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Il viaggio di Diogo Botelho da Goa a Lisbona nel 1535-1536

tempo di lettura: 4 minuti

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ARGOMENTO: STORIA MODERNA
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: PORTOGALLO
parole chiave: Diego Botelho Pereira

 

Abbiamo accennato in un precedente articolo sul viaggio compiuto dal portoghese Diogo Botelho Pereira da Goa in India a Lisbona a bordo di una piccola fusta. Riportiamo i dettagli del suo viaggio ricavati da un articolo che ne tratta in modo succinto e che fu pubblicato nel numero del 28 settembre 1839 della rivista portoghese O Panorama. Botelho era stato esiliato in India dal re del Portogallo; nella speranza di tornare nel suo favore decise di intraprendere l’avventuroso viaggio da Goa a Lisbona per portare al sovrano la notizia che i portoghesi erano riusciti a obbligare il sultano del Gujarat Bahadur a concedere loro il permesso di costruire una fortezza a Diu. Si fece costruire una piccola fusta a Cochin; le sue dimensioni variano a seconda delle fonti, ma quella che sembra più attendibile riporta una lunghezza di 15 m e una larghezza di tre.

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La fusta o fuste (chiamata anche foist) era una nave stretta, leggera e veloce con un pescaggio ridotto, propulsa sia da remi che da vele: in sostanza una piccola galea. Tipicamente aveva da 12 a 18 panche per remare con due persone su ciascun lato, un unico albero con una vela latina (triangolare) e di solito trasportava due o tre cannoni. La vela veniva utilizzata per navigare, mentre i remi erano impiegati per le manovre dentro e fuori dal porto e durante il combattimento 

Botelho salpò nei primi giorni di novembre del 1535 con un equipaggio costituito da cinque portoghesi, tre dei quali erano suoi servitori, il pilota, un certo Manuel Moreno, e otto marinai schiavi. Imbarcò anche quaranta quintali di chiodi di garofano e tutta l’acqua e le provviste che potevano essere imbarcate su un bastimento così piccolo. La fusta di Botelho era probabilmente ancora più piccola delle due raffigurate nel particolare di una delle tavole del “Roteiros da India” di D. João de Castro del 1538.

Sfruttando il monsone favorevole raggiunse la costa del Kenya vicino alla città di Malindi, all’epoca nota come Melinde, dove si rifornì di acqua e di viveri e solamente allora rivelò al suo equipaggio la vera destinazione e lo scopo del suo viaggio. Diede a ciascuno una certa somma di denaro promettendone una molto maggiore al loro arrivo in Portogallo. Poiché non si fidava degli schiavi, indossava sempre una cotta di maglia e portava un corta spada alla cintola.

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visione di insieme di un galeone, Caracca, Galea, Galeotta e Fusta dipinta da D. João de Castro sul “Suez Expedition”

Le sue precauzioni non furono inutili in quanto gli schiavi spaventati dal pericolo e dalla fatica che avrebbe comportato la lunghissima navigazione decisero di assalire i portoghesi. Un giorno in cui un acquazzone improvviso fece cadere in acqua le vele e l’equipaggio era intento a recuperarle gli schiavi, approfittando del momento di confusione si armarono di fionde, spiedi e asce e di una spada rubata e attaccarono Botelho e i suoi compagni. Nonostante la sorpresa, i portoghesi riuscirono ad avere la meglio e uccisero due degli schiavi e costrinsero i restanti a buttarsi in mare, dove tre di loro annegarono. I superstiti tornarono a bordo dietro la promessa di essere perdonati. Nello scontro un portoghese fu ucciso, il pilota fu ferito e Botelho ricevette un colpo sulla testa a causa del quale rimase privo della parola per quattordici giorni, durante i quali poté dare i suoi ordini solo per scritto o con cenni del capo.
Trovandosi all’altezza del capo Agulhas, il punto più meridionale del continente africano, a due leghe dalla terra, la fusta fu colpita da una tempesta così forte che la fece abbattere due volte, ed egli si ritrovò completamente perduto, perché il mare era molto grosso. I marosi entravano sulla fusta da un lato e si scaricavano dall’altro, ma miracolosamente il piccolo bastimento si salvò Botelho doppiò il capo di Buona Speranza a gennaio del 1336.

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Tábua da Aguada do Xeque, Socotorá, D. João de Castro, Roteiro do Mar Roxo, 1541, Biblioteca Generale dell’Universidade di Coimbra

Botelho fece rotta verso l’isola di Sant’Elena ma non la vide a causa dell’oscurità. Pericolosamente a corto di acqua e di viveri dei quali non aveva potuto rifornirsi, Botelho giunse finalmente alle Azzorre e dovette far scalo nell’isola di Faial dove rischiò di essere arrestato dal magistrato locale, che ricordava come Botelho fosse stato esiliato in India e riteneva che stesse cercando di fuggire. Botelho riuscì ad evitare l’arresto dicendo che era latore di un messaggio per il re che il governatore di Goa Nuno da Cunha gli aveva affidato. Diogo Botelho arrivò a Lisbona nel cui porto entrò il 21 maggio 1536, molti giorni prima che vi arrivasse l’inviato del governatore di Goa. Il suo viaggio era durato sette mesi. Il re concesse il perdono a Botelho e si recò personalmente ad esaminare la fusta, che poi ordinò che fosse raccolta a Sacavem, dove fu vista da nazionali e stranieri accorsi ad ammirare una barca così piccola, che aveva attraversato tante migliaia di leghe da un oceano all’altro.

Aldo Antonicelli

 

in anteprima Fusta con bandiera portoghese in un’incisione colorata a mano dall’Itinerario di Jan Huygen Linschoten. La didascalia dice in olandese: Fusta, che veniva usata dai portoghesi e dai loro nemici, i Malabares, che usavano per la guerra e per il trasporto di merci – Data circa 1596Fonte Koninklijke Bibliotheek, NederlandAutore Baptista van Doetecum

 

 

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