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La storia delle mine navali, dalle origini ai giorni nostri – parte I di Andrea Mucedola

livello elementare
.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: VI – XVII SECOLO
AREA: EUROPA
parole chiave: ordigni esplosivi

Le origini
Sebbene le prime armi assimilabili ad una mina navale moderna siano state usate durante la guerra civile americana, l’idea di impiegare ordigni esplosivi o incendiari al fine di danneggiare infrastrutture marittime ed unità navali risale al VI secolo d.C. quando i Bizantini cominciarono a sviluppare degli ordigni, lanciabili con catapulte o con ingegnosi cannoni ad acqua, con lo scopo di incendiare le navi nemiche[1]. Mi riferisco all’infernale “fuoco greco”, già noto in Medio Oriente, che sembra fu portato a Bizanzio da un profugo siriano, di nome Kallinicus; nonostante la sua formula non sia mai stata rivelata, probabilmente consisteva in una mistura di zolfo, nafta, potassio e nitrato, che veniva lanciata sui vascelli nemici tramite dei primitivi “cannoni” lancia fiamme.

fuoco greco, dal Codex Matritensis. Skylitzes via Wikimedia.

L’efficacia di questi ordigni fu tale che fu deciso di dotare tutte le navi della potente flotta di Bizanzio con questi congegni. Ma non solo, la flotta si avvalse di una rete di depositi a terra per la fabbricazione e conservazione del misterioso e segreto liquido incendiario. Nel VII secolo d.C. la flotta saracena, nel tentativo di assediare Costantinopoli, fu bloccata da “un mare di fiamme”, causato forse anche da recipienti galleggianti colmi di questa infernale mistura che, una volta accesi, non potevano essere estinti con l’acqua [2]. Al di là della loro reale efficacia sugli scafi, sembra che il fattore “sorpresa” sconcertò a tal punto i Saraceni da farli rinunciare all’idea di impossessarsi della città.

Il fattore sorpresa, tatticamente conosciuto sin dall’epoca romana, viene ancora utilizzato dagli eserciti di tutto il mondo per ridurre l’efficacia delle forze nemiche, sfruttando, più che l’effettiva capacità bellica, gli effetti psicologici causati dall’incognito. E come vedremo in questa serie di articoli, le mie navali sono ancora oggi le armi più letali in questo senso, dove all’efficacia delle cariche si somma l’incognita della sua scoperta. Ci arriveremo. 

I fuochi di Anversa

big_fireship

la notte di Anversa

Il primo passo avanti nello sviluppo delle moderne mine navali si deve ad un ingegnere italiano, Federico Gianibelli, o Giambelli, da Mantua[3] che nel 1585, dopo essere stato allontanato dalla corte di Spagna (a causa delle sue idee considerate all’epoca troppo fantasiose e rivoluzionarie) si pose al servizio degli Olandesi delle Fiandre che si erano ribellati al dominio spagnolo. Nel frattempo un’altro italiano, Alessandro Farnese [4], Duca di Parma e di Piacenza, al servizio del re di Spagna, aveva riconquistato sistematicamente tutte le Provincie delle Fiandre, ma si era dovuto fermare di fronte alla fortificatissima città di Anversa. La città, posta all’estuario del fiume Schelda, era infatti ritenuta imprendibile se non dal mare; per poterla espugnare Farnese decise quindi di bloccare il porto con un lungo ponte di barche tra le due sponde, impedendo così il flusso di vettovagliamenti vitali per la sopravvivenza della città ribelle.

Veniamo ora  a quella tragica notte che cambiò le regole del gioco.
Il Gianibelli, progettista delle infrastrutture difensive della città, propose al Senato di Anversa di distruggere il ponte impiegando tre barconi da 300 tonnellate carichi di polvere nera rilasciati alla deriva. Tale proposta fu considerata poco fattibile e gli fu concesso di impiegare solo due barche, da 60 e 70 tonnellate che fece riempire di esplosivo, materiali ferrosi e grosse pietre. Nella notte tra il 4 e 5 aprile, accese le micce poste sui ponti di coperta, e le fece spingere dalla corrente verso il ponte di barche. Gli spagnoli, allertati da fuochi accesi contemporaneamente su alcune barche per creare una diversione, si concentrarono su di esso, ignari di cosa stava per succedere. Sebbene si riporti che solamente una delle barche esplodesse [5], lo scoppio fu talmente violento da stupire lo stesso ideatore; si aprì una breccia di oltre trecento metri che spezzò il ponte, distruggendo sei dei vascelli spagnoli ed uccidendo più di ottocento soldati [6]. Le pietre poste sul ponte della barca furono scagliate a centinaia di metri dal punto dell’esplosione e distrussero parte delle batterie spagnole costiere, seminando il terrore nelle forze assedianti. Nonostante questa azione permise alle forze olandesi di riaprire la via del mare aperto l’inaspettato vantaggio militare non fu sfruttato completamente. La flotta di Anversa,  nel dubbio dell’effettiva efficacia dell’attacco effettuato con le barche esplosive, non ebbe il coraggio di attaccare la flotta assediante, che era allo sbando [7] , per chiudere la partita. Un grave errore tattico. In seguito, fu posta dalla Spagna una taglia sul Gianibelli che, a lungo ricercato dai sicari, dovette rifugiarsi in Inghilterra e mettersi al servizio della regina Elisabetta I.

