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Recensione: “Il racconto del naufrago”, una storia di 4000 anni fa

Reading Time: 7 minutes

 

livello elementare

.

ARGOMENTO: RECENSIONE
PERIODO: MEDIO REGNO
AREA: ANTICO EGITTO
parole chiave: antichi marinai, Egitto

 

Tra le storie del mare più antiche che ci sono pervenute troviamo “Il racconto del naufrago”, datato nel periodo del Medio Regno d’Egitto (2040-1782 a.C.), un papiro scoperto da uno studioso del Museo Imperiale di San Pietroburgo ed ora conservato a Mosca (Papyrus Leningrad 1115). Nel documento troviamo il racconto delle disavventure di un naufrago che, dopo un naufragio, si risveglia in una terra florida e accogliente, un vero Eden che farebbe felice ogni Uomo. Ma, come vedremo, non esiste niente che può ripagare il desiderio del ritorno alla propria terra.

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Una pagina del testo  del “Storia del naufrago”, “Papyrus Leningrad 1115″ scritto in ieratico, la forma di scrittura dell’antico Egitto correntemente utilizzata nel quotidiano”

Una storia senza tempo
Il papiro racconta il ritorno a casa di un funzionario del faraone, a seguito di una sfortunata impresa. Visto il suo rango sa che deve riferire la cattiva notizia al sovrano ed è ovviamente molto preoccupato per quello che potrebbe succedergli. Il suo servitore, che si scopre fu un tempo un marinaio, cercando di tirarlo su di morale, gli fa comprendere che non tutti i mali vengono per nuocere e racconta la sua incredibile storia.

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Stavo andando alla miniera del re. Scesi al mare su una nave lunga centoventi cubiti (un cubito egizio, meh suten, corrispondeva alla lunghezza di un avambraccio, dal gomito alla punta del dito medio più un palmo (circa 523 cm ) e larga quaranta. C’erano centoventi marinai tra i più scelti d’Egitto. Sia che guardassero il cielo sia che guardassero la terra, i loro cuori erano più coraggiosi dei leoni. Potevano predire una tempesta prima che arrivasse, un brutto tempo prima che si verificasse. La tempesta è arrivata mentre eravamo in mare, prima che ci avvicinassimo alla terraferma. Mentre navigavamo faceva un continuo ululato, alzando un vento. Dentro c’erano onde di otto cubiti. Un pezzo di legno mi ha colpito. Poi fui gettato su un’isola da un’onda del mare.

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Si risveglia su una spiaggia circondata da una natura generosa: fichi e uva, pesci ed uccelli. Insomma non mancava nulla. Improvvisamente sente un rumore come l’arrivo di un temporale. Pensa che possa essere un’onda del mare …  ma sente gli alberi spezzarsi e la terra tremare. Si copre il viso dal terrore fino quando scopre che si tratta di un serpente lungo trenta cubiti (oltre 15 metri), con una lunga barba ed il corpo ricoperto d’oro. Il serpente gli domanda chi sia ma il naufrago, immobilizzato dal terrore, non riesce a rispondere e si prostra a terra. Il serpente, che si rivelerà essere il Signore di Punt, lo invita a raccontare la sua storia. Colpito dalla tragedia del naufrago, lo rassicura: l’isola è ricca di risorse di cui potrà godere liberamente e, fra quattro mesi, una nave arriverà e potrà così tornare a casa. “Felice è colui che racconta ciò che ha gustato, essendo passata una cosa dolorosa.

Il nobile serpente racconta quindi la sua storia, ovvero quando sull’isola viveva con tutta la sua famiglia: “Eravamo in totale settantacinque serpenti, figli miei insieme ai miei fratelli; non vi parlerò di una figlioletta che avevo ottenuto con la preghiera. Poi cadde una stella e questi si accese a causa di ciò. Avvenne che non ero con loro quando bruciarono. Io non ero in mezzo a loro. Ero morto con loro e volevo … sono morto con loro quando li ho trovati un mucchio di cadaveri tutti insieme. Se sei forte, soggiogando il tuo cuore, riempirai i tuoi abbracci dei tuoi figli, bacerai tua moglie, vedrai la tua casa. E’ più bello di ogni altra cosa. Raggiungerai la residenza della tua patria in cui vivevi insieme ai tuoi compagni”.

Il marinaio si prostra nuovamente a terra e gli dice:
«Parlerò di te, riferirò al re la tua potenza, gli farò conoscere la tua grandezza. Ti farò portare l’olio di laudanum heknu, lo yudenbu, la spezia di hesayt, l’incenso dei grandi templi che piace a tutti gli dei che vi si trovano. Racconterò ciò che mi è successo, ciò che ho visto del tuo potere. Si loderà Dio per te nella città davanti ai magistrati di tutto il paese. Macellerò per te tori in sacrifico. Ti offrirò pollame. Farò che ti siano inviate navi cariche delle vettovaglie di ogni città d’Egitto, come si fa per un dio che ama un popolo in una terra lontana e sconosciuta al popolo».

