, Paraguay e Trinidad e Tobago si sono rifiutati di sottoscrivere un comunicato congiunto per “condannare” l’escalation in corso. In particolare, la posizione argentina non sorprende in quanto successiva al recente accordo miliardario tra Buenos Aires e Washington. Una situazione sicuramente in evoluzione, tra minacce paventate ed azioni reali che stanno portando ad un nuovo paradigma nella politica statunitense di sicurezza marittima.
Andrea Mucedola
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0. il Cartello di Sinaloa, il Cártel de Jalisco Nueva Generación, il Cártel del Noreste (prima Los Zetas), il Cartello del Golfo, La Nueva Familia Michoacana, i Carteles Unidos, la Mara Salvatrucha e il Tren de Aragua.
1. la situazione non è cambiata, considerando che un terzo dell’economia afghana si basa sull’industria illegale dell’oppio
2. sono 34 i paesi che continuano a prevedere la pena di morte per droghe tra cui Cina, Iran, Kuwait, Arabia Saudita e Singapore.
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