Riaprire Hormuz: un problema globale

Andrea Mucedola

19 Aprile 2026
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: EDITORIALE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDIORIENTE
parole chiave: Hormuz, mine navali, contro misure mine

 

Buongiorno e buona domenica. L’editoriale di oggi è ancora legato al tira e molla nel Golfo, una situazione che se non fosse drammatica per le economie mondiali sarebbe grottesca.  Parliamo delle famose mine iraniane, posate in un numero limitato (le fonti parlano di una decina) in un’area molto vasta racchiusa in una “mine danger area” dichiarata dall’IRGC. In un mondo di diritto, e non lo siamo più, l’Iran non potrebbe legalmente chiudere Hormuz in quanto lo Stretto ha status di corridoio internazionale, con “diritto di transito” documentato nel diritto internazionale del mare (UNCLOS). Il minamento offensivo di acque internazionali — che è l’azione che l’Iran ha dichiarato di aver compiuto — è quindi un atto contrario al diritto internazionale del mare, non rientrante nelle procedure legali di autodifesa. Per capirci bene, per il diritto internazionale, l’Iran ha il diritto di posare campi difensivi, protettivi e offensivi nelle sue acque ma non in questo corridoio protetto dal diritto internazionale.

Vediamo di cosa stiamo parlando

Le fonti intelligence statunitensi hanno rilevato che l’Iran sta adottando misure per posare mine navali lungo le rotte marittime dello Stretto di Hormuz, una via obbligata naturale che ha una larghezza minima di circa 38 chilometri, con due corridoi di separazione del traffico di circa 3 chilometri separati da una zona di separazione. La costa settentrionale è composta dall’Iran mentre a sud dalla costa omanita. Fattore importante per una valutazione del problema è la batimetria con profondità variabili tra i 10 ed i 60 metri nella zona critica di traffico, ottimali per la posa di mine di fondo e ormeggiate. Parlare del tipo di mine non è però così significativo in quanto il problema non è la letalità delle armi posate ma la capacità effettiva a bonificare questi ordigni. Le dichiarazioni mediatiche e lo stato di guerra in corso hanno di fatto causato il blocco del flusso marittimo di oltre 1.200 navi nel Golfo, mettendo a rischio il transito di circa il 27% del petrolio mondiale e del 20% del gas naturale liquefatto. Secondo il Direttore Esecutivo dell’IEA, Fatih Birol, si tratterebbe della “più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale“, stimabile in circa undici milioni di barili di petrolio e 140 miliardi di metri cubi di gas al giorno. Ma non solo: va compreso che questo blocco va ben oltre i prodotti petroliferi. Circa un terzo del commercio globale di fertilizzanti azotati passa attraverso lo stretto ed il blocco ha già causato aumenti del 30–40%, minacciando la sicurezza alimentare per molti paesi del mondo. Inoltre, sono di fatto bloccate le esportazioni di elio dal Qatar influiscono sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori che lo utilizzano per la produzione dei chip. Ed ancora metanolo (un terzo del commercio globale passa attraverso lo stretto) la cui mancanza presto colpirà l’industria chimica per la produzione di materie plastiche, ed alluminio, zolfo, grafite con effetti a cascata per l’industria di transizione all’energia verde. Danni che subiremo per molto tempo.

In campo internazionale si stanno discutendo possibili opzioni per la bonifica delle presunte mine iraniane posate, secondo l’IRGC,  in un’area molto vasta dello stretto. L’area di pericolo dichiarata dall’Iran (emessa dagli iraniani come hazardous area restricted for all traffic) è molto grande e qualsiasi futura attività di bonifica in quell’area richiederà molto tempo per le operazioni di ricerca, identificazione e neutralizzazione delle presunte mine navali. Di positivo è che questa situazione non è nuova e la abbiamo già vissuta più volte: cacciamine italiani, francesi, spagnoli e inglesi hanno operato più volte nel Golfo Persico e dintorni con successo … ma sempre a guerra finita. Essendo la situazione politico-militare molto fluida, da un punto di vista analitico si possono fare tre ipotesi:

 ipotesi A la dichiarazione di posa di ordigni da parte dell’IRGC non è di fatto una dichiarazione formale e non ci sono evidenze della reale effettuazione di operazioni di minamento nello stretto di Hormuz (esistono regole previste dal Diritto internazionale che la prevedono). Per quanto sopra la presenza è solo ipotetica e il suo impatto sulla sicurezza della navigazione è solo psicologico.
 ipotesi B l’IRGC, che è sicuramente in possesso di un ampio arsenale di mine navali, potrebbe aver posato degli ordigni mine (in un numero limitato) in prossimità dei canali di transito internazionali con lo scopo, esclusivamente politico, di forzare la mano in una situazione che nella sua gravità sta diventando sempre più grottesca … considerando la dimensione dell’area di pericolo (ad occhio circa 500 miglia quadrate) e la sua vicinanza alle basi dei pasdaran, le operazioni di contro misure mine potrebbero essere effettuale solo in assenza di minaccia esterna. In pratica solo in caso di tregua concordata o pace. Per effettuare una simile operazione sarebbero necessari un minimo di diciotto cacciamine (suddivisi in tre squadriglie di sei), considerando una squadriglia sempre on task. Un tale dispositivo,  in caso di non ripascimento con altre mine,  necessiterebbe circa un mese di lavoro per una bonifica al 98% dell’area.
 ipotesi C L’IRGC ha posato un numero di mine limitato per prendere tempo ma questo non esclude da parte iraniana un successivo e continuo ripascimento di ordigni nel tempo … in questo caso ogni operazione sarebbe una roulette russa. Un’area bonificata potrebbe essere minata nuovamente. Qualora si ipotizzasse questa possibilità non ci sarebbe una soluzione immediata: ogni azione sarebbe inutile. Ciononostante il tempo di preparazione potrebbe essere impiegato per fare mente locale su possibili exit strategy in attesa di iniziare le operazione di bonifica. Va considerato che un minamento successivo moltiplicherebbe i tempi di operazione in zona con un fattore K non calcolabile (ma molto elevato), chiudendo l’area per molto tempo. Di contro questa ipotesi non converrebbe nemmeno all’Iran.