Il serpente apprezza anche se sa che il marinaio non possiede nulla. Come predetto, un giorno arriva una nave che lo metterà in salvo. Il serpente lo saluta e lo ricopre di doni pregiati: mirra, oli, spezie, profumi, colori per gli occhi, code di giraffe, grandi pezzi di incenso, zanne di elefante, levrieri, scimmie, babbuini e oggetti preziosi che il marinaio caricherà sulla nave. Il nobile serpente gli predice che: … tra due mesi ti avvicinerai a casa. … abbraccerai i tuoi figli, …“.

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Finalmente il marinaio parte con la nave e ritorna in patria. All’arrivo porta i doni al palazzo del re dove viene lodato e apprezzato. Non tornerà più a navigare e resterà nella sua terra lavorando come servitore. Termina così il suo racconto che, per quanto a lieto fine, non sembra però risollevare l’umore del suo padrone che chiede al servitore di non insistere, non avendo senso cercare di consolare qualcuno che sta andando incontro al suo nero destino. Il racconto termina così bruscamente.  “Non continuare, mio eccellente amico. Si dà acqua all’alba ad un’oca che sarà macellata durante la mattina?“.

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Un messaggio subliminale?
Uno degli aspetti più interessanti di questa storia, ricordo scritta circa 4.000 anni fa, è che ci può aiutare a comprendere il pensiero egizio dell’epoca. Tutto sembra ruotare sul loro territorio e non ci sono riferimenti ambiziosi verso altre terre. Questo differisce dai racconti di Omero in cui, all’amore verso la terra natia, si unisce il desiderio della scoperta di nuove realtà. Il marinaio egizio racconta delle terre del naufragio ma non esprime mai il desiderio di restare in quella ricca isola dove il nobile serpente lo ha accolto con simpatia e affetto. Nel racconto il marinaio chiarisce che ha solcato il mare per motivi esclusivamente economici e non sembra avere il desiderio di scoprire nuove terre.

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Dopo il primo sconforto a seguito del naufragio, ritrova la serenità in quell’Eden lontano, confortato dalla nobiltà di animo del Signore di Punt, ma non pensa mai di rimanere sull’isola perché vuole tornare alla sua casa in Egitto, che custodisce tutti i tesori terreni che gli interessano. Questo amore per la Patria natia è di fatto un’idealizzazione dell’amore verso l’Egitto dove il faraone, ricordiamoci, è la divinità assoluta. Chi ama l’Egitto ama quindi anche il faraone.

Considerando che il racconto poteva essere letto da pochi, si può ipotizzare che venisse per lo più raccontato, diventando uno strumento di propaganda per il popolo che doveva così sentirsi fortunato di vivere nella sua Patria. Secondo Joshua Mark, studioso e scrittore, questo concetto si ritrova anche in altre opere letterarie egizie come, ad esempio, nella Storia di Sinuhe, un classico della letteratura egizia, dove Sinuhe non è un marinaio ma un funzionario del faraone Amenemhet I, che fugge per motivi imprecisati in Siria, dove ottiene la benevolenza delle autorità locali.

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Amenemhet I, fu il primo sovrano della dodicesima dinastia del Medio Regno dell’antico Egitto. Probabilmente fu il figlio di Senusret e Nefert che si pensa fossero membri della famiglia dei nomarchi,  governatori provinciali nell’Antico Egitto, di Elefantina, un’isola del Nilo nei pressi di Assuan

Nonostante l’acquisito benessere, come il naufrago, continua a desiderare strenuamente il ritorno in patria. La sua preoccupazione è di morire oltre i confini della sua terra e dirà “Cosa c’è di più importante che il mio corpo sia sepolto nella terra in cui sono nato!

Quindi il messaggio del naufrago era che nulla poteva essere più soddisfacente della propria casa, nemmeno la ricca Terra di Punt, una destinazione commerciale tra le più importanti durante il regno della regina Hatshepsut, che potrebbe essere identificata con la attuale Etiopia/Eritrea o addirittura con la Somalia, considerata a lungo come la “terra dell’abbondanza“.

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regina Hatshepsut (1479-1458 a.C.)

A tal riguardo, le fonti riferiscono che la spedizione del 1493 a.C. inviata da Hatshepsut riportò da quella terra oro e avorio, nonché trentuno alberi di incenso per essere trapiantati in Egitto (una curiosa testimonianza botanica).

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Sebbene scritto 4000 anni il racconto è estremamente attuale e introduce un concetto senza tempo: l’amore verso la propria Terra, le proprie radici, i propri affetti. Un patrimonio di tutte le culture non decadenti che non può essere sconfitto dalle tentazioni materiali. Dove sentimenti e valori assoluti permangono, le civiltà prosperano e si rafforzano, in caso contrario sono destinate a scomparire.  
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Nota

la traduzione del testo del racconto del marinaio naufrago è di W.K. Flinders Petrie, 1892

 

Bibliografia
Joshua Mark, The Tale of the Shipwrecked Sailor: An Egyptian Epic. 2012

AA.VV., Egitto – la terra dei faraoni, Könemann/Gribaudo

Franco Cimmino, Sesostris – storia del Medio Regno egiziano, Rusconi

Simpson, W. K. et. al. The Literature of Ancient Egypt. Yale University Press, 2003.

 

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