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Dalle esperienze del Vietnam alla guerra al terrorismo – Parte IV

tempo di lettura: 9 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: MARINE MILITARI
PERIODO: XX-XXI SECOLO
AREA: FORZE SPECIALI NAVALI

 

Il post Vietnam
Al termine della guerra in Indocina, la consistenza numerica delle forze speciali della USN subì, tra la metà e la fine degli anni ’60, un ridimensionamento importante. Un processo che coinvolse tante componenti specialistiche (i.e. minewarfare) che non trovavano nella visione dell’epoca una collocazione dottrinale negli staff della Marina degli Stati Uniti. Di fatto, nei corridoi del Pentagono, le operazioni di quegli uomini che operavano in silenzio e con poca visibilità non erano ben comprese ed in certi casi viste come scomode.

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Nel 1980, i SEAL vennero posti sotto il Joint Special Operations Command e fu costituito il SEAL Team Six, una squadra speciale da impiegare in operazioni di salvataggio ostaggi e antiterrorismo. I suoi componenti, scelti tra i migliori operatori SEAL, vennero sottoposti ad ulteriori sei mesi di addestramento con la Delta Force dell’Esercito americano con la quale avrebbero potuto interfacciarsi in quelle missioni.

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Navy SEAL emergono dall’acqua, 1986 – U.S. Navy Sea-Air-Land (SEAL) emergono dall’acqua durante un addestramento tattico. Il Seal in primo piano è armato con un fucile M-16A1 dotato di un lanciagranate M203 – autore non noto – http://www.dodmedia.osd.mil/DVIC_View/Still_Details.cfm?SDAN=DNST8802502&JPGPath=/Assets/1988/Navy/DN-ST-88-02502.JPG – 
Navy SEALs coming out of water.JPEG – Wikimedia Commons

Operation EAGLE CLAW
La creazione del SEAL Team Six non fu casuale. Uno dei motivi più importanti che portarono alla loro genesi fu il fallimento dell’Operation EAGLE CLAW. Nel 1979, il Joint Chiefs of Staff istituì una task force, nota come TAT (Terrorist Action Team), per sviluppare un piano per liberare i 52 ostaggi americani detenuti in Iran. Il piano prevedeva l’impiego di 93 soldati della Delta Force per assaltare l’ambasciata dove erano confinati ed una squadra d’assalto delle forze speciali di 13 uomini del Distaccamento “A” Berlin Brigade per assaltare il Ministero degli Affari Esteri, dove erano detenuti altri tre ostaggi. Un terzo gruppo di dodici Ranger doveva effettuare il blocco stradale dell’area di atterraggio Desert One, il punto di raduno sul territorio iraniano degli elicotteri della USN che avrebbero dovuto trasportare le forze speciali della Delta force.

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Una foto del sito di atterraggio “Desert One” utilizzato dalle forze speciali come punto di rifornimento nel tentativo di salvare gli ostaggi statunitensi in Iran. Il 24 aprile 1980 un Sikorsky RH-53D Sea Stallion della US Navy (visibile sulla destra) entrò in collisione con un Lockheed EC-130E Hercules dell’aeronautica americana (i cui resti sono in primo piano) durante il rifornimento dopo che la missione era stata abortita. Entrambi gli aeromobili furono distrutti, otto membri dell’equipaggio morirono. Sullo sfondo c’è uno dei cinque RH-53D non coinvolto nell’incidente che fu però abbandonato. Desert One, Iran (aprile 1980) – Fonte United States Special Operations Command History, 1987-2007 – autore U.S. military
Eagle Claw wrecks at Desert One April 1980.jpg – Wikimedia Commons

In estrema sintesi, otto elicotteri RH 53D Sea Stallion della USN furono dislocati sulla portaerei Nimitz,  a 60 miglia dalla costa iraniana,  in attesa di essere inviati al punto di raduno, designato Desert One dove avrebbero dovuto imbarcare le forze speciali per le operazioni di salvataggio. L’operazione di soccorso iniziò subito male e solo cinque elicotteri arrivarono in condizioni operative sufficienti per condurre la missione e sul terreno nacquero non chiari problemi di coordinamento fra le differenti forze in campo.

Nonostante solo quattro elicotteri fossero realmente necessari per il trasporto degli ostaggi e dei loro liberatori, i comandanti sul campo consigliarono al presidente Carter di abortire la missione. Proposta che fu accettata solo dopo due ore dal Presidente. Forse troppo tardi visto che la confusione aveva ormai mandato in tilt gli assetti sul terreno, denotando problemi di coordinamento tra i vari Reparti. L’evento più grave avvenne durante le operazioni di evacuazione quando si ebbe una collisione tra un aereo EC 130E ed un elicottero, causando la perdita di otto militari ma anche … di delicati documenti classificati sulla condotta della missione.

