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La storia delle mine navali: dalle origini ai giorni nostri – parte III

tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare 
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: GUERRA DI MINE
parole chiave: mine navali, corno chimico
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La nascita del corno chimico o urtante

Gli sviluppi tecnici continuarono, in particolare in Europa, dove venne inventato dal Dottor Hertz del German Mine Defence Comittee, un nuovo congegno di fuoco che fu chiamato “corno chimico”. Tale strumento, in italiano chiamato “urtante”, consisteva dei componenti di una batteria: una piastra di carbone, una di zinco ed una soluzione acida.

Quando l’urtante veniva piegato dall’urto contro lo scafo di una nave o di un sommergibile, la provetta contenente l’acido si rompeva e questo, venendo a contatto con le piastre di zinco e di carbone, produceva una tensione sufficiente ad attivare il detonatore elettrico. Il vantaggio era che il sistema di attivazione poteva essere conservato indefinitamente, perché basato su una reazione chimica, e quindi non richiedeva la presenza di batterie interne. La Marina britannica, nel 1886, realizzò il primo sistema per regolare a priori la quota della cassa. Fino ad allora, le mine venivano posate con una lunghezza del cavo di ormeggio, ovvero tra la cassa e l’ancora fissa, uguale a quella ritenuta necessaria a seconda del tipo di fondo. In pratica era necessario avere una conoscenza accurata del fondo marino per evitare di posare armi non efficacemente utilizzabili perché rilasciate a profondità maggiori di quelle desiderate. 

Sebbene il sistema fosse ancora da perfezionare portò allo sviluppo del sistema di accoramento detto “a scandaglio”. Nel 1903, la Royal Navy abbandonò il concetto di impiegare armi controllate e si dedicò allo sviluppo delle contro misure mine, all’organizzazione di controlli territoriali (Mine Watching Network); inoltre ribadì che il rilascio di mine di qualsiasi tipo era da considerarsi a tutti gli effetti un operazione navale, al pari di quelle effettuate con le navi di superficie. Nello stesso tempo però affermò che la difesa costiera doveva essere affidata solo alle batterie di artiglieria e non alle torpedini di cui l’effettiva validità bellica appariva ancora dubbia [43].

Va premesso che il concetto operativo inglese era di distruggere il nemico e non di bloccarlo in acque ristrette, per cui la guerra di mine era vista sotto un aspetto puramente offensivo ovvero attraverso l’uso di campi minati posati in acque nemiche. Il concetto suddetto derivava in parte dalle esperienze apprese durante la Guerra Russo-Giapponese (1904-1905) quando le due parti impiegarono le mine, sia tatticamente che strategicamente, commettendo un certo numero di errori tra i quali quello russo di minare le acque internazionali, in un ultimo tentativo di fermare le navi giapponesi, con mine alla deriva attirando le proteste di tutti i Paesi Occidentali [44]. La mina, rilasciata nell’acqua, restava in galleggiamento fino a quando la sua ancora si riempiva d’acqua (1 fase). Quindi, dopo un oscillazione, tornava in superficie e cominciava a rilasciare lo scandaglio fino alla lunghezza prestabilita dal minatore; dopo averla raggiunta, l’ancora incominciava a scendere per gravità verso il fondo, trascinando la mina nella sua discesa (4 fase).

ancoraggio

posa di una mina ormeggiata – da appunti di guerra di mine – Accademia navale – autore non noto – Accademia Navale di Livorno

La mina, lanciata nell’acqua, restava in galleggiamento fino a quando la sua ancora si riempiva d’acqua (1 fase). Quindi, dopo un oscillazione, tornava in superficie e cominciava a filare lo scandaglio fino alla lunghezza prestabilita dal minatore; dopo averla raggiunta, l’ancora incominciava a scendere per gravità verso il fondo trascinando la mina (4 fase).

Lo scandaglio, grazie al suo peso, manteneva abbassata una molla che tratteneva la leva di blocco del verricello sul quale era avvolto il cavo di ormeggio. Essendo libero di svolgere il cavo, quest’ultimo si svolgeva fino a quando lo scandaglio toccava il fondo (5 fase). Il rilascio della tensione rilasciava la molla che tratteneva la leva e bloccava il verricello alla lunghezza del cavo di ormeggio della cassa voluto. Il risultato finale era che la quota della cassa rispetto alla superficie era uguale alla lunghezza predeterminata dello scandaglio[42].

Le principali lezioni apprese dalle nazioni, al termine della Guerra russo-giapponese, furono:

–  la possibilità di impiegare le mine anche in campo tattico con campi offensivi posati nelle acque del nemico;

–  la necessità di possedere reti di monitoraggio (mine watching) nelle proprie aree marittime e nelle acque nemiche;

–  il pericolo di un minamento non controllato in acque internazionali esteso anche al traffico neutrale;

– la necessità di sviluppare mezzi di Contro Misure Mine (C.M.M.) atti a contrastarle.

