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I pirati dell’antichità – parte III

Reading Time: 5 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA ROMANA
PERIODO: EPOCA REPUBBLICANE E IMPERIALE
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Pirati

 

Questo non vuol dire, ovviamente, che in epoca romana il Mediterraneo rimase, dopo Pompeo, sempre esente da qualsiasi forma di pirateria. Il dominio del mare non è come quei trofei che si possono ostentare tutta la vita dopo aver vinto una sola gara ma il frutto di un’azione di vigilanza e di dissuasione adeguatamente estesa, credibile ed a carattere continuativo.

Lo comprese perfettamente Ottaviano Augusto, ben consigliato dal suo fraterno amico e braccio destro Marco Agrippa, che si dimostrò il più grande ammiraglio di tutti i tempi.

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Marco Agrippa

Quest’ultimo, dopo aver costruito, armato ed addestrato una nuova flotta perfettamente efficiente, liberò il Tirreno ed il mar Siculo dalla rovinosa pirateria orchestrata da Sesto Pompeo (37-36 a.C.), liberò anche l’Adriatico dalla pirateria esercitata dai Liburni a partire dal golfo del Quarnaro (35-33 a.C.), e poi, avendo consentito con la vittoria navale di Azio l’instaurazione della pace sulla terra e sui mari (29 a.C.), pose le fondamenta per l’istituzione, da parte di Augusto, delle flotte imperiali permanenti, distribuite nelle principali basi navali dell’Impero. Furono queste flotte, con il loro silenzioso ma incessante servizio, ad inibire il rifiorire della pirateria e ad assicurare la tutela della legalità in mare secondo la legge di Roma, che garantiva a tutti la libertà della navigazione.

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Nel periodo dell’alto Impero, pertanto, gli inevitabili tentativi di ricostituire qualche forma di pirateria organizzata furono numericamente trascurabili ed ebbero vita breve. Fra di essi, si ricordano: un’effimera ripresa delle incursioni piratiche ad opera degli Isauri nelle acque sarde (6 d.C.), situazione prontamente sanata da Augusto; dei saccheggi piratici contro i Galli ad opera di navi germaniche (47 d.C.), poi affondate dalle triremi romane di Corbulone; il ricorso alla pirateria da parte dei Giudei di Giaffa, battuti dai Romani e dalla burrasca, nonché un’analoga presenza piratica giudaica sul lago di Tiberiade, annientata dalle navi di Vespasiano (67 d.C.).

In quella stessa epoca, se i mari che bagnavano le coste dell’Impero erano accuratamente controllati dalle flotte romane, lo stesso non poteva avvenire lungo le rotte commerciali esterne, come quelle verso l’India e la Cina. Pertanto, per i viaggi nell’oceano Indiano, che avevano frequenza annuale (essendo cadenzati secondo i monsoni), le navi romane venivano dotate di coorti di arcieri incaricati di respingere i frequenti attacchi dei pirati. La capacità delle flotte romane di garantire la sicurezza della navigazione iniziò a deteriorarsi progressivamente con l’avanzare della decadenza; e questa fu, a sua volta, causa e conseguenza delle invasioni barbariche, visto che la penetrazione dei Goti iniziò con delle incursioni navali di stampo piratesco dal mar Nero verso l’Egeo, in assenza di un idoneo contrasto.

La reazione imperiale si limitò infatti al tardivo avvio di sporadiche operazioni velleitarie spesso vanificate da epiloghi incoerenti: missioni condotte da Tenagino Probo contro i pirati Goti (nel 269), che vennero poi accolti nell’Impero;
da Carausio contro le piraterie dei Franchi e dei Sassoni, appropriandosi egli stesso dei bottini ed autoproclamandosi poi imperatore in Britannia (286);
da Costantino contro la fama di pirateria dei Franchi, di cui saccheggiò inutilmente alcune terre (313). È peraltro chiaro che fu proprio questo imperatore ad infliggere il colpo di grazia alle forze preposte alla difesa dell’Occidente, disarmando Roma e l’Italia, e portando con sé, a Costantinopoli, le migliori risorse navali (330).

Nel bacino occidentale del Mediterraneo, la perduta capacità di opporsi efficacemente alle scorrerie piratiche condotte dai Vandali insediatisi nel nord-Africa fu la premessa del sacco vandalico di Roma (455) e delle reiterate successive incursioni sulle coste d’Italia. La flebile reazione occidentale conseguì due successi onorifici: l’intercettazione e la neutralizzazione, nelle acque della Corsica, di una formazione navale vandalica in rotta verso l’Italia (456) e la messa in fuga, ad opera dell’imperatore Maggioriano, di alcuni pirati Mauri comandati da un Vandalo e sbarcati sulla costa della Campania (457).

Da parte orientale, tre soli imperatori bizantini avviarono delle spedizioni navali contro i Vandali: Teodosio II, la cui imponente forza navale non andò oltre la Sicilia (441), Leone, la cui flotta enorme venne lasciata incendiare dal nemico (471), ed infine Giustiniano, le cui forze poderose, imbarcate su 500 navi – di cui oltre 90 da guerra (inclusi dei nuovissimi dromoni) –, affrontarono i Vandali con un secolo di ritardo, annientandoli, ma lasciando l’Africa del Nord desolatamente spopolata (534).

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La successiva vittoria nella guerra Gotica ed il conseguente ritorno temporaneo dell’Italia nella sfera dell’Impero (553) consentì ai Bizantini di consolidare il loro parziale recupero del dominio del mare e li pose al riparo da significative minacce piratiche, sia da parte dell’atipica pirateria barbarica, orientata quasi esclusivamente verso i saccheggi delle coste, sia da parte di quella classica, prevalentemente votata agli abbordaggi in mare. Va peraltro osservato che, in quei tempi lamentevoli, con il drammatico impoverimento generale del nord-Africa e di tutte le altre coste del Mediterraneo, si era praticamente azzerato l’incentivo ad intraprendere la rischiosa attività da fuorilegge dei pirati, essendo svanite le speranze di ricavare lauti guadagni dalle rapine in mare, visto che i traffici commerciali marittimi si erano ridotti a livelli infimi rispetto al periodo aureo dell’alto Impero. 

Sotto tale ottica, spicca ulteriormente la straordinaria efficacia della prevenzione precedentemente esercitata dalle flotte dell’antica Roma contro la pirateria in tutti i mari dell’Impero (le cui sterminate coste ed isole non potevano certamente essere presidiate dalle legioni, che erano di consistenza appena sufficiente al controllo dei confini terrestri). Se i Romani riuscirono ad ottenere, con il loro imperium maris, il rispetto delle proprie leggi perfino nell’alto mare, nonostante i notevoli limiti tecnologici esistenti nell’antichità, qualche valido insegnamento dovremmo pur trarlo. Fra i fattori del loro successo vanno indubbiamente annoverati l’organizzazione delle flotte imperiali, che assicurava un’adeguata presenza navale ovunque necessario, e il diritto romano, che forniva ai pirati la certezza della pena.

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Ma appaiono ancor più importanti due aspetti tipici della mentalità romana: la decisa determinazione, come quella che abbiamo visto sia nel giovane Giulio Cesare sia nella magistrale guerra lampo di Pompeo Magno contro i pirati, ed il radicato senso pratico, che non perdeva mai di vista il fine ultimo e ricercava le soluzioni caso per caso, rifuggendo da ogni dogmatismo

Domenico Carro

 

PARTE I PARTE II PARTE III

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