In parole semplici fu un disastro; oltre ai problemi di comando, coordinamento e controllo, la Marina statunitense, che aveva partecipato con alcuni operatori delle sue forze speciali,  intravide la necessità di creare un’unità antiterrorismo puramente navale da impiegare in quei tipi di operazioni ed incaricò uno dei partecipanti alla fallita missione, il capitano di fregata Richard Marcinko, per la sua progettazione e sviluppo. Marcinko era un ex UDT e poi membro del SEAL Team Two in Vietnam dove aveva partecipato all’azione di Ilo Ilo Hon, dove erano stati eliminati un gran numero di vietcong e distrutti sei dei loro sampan. Questa azione è ancora considerata dalla Marina degli Stati Uniti “l’operazione SEAL di maggior successo nel delta del Mekong“.

L’unità fu chiamata SEAL Team Six … dove il 6 era stato inserito per confondere l’intelligence sovietica riguardo al numero effettivo di squadre SEAL disponibili. Come ricorderete a quel tempo esistevano infatti solo il SEAL Team One ed il SEAL Team Two.

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Cdr Richard Marcinko, veterano del Vietnam, assunse la guida e formazione del nuovo reparto Seal Team Six
File:Richard Marcinko LCDR US Navy.jpg – Wikimedia Commons

La data di nascita ufficiale del SEAL Team Six avvenne nel novembre 1980, raccogliendo elementi scelti e già addestrati nei reparti SEAL che furono sottoposti ad un’intenso addestramento della durata di sei mesi che comprendeva tecniche di infiltrazione e di salvataggio ostaggi. In breve tempo il Seal Team Six diventò la principale unità rescue e antiterrorismo della Marina degli Stati Uniti con un organico di 75 operatori.

Nel 1984, Marcinko e una dozzina di operatori del SEAL Team Six formarono la “Red Cell“, un’unità speciale progettata per testare la sicurezza delle installazioni militari americane da eventuali attacchi terroristici. L’unità fu da subito finanziata in maniera maggiore degli altri SEAL team esistenti, cosa che sollevò non poche invidie e polemiche sulla sulla trasparenza della sua gestione. Di fatto, nel 1987, il SEAL Team Six fu sciolto ed il loro comandante, Marcinko, fu condannato a 21 mesi di carcere per corruzione.

La nascita del NSW DEVGRU
Dalle ceneri del SEAL Team Six fu formata una nuova unità chiamata “Naval Special Warfare Development Group“, NSW DEVGRU, tuttora esistente, che viene impiegata in tutti i teatri di guerra in compiti di salvataggio ostaggi e cattura. Tra le sue operazioni più importanti l’Operation NEPTUNE SPEAR, per la cattura in Pakistan del leader di Al-Qāʿida, Osama bin Laden

Dall’inizio della guerra globale al terrore, DEVGRU si è evoluto in un’unità operativa speciale multifunzionale con un mandato globale, il cui comando è in Virginia, presso il Training Support Center Hampton Roads di Virginia Beach. Gli operatori sono tutti SEAL, suddivisi in squadre identificate con un codice colore:

Squadra Rossa (Assalto)
Squadra Gold (Assalto)
Squadra Blu (Assalto)
Squadra d’argento (Assalto)
Squadra nera (intelligence, ricognizione e sorveglianza)
Squadra grigia (squadre di mobilità, trasporti, sommozzatori)
Team Verde (Selezione/Formazione)

Ogni membro del DEVGRU è accuratamente selezionato e deve possedere un background operativo di almeno cinque anni in un altro Reparto SEAL. Nel 2014 l’organico del DEVGRU comprendeva 1.787 posizioni autorizzate, di cui 1.342 militari e 445 civili. Le loro operazioni sono normalmente coperte dal segreto militare ma, in alcuni casi sono trapelate sui media che hanno però  avuto la disposizione di nascondere i volti dei partecipanti. Una pratica che si è diffusa anche per altri reparti delle forze speciali dislocati in aree di crisi. 

