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livello elementare.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: I SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Caligola, Gaio Giulio Cesare Germanico
Fra le più suggestive stravaganze che Svetonio si è compiaciuto di includere nella biografia di Gaio Giulio Cesare Germanico – più noto con il nomignolo infantile di “Caligola” – spiccano le gigantesche navi di lusso a bordo delle quali il giovane imperatore ebbe occasione di navigare lungo le coste della Campania, banchettando spensieratamente fra danze e soavi melodie.
Busto di Gaio Giulio Cesare Germanico, detto Caligola per il tipo di calzari preferiti da adolescente (Aurelio Vittore, De Caesaribus, III), (Museo nazionale romano di palazzo Massimo, Roma)
Nella succinta notizia, racchiusa in sole trentatré parole [2], vi è una sommaria descrizione di questi bastimenti, definiti deceres Liburnicae, che avevano “le poppe ornate di gemme, le vele dai molti colori, un’abbondanza di terme, portici e triclini di vasta ampiezza, oltre ad una grande varietà di vigne ed alberi da frutta”. Non abbiamo purtroppo alcun’altra informazione specificamente riferita a questi eccezionali colossi costruiti per ordine dello stesso Gaio. È quindi comprensibile che tali navi vengano ricordate solo raramente, e comunque senza mai discostarsi dalla mera parafrasi della scarna notiziola svetoniana. Volendo tuttavia meglio comprendere di che tipo di navi si sia trattato, ci si imbatte fin dall’inizio nella difficoltà di interpretare il significato dell’espressione deceres Liburnicae, apparentemente caratterizzata da una stridente contraddizione di termini. Le deceri o deceremi erano infatti delle mastodontiche poliremi, mentre quelle che i Romani chiamavano liburne o liburniche erano unità sottili, leggere e veloci.
Non essendovi motivo di supporre che Svetonio abbia deliberatamente scelto di ricorrere ad un ossimoro, e dando per scontato che la parola deceris abbia sempre avuto un’accezione univoca, i dubbi debbono necessariamente concentrarsi sul significato da attribuire, in questo particolare caso, al termine liburnica [3]. Secondo una delle interpretazioni più diffuse, il sostantivo liburnica potrebbe essere stato usato quale sinonimo di nave da guerra. In effetti con il trascorrere dei secoli le denominazioni dei tipi di navi hanno progressivamente mutato il proprio significato originario [4], tanto che nel tardo impero vennero chiamate liburne anche le unità maggiori, fino al livello delle quadriremi e delle quinqueremi [5]. È tuttavia escluso che tale fenomeno si sia verificato nel periodo dell’alto impero, come si può agevolmente vedere sia dalle fonti letterarie [6] che da quelle epigrafiche [7].
D’altronde proprio Svetonio, oltre a parlarci delle deceres Liburnicae, in tutte le sue opere usa la parola liburnica solo altre due volte, sempre per indicare lo specifico tipo di unità leggera e veloce ideata dai Liburni ed adottata nella flotta romana [8]. Vi è anche stato chi ha supposto che liburnicae indicasse solo la presenza di un duplice livello di remi [9], lasciando alla parola deceres la normale funzione di specificare la tipologia di impiego dei rematori. Sarebbe quindi equivalso a dire che si trattava di “deceremi biremi”, con una precisazione del tutto inusuale e, a prima vista, più oscura che chiarificatrice [10].
Rimane, in definitiva, solo la più logica possibilità che Liburnicae sia un aggettivo aggiunto al sostantivo deceres per indicare che quelle navi erano state realizzate secondo la tecnica di costruzione liburnica.
Per cercare di far luce in tale direzione, occorre verificare come si collocarono le deceremi di Caligola nel contesto navale, tecnologico e politico della loro epoca. A tal fine, esamineremo in sequenza: le esperienze navali liburniche e la loro influenza sui cantieri navali dell’alto Adriatico, le caratteristiche delle maggiori costruzioni navali allora conosciute, la politica navale nel breve principato di Caligola e negli anni immediatamente successivi.
Nel I secolo d.C., quando fu scritto “Do re coquinaria” di Apicio, Plinio il Vecchio classificò solo l’arcipelago di Sebenico e Zara, Collentum (Murter), Gisu (Pag), Sisu (Sestrunj), Scardagissa (Škarda) nel gruppo delle isole Liburne (Liburnicae), Lissa (Ugljan e Pašman), i gruppi di isole Celadussae (Dugi Otok), Crateae e molte altre più piccole. La capitale della Liburnia era Scardona (Skradin). Una zona ricca, famosa per la produzione di olio d’oliva valutato a quel tempo come il migliore, migliore degli oli spagnoli, greci e italiani, come confermava Apicio.
Le navi liburniche
Pur avendo lasciato il proprio nome alla sola breve riviera che conduce alla città di Fiume [11], l’antichissimo popolo dei Liburni [12] si estese in epoca romana dal Carnaro fino al fiume Cherca [13] (che sfocia all’altezza di Scardona e Sebenico), ovvero su tutto il frastagliato lato balcanico dell’alto Adriatico, a nord del parallelo di Ancona. I Liburni, dotati di una spiccata abilità marinara – acuita dalle necessità legate alla sofferta conformazione delle proprie coste – mantennero per molti secoli un’assidua presenza navale nelle acque dell’Adriatico [14], stabilendo relazioni commerciali ed anche numerosi insediamenti lungo il versante orientale della nostra Penisola fino al canale d’Otranto [15].