Loutherbourg-Spanish_Armada

Invincibile Armada Di Philip James de Loutherbourg – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=528316

Invincibile Armada
Tre anni dopo, il ricordo della notte di Anversa era ancora così vivido nelle menti dei marinai che la semplice minaccia di un  simile evento causò la prima sconfitta dell’Invincibile Armada. L’Ammiragliato inglese, preoccupato dell’approssimarsi della potente flotta spagnola, inviò, nella zona di Calais, i suoi migliori Comandanti su unità leggere e veloci, nel disperato tentativo di rallentare l’imminente invasione dell’Inghilterra. Sebbene le loro navi fossero tecnicamente più adatte a navigare in quelle zone di bassi fondali, gli inglesi si rendevano conto che un eventuale scontro con i galeoni spagnoli non avrebbe potuto avere esito favorevole a causa della loro superiore potenza di fuoco  [9]. L’Invincibile Armada, stava per unirsi di fronte a Calais con le navi di Alessandro Farnese, per lo più grossi barconi necessari per lo sbarco delle truppe; gli inglesi, consci del pericolo, si preparavano ad un estrema difesa sul Tamigi, costruendo un ponte di barche armato simile a quello di Anversa, su disegni del Gianibelli. Con il passare delle ore, Lord Howard, a bordo dell’Ark Royal, si rese immediatamente conto che con le poche risorse disponibili non avrebbe mai potuto contrastare la potenza di fuoco avversaria. Convocò a bordo della sua nave comando i suoi migliori capitani tra cui Sir William Winter [10]. La necessità di prendere tempo prima dello scontro finale dando alle forze terrestri il tempo di riorganizzarsi richiedeva una decisione fuori dai canoni. Il pensiero corse alla terrificante notte di Anversa: “Considering their hugeness twill not be possible to remove them but by a device”.

Non avendo il tempo materiale di approntare simili apparecchiature, Winter pensò di sfruttare l’effetto psicologico[11] causabile dall’effetto sorpresa. La notte del 7 agosto 1588, sei piccole barche apparvero improvvisamente in fiamme all’orizzonte, trasportate dalla forte corrente verso i galeoni alla fonda. Poco prima, l’arrivo di una tempesta aveva rapidamente oscurato il cielo: il rombo dei tuoni lontani e l’inquietudine causata dalla consapevolezza di non poter reagire rapidamente essendo troppo vicini ai poco noti banchi di sabbia delle coste francesi, comportò un’ eccessiva reazione all’improvviso avvistamento ed il grido di allarme, per l’approssimarsi di quelle che furono subito chiamate le “maquinas de minas” o le “Anversa’s fired ships[12], si diffuse rapidamente. Gli equipaggi spagnoli sapevano che quell’ingegnere italiano, quel Gianibelli che aveva ideato quei diabolici ordigni, dopo essere stato lungamente ricercato si era rifugiato in Inghilterra ed era ora al servizio della Corona inglese. Nella fretta di salpare dagli ancoraggi, quattro galeoni si urtarono a vicenda, altri due presero fuoco scontrandosi con le barche in fiamme: l’Armada era ormai caduta nel caos totale [13]. Nelle sei ore di combattimento, la confusione causò danni superiori a quelli immaginabili dagli intrepidi e spavaldi capitani di Elisabetta.

Gli water petard ed il primo sommergibile di Drebbel
Negli anni seguenti, artifizi esplosivi furono spesso utilizzati da pirati e corsari che di fatto idearono le prime mignatte[14], chiamate in seguito ”limpet”, costituite da contenitori riempiti con polvere nera e da una miccia, da attaccare agli scafi nemici per danneggiare gli scafi. Nel 1620, per opera dell’inventore olandese Cornelius Drebbel fu costruito per Giacomo I il primo mezzo sommergibile, teoricamente in grado di rilasciare “water petards” in prossimità delle navi nemiche.

Van_Drebbel

Il sommergibile di Drebbel –  di sconosciuto – pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2524034

Non esistono credibili illustrazioni in merito al sommergibile di Drebbel, ma da dipinti dell’epoca sembrerebbe si trattasse di una barca ricoperta da pelli con capacità di incamerare acqua per immergersi e poi di rilasciarla, attraverso una pompa interna, per riemergere [15]. Era dotata di un alettone posteriore che, a seguito del moto ottenuto tramite i rematori, permetteva l’immersione del battello portandolo alla quota di cinque metri dalla superficie. 

Nel 1626, Carlo I di Inghilterra ordinò il suo primo “Master of Ordnance” [16] affinché avviasse la produzione di “water mines, water petards” da lanciare in acqua con l’ausilio di fuochi d’artificio. L’anno seguente, l’uso di queste primitive armi subacquee fu sperimentato contro la flotta francese nell’assedio inglese al porto di La Rochelle ma gli esiti furono ancora una volta deludenti. 

