Uniformemente unici di Alessandro Botrè

Alessandro Botrè

7 Giugno 2026
tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: MARINA MILITARE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: COSTUME
parole chiave: Collegio Morosini, Venezia

Etica, estetica, cameratismo, antropologia: la Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia è un laboratorio sociale in divisa dove i ragazzi si addestrano alla vita da quasi novant’anni.

La divisa divide, distingue. L’uniforme uniforma (e forma). La vita è multiforme.
Come conciliare tale paradosso? Questa e moltissime altre riflessioni mi sono state stimolate dagli intensissimi tre anni vissuti alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. Tra il 2004 e il 2007, gli anni del liceo classico, ho vissuto infatti una dimensione parallela, fuori dal tempo e dallo spazio. Un’esperienza a tratti alienante ma anche esaltante, che rifarei altre mille volte e che consiglierei a tutti i ragazzi (pur con i cambiamenti occorsi alla Scuola nel frattempo). È un microcosmo che riproduce, come un piccolo laboratorio sociale, infinite dinamiche che poi si ritrovano nel mondo esterno e che spesso si afferrano solo più avanti, con l’esperienza. Dinamiche spesso amplificate che si evolvono lungo il percorso: si passa da una durissima disciplina che permea ogni istante della giornata per giungere, talvolta, a una goliardia selvatica. Una sorta di allegoria della vita, con le sue fasi, i suoi riti, i suoi miti e l’inevitabile fine. Si va dall’etica all’estetica, dall’antropologia alla psicologia.

Prendiamo un grande valore che manca abbondantemente nella società: il silenzio. Uno dei tanti divieti, a un primo sguardo assurdi, era quello di parlare nei locali di vita, locali quali il dormitorio, gli spogliatoi, le docce o il mitico Studio (il locale preposto appunto allo studio, ormai sostituito da più moderne camerette). In verità, celava quasi esotericamente due segreti importanti. Primo, riflettere sempre bene su quello che si sta per dire (o fare): spesso agiamo impulsivamente per poi pentircene; secondo, se ci riflettiamo, non c’è niente di così importante che non possiamo aspettare a dire per qualche minuto, o per qualche ora. In un mondo pieno di rumore (in senso lato), è un insegnamento che apprezzo sempre di più: stare nel momento presente, concentrarsi su quello che si sta facendo per poi godersi ancora di più l’attimo in cui si parlerà con l’amico, con la fidanzata o con chiunque altro. E se si veniva beccati a parlare, dopo le prime settimane di tentennamenti abbiamo imparato ad ammettere prontamente la nostra mancanza: cosa sarà mai un giorno di consegna semplice di fronte all’essersi assunti le proprie responsabilità? Lezione tra le più preziose, quest’ultima. E poi il rigoroso rispetto degli orari, che poi è rispetto verso il prossimo: se arrivi un minuto prima sei in ritardo. Il galateo estremo che vige a tavola, dove basta una minima disattenzione come un tovagliolo che cade per terra per guadagnarsi un giorno di consegna per «scarso senso dell’igiene». Il riguardo nei confronti degli allievi più anziani e delle gerarchie. Il cameratismo, la fratellanza, l’aiutarsi. L’assaporare tante piccole libertà che diamo per scontate. Ciascuno di questi temi meriterebbe un trattato a sé.

a sinistra tre «pivoli», ossia allievi del primo corso, nella posizione di corsa con i pugni al petto

a destra Allievi del terzo corso, chiamati «Anzianissimi», in tenuta «da casa»: uno dei vezzi estetici loro appannaggio era portare gli stivaletti anziché le derby con questa uniforme