La Liburnia integrata in una visione di insieme, in una carta della Norica, una provincia romana situata tra le Alpi Orientali e la riva destra del Danubio, che corrispondeva alla maggior parte dell’Austria e ad un lembo di terra slovena. Nella carta viene identificata la regione della Liburnia.
Degli scambi più diretti ed intensi debbono essersi verificati, come vedremo, con la più vicina fascia lagunare ai due lati del delta del Po, grazie alla presenza di una lunga serie di ancoraggi protetti [16], essendo forse anche agevolati da una certa affinità linguistica con i Veneti [17]. Per le esigenze delle loro navigazioni, i Liburni ebbero una particolare cura delle proprie costruzioni navali, che si distinsero dalle altre per alcune soluzioni del tutto originali.
le tavole del fasciame delle navi dei Liburni erano costruite con la tecnica della cosiddetta “cucitura” [18], tecnica successivamente abbandonata a favore della giunzione con biette e cavicchi [19]
Nel merito va tenuto presente che le navi dell’antichità vennero inizialmente costruite unendo le tavole del fasciame con la cosiddetta “cucitura” [18], tecnica successivamente abbandonata a favore della giunzione con biette e cavicchi [19], il raffinato incastro [20] che rese possibile anche la realizzazione di scafi di grandi dimensioni.
tecnica di costruzione con biette e cavicchia (spesso citati con mortasa e tenone)
Nel secolo di Augusto, pertanto, doveva suscitare un certo stupore la perdurante sopravvivenza delle seriliae, le tipiche navi “cucite” dei Liburni di cui scrissero Varrone e Verrio Flacco [21]. Ai nostri fini interessa rimarcare che delle navi di questo tipo – del tutto scomparse nell’intero Mediterraneo – continuarono ad essere costruite ed utilizzate in epoca imperiale, non solo sulle coste liburniche ed istriane [22], ma anche sulle sponde lagunari del delta del Po, laddove l’ambiente protetto rendeva idonea la tecnica della cucitura, più semplice ed economica [23].
In ogni caso, l’unicità del fenomeno della sopravvivenza di tale tecnica, concentrata esclusivamente nell’alto Adriatico, è un chiaro indizio della sensibile influenza della cultura marinara dei Liburni sui carpentieri navali dell’opposto litorale italico.
liburna
Nel campo del naviglio militare, l’abilità costruttiva dei cantieri dei Liburni ebbe notoriamente la sua più ammirata espressione nella liburna (o liburnica) [24], un tipo di nave che i Romani iniziarono ad apprezzare all’epoca di Pompeo e di Cesare, quando la Liburnia faceva già parte della provincia romana dell’Illirico. Fu tuttavia per merito di Marco Agrippa che le liburne, catturate in gran numero durante la guerra Dalmatica ed immesse nella flotta romana per la guerra Aziaca, poterono contribuire alla vittoria navale che cambiò la storia. Esse furono anche esaltate dai poeti – con qualche esagerazione di maniera – quali artefici di quel successo [25].
In realtà nelle maggiori flotte imperiali istituite da Augusto, le liburne soppiantarono solo le biremi (di cui rimase comunque qualche raro esemplare), senza tuttavia nulla togliere all’importanza delle unità maggiori. Esse ebbero peraltro un ruolo più visibile nelle flotte periferiche, prevalentemente costituite da unità leggere [26]. Purtroppo non abbiamo elementi per capire quali fossero esattamente le superiori peculiarità costruttive che convinsero i Romani ad adottare quelle navi così com’erano, non come biremi più avanzate, ma come nuovo tipo a sé stante, contraddistinto per sempre dal nome dei Liburni. Possiamo solo arguire che, pur adottando la normale tecnica delle biette e cavicchi [27], gli scafi fossero progettati in modo tale da assicurare alla nave una leggerezza, una velocità ed una manovrabilità di gran lunga superiori alle precedenti unità delle stesse dimensioni [28].
Fine parte I – continua
Domenico Carro
articolo parte del saggio dell’autore DECERES LIBURNICAE (romaeterna.org)
in anteprima copia di un mosaico che mostra l’approdo di un grande nave, da Museo di Nemi – originale conservato all’antiquarium del Celio, Roma.
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Note
[1] Il sottotitolo riflette parte delle conclusioni di questo studio, da intendersi come indagine storica sui presunti mega-yacht marittimi di Caligola e sulle loro relazioni con la base navale di Ravenna.
[2] Suet. Cal. 37,3.
[3] “Il est clair, en tout cas, que le mot liburnicae n’est pas pris ici au sens propre.” (Reddé 1986, p. 107, nota 332).
[4] Medas 2004, p. 130.
[5] Veg. mil. 37. D’altronde Vegezio usa normalmente la parola liburna per indicare le navi combattenti della flotta romana (Veg. mil. 32-39 e 43-46).