Gli “water petards” erano ancora considerati troppo instabili e poco sicuri; il maneggio degli esplosivi era ancora patrimonio di pochi e vi erano maggiori incidenti tra gli stessi minatori che nelle file del nemico. Inoltre l’effettiva letalità di questi ordigni era troppo legata agli effetti delle correnti e del vento per cui la probabilità di una collisione con una nave nemica era molto bassa.[17]

fine parte I 

 

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Riferimenti:

[1] “A short history of mine sweeping”, di Robert Ian Salit, in 4th INTERNATIONAL SYMPOSIUM ON TECHNOLOGY AND THE MINE PROBLEM, Naval Postgraduate School, Monterey, CA – 12-16 Marzo 2000 pag. 1

[2]  www.geocities.com – citazione da Teofane – l’impiego del cosidetto fuoco greco è descritto in “A History of the Greek Fire and Gunpowder” di J.R. Partington , Heffer, 1960. Il libro è considerato il più aggiornato testo sull’argomento e contiene alcune teorie sulla composizione della mistura che fu tramandata per decoli dai vari imperatori Bizantini.

[3] Federico Schiller, The Revolt of The Netherlands, libro IV , pp. 107-130 da www.wordlebooklibrary.com

[4] Il Farnese, che può essere ricordato come uno dei più abili strateghi dell’epoca, era stato inviato dal re di Spagna, Filippo II, a sopprimere la rivolta delle Fiandre capeggiata da Guglielmo il Silente a seguito della morte del reggente locale; nonostante il trattato di Arras del 1579 avesse riportato ordine nella maggior parte delle Provincie fiamminghe, la Lega di Utrecht aveva deciso di abiurare la sovranità spagnola, rivendicando la propria indipendenza religiosa ed economica.

[5] Schiller, op. citata pag. 110

[6] Il numero di soldati morti a causa dell’esplosione non e’noto; lo Schiller parla di circa 800 morti ma altri storici parlano di oltre mille. Comunque l’effetto dovette essere talmente impressionante da restare nella memoria dei marinai spagnoli e valloni negli anni successivi.

[7] La flotta di Anversa, comandata dell’Ammiraglio Jacobzoon, ebbe timore delle conseguenze e perse l’unica occasione per poter sconfiggere il Farnese. Questo errore causò la caduta della città l’anno seguente.

[8] Nel pomeriggio del 6 agosto 1588, Henry Seymour con una squadriglia di sedici fregate si appostò fra Dugeness and Folkestone attendendo le due flotte del Duca di Medina Sidonia e di Alessandro Farnese Duca che, attese ormai da giorni, sembravano sparite nel nulla. Con il calare delle sole, la flotta spagnola, sospinta da una debole brezza, apparve all’orizzonte, avvicinandosi agli insidiosi e poco noti banchi di sabbia delle coste francesi. Erano seguite a distanza dalle fregate di Francis Drake, di Seymour, di Frobisher e di Hawkins che, grazie alla stazza più limitata, riuscivano a manovrare anche con il poco vento mantenendosi a distanza di sicurezza dai cannoni spagnoli. La loro azione più che di disturbo potrebbe essere descritta come di ombreggiamento in attesa di una decisione da parte del Comando della flotta – da  Motley’s History of the Netherlands, Project Gutemberg Edition, Vol. 58 reperibile su www.wordlebooklibrary.com

[9] Gli spagnoli potevano contare su 3000 cannoni e 30000 uomini mentre gli inglesi ne avevano a disposizione rispettivamente solo 1300 e 22000 dislocati su circa 200 navi di piccolo cabotaggio.

[10] Motley, opera citata cap. XIX – Parte 2

[11] In fretta vennero reperite nei villaggi sulla costa delle vecchi barche da pesca che furono impregnate di nafta e zolfo e portate al largo.

[12] Francardi, Appunti di Storia navale,Poligrafico A.N. Livorno 1978, pag. 89

[13] Gli ordini dell’Ammiraglio spagnolo, di disperdersi e poi di rientrare in formazione, furono disattesi e gli effetti sperati dagli inglesi furono superiori a quelli immaginabili. Le sottili navi inglesi si lanciarono come sciami contro i galeoni che cercavano di sottrarsi al combattimento per riguadagnare le acque alte.

[14] Con il termine mignatte furono in seguito decritte quelle cariche esplosive portate fisicamente a nuoto da incursori fino a porle a diretto contatto con gli scafi delle navi.

[15] Capt Brayton Harris, USN (ret) The Navy Times book of submarines: a political, social and military history – Submarine history 1580-1869 : Timeline of submarine development. Parzialmente reperibile sul sito www.submarine-history.com. Maggiori notizie sulla vita di Cornelius Drebbel possono essere reperite anche sul sito www.es.rice.edu

[16] Robert Ian Salit, opera citata – pag. 1

[17] Autori Vari, Manuale di storia della  Guerra di mine, US NAVY con riferimenti al A. Low, Mine and Countermine, New York, Sheridon House, 1940 Cap. 1 pag. 1

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