Nel 1905 la Marina inglese sviluppò, la “naval spheric mine”, una mina ormeggiata dotata di un antenna che a contatto con lo scafo metallico di una nave la faceva brillare. Nel campo delle contro misure mine, nel 1906 venne sperimentato un sistema di dragaggio consistente in cavi in metallo che venivano filati di poppa allo scopo di tagliare gli ancoraggi delle mine per poter aumentare la fascia di copertura dell’apparecchiatura, le estremità erano mantenute allargate verso l’esterno  da divergenti [45]. È significativo ricordare che, dal 1908 al 1910, ben dodici cannoniere inglesi furono urgentemente convertite in dragamine. Questo improvviso interesse verso le Contro Misure Mine (CMM) fu favorito dalle polemiche a seguito dell’uso di mine in acque internazionali durante nella guerra russo-giapponese, che portò, nel 1907, alla Convenzione dell’Aia di cui parlerò più ampiamente nel secondo Capitolo. Nel periodo antecedente la Prima Guerra Mondiale, la proliferazione di armi subacquee tecnicamente sempre più complesse fu esponenziale: apparvero mine come la Carbonit, una mina ormeggiata ad urtanti di fabbricazione tedesca, dotata di un piatto idrostatico che le consentiva di essere posata anche da sommergibili alla quota voluta, o la Leon, sempre ormeggiata ma svedese, in grado di oscillare a quote diverse tramite una piccola elichetta. In Germania fu potenziata la flotta dando a tutte le navi maggiori ed ai sommergibili la capacità di minare. La Russia ebbe una politica simile ma si concentrò soprattutto nel Baltico, mantenendo significativi arsenali di mine controllate per la difesa dei porti.

La Francia sviluppò una nuova mina ad attivazione idrostatica, ovvero nella quale, in caso di rottura di uno degli urtanti, la pressione dell’acqua verso l’interno forzava un interruttore a percussione facendola brillare. La mina francese che ebbe più successo fu la Sauter-Harlé in seguito impiegata dalla Regia Marina Italiana che si era invece dedicata all’impiego tattico delle stesse [46] ed allo sviluppo dei congegni di attivazione e di ancoraggio.

Le mine italiane di maggior successo furono:

–  la  Elia, una mina ormeggiata con una carica di circa 220 libbre;

–  la Bollo, anch’essa ormeggiata, simile alla Sauter-Harlé francese ma con sistemi di innesco diversi e con una carica esplosiva da 160 libbre;

–  la  Scotti, una mina anti-mina che dopo essere restata alla deriva per un certo periodo affondava scoppiando ad una quota prestabilita, all’interno di un campo minato.

In sintesi, nell’imminente inizio della prima Guerra Mondiale, la situazione europea vedeva [47]:

–  la Germania e la Russia in possesso di grandi stock di mine, di semplici ma efficaci caratteristiche tecniche, mirate ad essere impiegati sia in campo difensivo che offensivo;

–  la Francia e l’Italia, in posizione di attesa, consce delle potenzialità di tali armi a scopo difensivo ma non convinte della necessità di acquisirne grandi quantità confidando sul concetto di interdizione dei mari tramite la flotta di altura;

–  l’Inghilterra che aveva investito maggiormente nelle CMM e che considerava tali armi non necessarie ad una nazione che presupponeva di avere il dominio dei mari e che comunque non vedeva ragioni per farle a favore di nazioni meno dotate dal punto di vista navale.


fine III parte – continua
 

in anteprima corno Hertz © IWM MUN 2810

 

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PAGINA PRINCIPALE

 

PARTE I PARTE II PARTE III

PARTE IV PARTE V PARTE VI

PARTE VII PARTE VIII

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Note
[42] Tale sistema, impiegato per le mine posate dalle navi di superficie, era inadatto per quelle posate dai sommergibili in quanto l’affioramento temporaneo ne avrebbe svelato la loro presenza clandestina.

[43]  Cowie, opera citata, 1948, pag. 27

[44] Nella Tabella sono forniti alcuni dati sulle perdite navali avvenute nel periodo della guerra russo giapponese (1904-1905), da cui si evince che l’impatto delle mine sul totale degli affondamenti fu di tredici su diciannove unità navali. Da parte russa, gli affondamenti avvennero spesso sulle proprie mine per cattiva pianificazione.

Tipo di Nave Affondate da mine Affondate da altre cause Totale Affondamenti
Navi da battaglia 3 0 3
Incrociatori 5 1 (collisione) 6
Cacciatorpedinieri 4 5 (scontro a fuoco) 9
Posamine 1 0 1

[45] I divergenti sono superfici idrodinamiche, simili agli alettoni degli aerei, che opponendosi al moto delle nave tendono ad allargare esternamente le apparecchiature di dragaggio creando un momento divergente rispetto al moto. Queste superfici possono essere utilizzate, invertendo l’inclinazione delle superfici, per consentire l’immersione ad una certa quota dell’apparecchiatura; in questo caso sono definiti immersori.

[46] Cowie, opera citata, afferma che il minamento giapponese a Port Arthur si basò sui risultati delle esercitazioni di minamento fatte nel Mediterraneo dagli italiani, pag. 32-35

[47] Cowie, opera citata, 1948, pag. 38-42


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