[6] Nei primi tre secoli per indicare una nave da guerra si ricorreva talvolta alla parola trireme, come accade, ad esempio, nei libri di Tacito (contemporaneo di Svetonio, ancorché più anziano). Ma questo stesso storico usa le parole liburnica (12 volte) e liburna (una volta) sempre riferendosi alla specifica unità leggera (Tac. ann. 16,14; hist. 2,16 e 35; 3,12; 14; 42; 43; 47; 48; 77; 5, 23; Agr. 28; Germ. 9).
[7] Panciera 1956, pp. 151-153.
[8] Suet. Nero 34,3 e Suet. Plin.
[9] Avilia 2013, p. 121.
[10] Gli antichi non potevano avere dubbi sul significato di deceris. Per le grandi poliremi vedi successivo paragrafo 4.
[11] “A ponente l’incantevole riviera liburnica, verde di lauri, candida di cittadine, come Laurana, Ica, Abbazia, Volosca, che, sorgendo come per incanto dalle acque, s’accampano bianche e ridenti tra cielo e mare.” (Susmel 1919, pp. 1-2).
[12] Migrati nell’area adriatica probabilmente sul finire del secondo millennio a.C., provenendo dall’Asia (Solin. 2,51), forse dalla regione in cui si reputava fossero una volta vissute le mitiche Amazzoni (Serv. Aen. 1,243; cfr. Hor. carm. 4,4,20).
[13] Plin. nat. 3,38; Flor. epit. 1,21,1; il Cherca (in croato Krka) corrisponde al fiume Titius dei Romani.
[14] Nel periodo della loro massima espansione, i Liburni ebbero il controllo di tutte le isole dell’Adriatico, che venne anche chiamato “mare Liburnico” (Kreglianovich Albinoni 1809, pp. 26-27; Cattalinich 1834, p. 48; Anonimo 1863, p. 29).
[15] Plin. nat. 3,110 e 112; Kreglianovich Albinoni 1809, p. 24; Cattalinich 1834, p. 52.
[16] Sulla possibile funzione delle numerose stazioni portuali disseminate fra Aquileia e Ravenna in epoca protostorica, vedi Ferri 1962, pp. 473-475.
[17] Kreglianovich Albinoni 1809, pp. 8 e 77-98; Dzino 2003, p. 20.
[18] La legatura delle tavole era realizzata con delle sagole passate a spirale nella serie di fori obliqui praticati su entrambi i bordi contigui (Dell’Amico 2010, p. 42). Plinio il Vecchio precisa che per queste arcaiche navi “cucite”, chiamate sutiles naves, le sagole della cucitura erano realizzate in lino (Plin. nat. 24,40).
[19] Questo sistema, con biette infilate negli appositi incassi e fermate da una coppia di cavicchi, viene spesso indicato con l’espressione “mortase e tenoni“, barbarismo poco rispettoso della nostra terminologia marinaresca (cfr. Ingravalle 2000, p. 121, e Bonino 2003, p. 64).
[20] Lo stesso incastro, utilizzato per i frantoi oleari, è stato descritto da Catone il Censore, che lo chiama poenicanum coagmentum (Cato agr. 18,9).
[21] Rispettivamente citati da Aulo Gellio e Festo (Gell. 17,3,4; Fest. p.343 M).
[22] Come confermato dal ritrovamento di relitti in Istria (Boetto 2014a, p. 23) e nell’isola di Nona, a nord di Zara (Boetto 2014b, p. 52).
[23] I relitti “cuciti” finora ritrovati in Italia sono quasi tutti relativi a piccoli natanti lagunari di uso locale (Bonino 1968, p. 214), tranne almeno tre idonei alla navigazione marittima, di cui uno a Cervia (Bonino 1978, pp. 40-42) e due – di dimensioni maggiori – a Comacchio e Lido di Venezia (Beltrame 2002, pp. 374-376).
[24] App. Ill. 3.
[25] Ad Azio il loro contributo fu prezioso, ma certamente non determinante. Per le due guerre citate, vedi Carro 2014, pp. 129-136.
[26] L’articolazione delle flotte imperiali può essere desunta, a grandi linee, dai dati finora conosciuti dalle fonti letterarie, epigrafiche e papiracee (Carro 2002, pp. 186-215).
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ammiraglio di divisione della Riserva della Marina Militare Italiana, dal momento del suo ritiro dal servizio attivo, assecondando la propria natura di appassionato cultore della Civiltà Romana, ha potuto dedicarsi interamente all’approfondimento dei suoi studi storiografici, nell’ambito dei quali ha pubblicato numerosi libri e saggi, creato l’interessantissimo sito ROMA AETERNA ed il foro di discussione FORVM ROMAETERNA (2001-2013), poi sostituito dall’istituzione di pagine estratte da “Roma Aeterna” nelle maggiori reti sociali, quali Linkedin, Facebook, Twitter, Youtube, Flickr, etc. Non ultimo, l’ammiraglio Carro è relatore in importanti convegni, nazionali ed internazionali sui temi della storiografia romana e della salvaguardia della cultura marittima.