Per quanto sopra, nel caso dell’ipotesi A, attendere è la soluzione migliore, impiegando il tempo disponibile per pianificare l’operazione. Va compreso che, nel caso, il numero di assetti aggiuntivi MCM che potrebbero intervenire nell’area sono per lo più europei e il loro trasferimento va conteggiato nella capacità di reazione. Queste unità dovrebbero essere scortate da unità maggiori per la loro protezione e supportate da navi di supporto avanzato dislocate nell’area per le necessità di manutenzione e gestione dei sistemi. Anche in questo caso un Dejà Vue: per gli italiani, lo abbiamo fatto nel Golfo Persico più volte ma anche in mar Adriatico dove operarono per 60 giorni 24 cacciamine italiani e della NATO supportati da una robusta organizzazione a terra ed in mare per restituire la libertà di pesca a tanti lavoratori del mare. Una oculata pianificazione a priori ci avvantaggerebbe anche nell’ipotesi B … sempre che siano assicurate le condizioni per operare in sicurezza nell’area … ovvero non ci siano possibilità offensive contro le unità di contro misure mine da parte dei pasdaran. Nell’ipotesi C il rischio per il traffico sarebbe elevatissimo e non sarebbe mai accettato da nessuna compagnia di navigazione. Perdurando il conflitto, la soluzione migliore attuale è di non prendere decisioni affrettate e prepararsi con cura per una futura operazione, anche perché, prima o poi, dovremo occuparcene. La proposta di accordarci a livello europeo per inviare un gruppo di cacciamine a difesa dei nostri interessi è quindi sicuramente opportuna come ritengo sia opportuno deciderlo per tempo, considerando che un dispositivo navale specialistico di questo tipo di unità necessita un lungo periodo di preparazione che non è solo operativo (le forze sono già addestrate per questi compiti) ma anche tecnico e logistico.

Appare inoltre evidente che, in una situazione post conflitto, un’operazione di bonifica di quelle dimensioni non potrebbe essere condotta con le due sole unità MCM statunitensi in quanto comporterebbe tempi lunghissimi, non accettabili per il traffico mercantile che attende con ansia una soluzione; l’ipotesi più fattibile sarebbe un’operazione congiunta di una coalizione internazionale, sotto egida ONU, che permetterebbe una maggiore accettazione politica, e potrebbe prevedere la disponibilità anche di alcune marine orientali particolarmente interessate a riaprire la navigazione. Questa soluzione potrebbe però essere fermata dalla Russia che, essendo membro permanente del Consiglio di sicurezza, è al momento forse l’unico Paese che da questa situazione può solo guadagnarci. Purtroppo, a causa degli eventi delle ultime ore, esiste il rischio di un ulteriore minamento da parte degli iraniani che potrebbe aggravare ancora di più la situazione. Un’ipotesi drammatica che, come ho già scritto, non può durare in quanto non sarebbe di vantaggio per nessuno, colpendo gli interessi  anche di Paesi alleati dell’Iran, come la Cina che, per il momento, osserva ma potrebbe essere costretta a togliere il suo supporto diplomatico e, probabilmente, economico. Sun Tzu insegna.

In estrema sintesi, la chiusura prolungata di Hormuz comporterebbe uno scenario energetico globale di dimensioni drammatiche, paragonabili o superiori al 1973 quando in occasione della guerra del Kippur i costi petroliferi esplosero a causa della stretta delle esportazioni di greggio decisa dai paesi arabi. Va considerato che il danno non sarebbe solo energetico ma economico: ogni giorno di blocco costa all’economia globale decine di miliardi di dollari in costi diretti e indiretti e questo farà del male soprattutto alle maggiori economie importatrici di petrolio (Cina, India, Pakistan, Sud-Est asiatico) che non hanno riserve strategiche paragonabili a quelle statunitensi ed europee. Una guerra prolungata farà del male anche all’Iran, sempre più combattuto tra un regime militare non intenzionato a cedere (soprattutto per il maggior potere acquisito dopo la decapitazione dei leader religiosi) ed il popolo che continua a subire privazioni e violenze. Come disse Dante … Io era tra color che son sospesi ma ci torneremo.

Andrea Mucedola

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