Parliamo di uniformi
Nelle scuole militari devono essere costantemente e letteralmente perfette, al pari di ogni minimo gesto dell’allievo che le indossa (quantomeno durante il primo anno). L’Ordinaria invernale (un abito tre pezzi in lana blu doppiopetto quattro bottoni con stivaletti neri tipo beatles e spadino), con impermeabile o mantella blu a seconda se piove o meno, l’Ordinaria estiva (camiciotto a maniche corte di cotone bianco come i pantaloni e derby bianche), la Servizio armato estivo (un meraviglioso spezzato con giacca blu invernale e pantaloni bianchi estivi, completati da un bellissimo MAB), la tenuta «da casa» (d’inverno pantaloni e maglione di lana blu, camicia in oxford azzurra, derby nere e berretto bianco detto «caciotta», d’estate idem ma con jeans e camicia azzurra), o quella ginnica (pantaloncini e maglietta di cotone bianco o tuta blu): ognuna perfettamente intonata con un momento della giornata, per ragioni pratiche e formali, dallo sport alla libera uscita (che in Marina si chiama franchigia). Inoltre, quando tutti sono vestiti uguali, ognuno viene percepito ancora di più per ciò che è: l’abbigliamento solo apparentemente cessa di essere un linguaggio espressivo del sé, perché anche un’uniforme può essere eloquente, sotto diversi punti di vista. Il nodo della cravatta, il fermacravatta, il bottone o la stelletta fuori ordinanza (superiori permettendo ovviamente), farsi sistemare la giacca e il pantalone da un sarto, addirittura farseli fare su misura.

 Allievi per Venezia con l’Ordinaria invernale e impermeabile

Ogni dettaglio comunica. Ma non è tutto: al di là dei particolari esteriori, a emergere sono la personalità, l’unicità, il carattere, il temperamento, la cultura, l’intelligenza, la sensibilità e le altre infinite sfumature dell’essere umano. Un altro concetto importante è che l’individuo è sì un particolare, ma dal momento in cui indossa un’uniforme viene automaticamente identificato dal mondo esterno con l’universale: per fare un esempio estremo, se un marinaio viene visto sputare per terra, allora facilmente il ragionamento comune sarà che «la Marina sputa per terra». Sia chiaro: per chi scrive la forma senza sostanza è un’aberrazione, in generale propendo molto di più per la seconda, e anzi nelle Forze Armate a volte è la prima a prevalere. Non vorrei passare per bacchettone, maschera già largamente interpretata sul palcoscenico della commedia umana, piena di vuote convenzioni sociali, ma rimane un fatto che l’uomo vive anche di comunicazione ed emozioni, e l’abbigliamento è un fenomeno ad alto tasso comunicativo ed emotivo, quindi non può essere sottovalutato. Un minimo di ordine della persona e della tenuta esprime anche attenzione verso noi stessi, oltre che nei confronti degli altri: una delle tante evidenze scientifiche che lo provano è il fatto che il fenomeno della depressione sia molto spesso associato alla trascuratezza personale (oltre che dell’abitazione), proprio perché il soggetto non provando più amore per la vita e per sé stesso si abbandona all’incuria. Anche l’individuo meno esteticamente forbito cerca comunque di modulare l’abbigliamento a seconda del contesto, in base ai propri gusti e consapevolezze: difficile trovare qualcuno che si vesta allo stesso modo per andare a far la spesa o per fare colpo su qualcuno. È una legge di natura.

E poi, per concludere, parliamoci chiaro: il vestire civile ha pescato ampiamente nel mondo militare, sia di terra sia di mare. È affascinante, valorizza la persona a livello oserei dire del cervello rettiliano: dallo sportivo al formale, basti pensare solamente allo scontatissimo pantalone in denim, tipico di tutte le marine da oltre un secolo, o a un passe-partout come lo spezzato blazer blu dai bottoni dorati e pantalone bianco. E se chi li indossa ha frequentato un ambiente nautico e militare, allora avrà un’aura ancora più potente perché saprà benissimo quello che sta facendo e sarà presente nell’equazione una rarissima qualità chiamata pertinenza dell’essere.
Alessandro Botrè

articolo pubblicato originariamente su Arbiter 269
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in anteprima Allievi della Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia si apprestano a uscire in franchigia dopo aver passato l’ispezione. Indossano l’uniforme OI (Ordinaria invernale) con la mantella in lana. Il Morosini si trova sull’isola di S. Elena, e venne inaugurato nel 1937 come Collegio Navale della Gioventù italiana del Littorio per preparare i giovani al servizio nella Regia Marina.

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