La liberazione di Philip Walton
L’ultima missione dichiarata è stata il raid per liberare un cittadino americano, Philip Walton, effettuata nelle prime ore del 31 ottobre 2020. Philip Walton, 27 anni, viveva con la moglie e la figlia a Massalata, una cittadina del Niger, vicino al confine con la Nigeria. Walton allevava animali e coltivava manghi vicino al confine tra Niger e Nigeria, quando fu rapito da sei uomini armati di fucili d’assalto AK-47. Da notizie intelligence fu identificato il luogo di detenzione e, coperto dall’oscurità, un gruppo di operatori del DEVGRU si lanciò da un aereo da trasporto dell’aeronautica americana nei pressi dell’obiettivo. Durante il raid, il team SEAL uccise sei dei sette rapitori. Nessun operatore americano fu ferito e Walton fu liberato.

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esercitazione tattica, i Seal emergono dopo un avvicinamento occulto – Fonte http://www.sealswcc.com/navy-seals-photos.aspx autore US Navy SealUnited States Navy SEALs 523.jpg – Wikimedia Commons

L’organizzazione dei SEAL Team
Oggigiorno sono attive dieci squadre SEAL in servizio attivo, ciascuna composta da più di 200 uomini e donne (SEAL e personale di supporto alla missione), ciascuna comandata da un contrammiraglio. Inoltre due ulteriori SEAL Team (17 e 18) sono stati organizzati all’interno della Naval Reserve Component. In estrema sintesi, negli anni ’80 i SEAL Team passarono da due a sei, sempre suddivisi tra East Coast (Little Creek, Virginia) e West Coast  (Coronado, California) e, nel 1987, confluirono sotto il comando unificato dello United States Naval Special Warfare Command di Coronado.

I Comandi East e Coast, più propriamente chiamati Gruppi, hanno ognuno alle proprie dipendenze quattro SEAL Team (i team 1, 3, 5, 7 sono assegnati al Gruppo West Coast mentre i team 2, 4, 8, 10 sono assegnati al Gruppo East Coast). Ogni Team ha una competenza specifica all’area di impiego geografica assegnata.

Naval Special Warfare Group 1 Coronado, California
SEAL Team 1 Pacifico occidentale
Ambiente operativo: Giungla, desertico, urbano
SEAL Team 3 Medio Oriente
Ambiente operativo: Desertico e urbano
SEAL Team 5 Corea
Ambiente operativo: Artico, desertico e urbano
SEAL Team 7 Pacifico occidentale
Ambiente operativo: Giungla, desertico e urbano
Seal Team 17 Supporto – Operational Support Team 1
Naval Special Warfare Group 2 Little Creek, Virginia
SEAL Team 2 Europa settentrionale
Ambiente operativo: Desertico e urbano
SEAL Team 4 Sud e Centro America
Ambiente operativo: Desertico e urbano
SEAL Team 8 Mediterraneo/Europa meridionale
Ambiente operativo: Desertico e urbano
SEAL Team 10 Mediterraneo/Europa meridionale Ambiente operativo: Desertico e urbano
Seal Team 18 Supporto – Operational Support Team 2

Ogni team operativo è normalmente suddiviso in otto o dieci plotoni, composti da sedici uomini (due ufficiali e quattordici soldati) che rappresentano l’unità operativa fondamentale dei SEAL. Ogni plotone può essere a sua volta suddiviso, flessibilmente a seconda della missione, in due squadre da otto operatori, o in quattro nuclei da quattro, o in otto coppie di nuotatori di assalto (combat swimmer).

Per il loro supporto, ai due Comandi Gruppo della East e West Coast si sono aggiunti un gruppo SDTV, SEAL Delivery Vehicle Team, con sede a Coronado, California, ed un gruppo “Special boat / SWCC” dove SWCC sta per Special Warfare Combatant Craft, con sede a Little Creek, Virginia.

In sintesi, da un punto di vista di impiego, i SEAL sono e rimarranno unici tra tutte le forze per operazioni speciali della Marina americana, perché chiamati per compiti occulti particolarmente difficili o delicati, dove l’obiettivo è indifferentemente sopra o sotto l’acqua. Il loro addestramento continuo e basato su specializzazioni successive fornisce alla USN uno strumento efficace in operazioni politicamente delicate in cui qualsiasi errore può portare gravi conseguenze politiche come la morte di eventuali ostaggi. Non ultimo, i SEAL Team si addestrano periodicamente con reparti similari delle forze speciali alleate al fine di ottenere una completa interoperabilità in caso di operazioni congiunte.

Andrea Mucedola

 

images USN NAVY, www.seals.com, wikipedia

 

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PARTE III PARTE IV

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Bibliografia

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