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Il mistero dell’affondamento della corazzata Giulio Cesare – parte II

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MEDITERRANEO, MAR NERO
parole chiave: Giulio Cesare, corazzata
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La resa
A seguito delle clausole armistiziali, il 9 settembre 1943, il Comandante Carminati, comandante del Cesare, ricevette l’ordine del Re di consegnarsi alle forze britanniche a Malta insieme al resto della flotta. La nave venne riarmata in fretta e, dopo avere reimbarcato le munizioni, uscì con un equipaggio ridotto insieme alla torpediniera Sagittario ed alla corvetta Urania.

il Cesare lascia Pola

A
All’uscita dal porto di Pola un sommergibile tedesco cercò di silurarla, ma l’immediato intervento della Regia torpediniera Sagittario lo costrinse ad accostare durante il lancio, facendogli mancare il bersaglio. Il Cesare, che aveva poco carburante,  ricevette  l’ordine di dirigere verso Cattaro per rifornirsi di nafta per raggiungere Malta. L’equipaggio, che era all’oscuro degli ordini ricevuti, incominciò a sospettare qualcosa e, alle 22:30 del 9 settembre, all’altezza di Ancona, chiese al Comandante Carminati di chiarire le sue intenzioni. Il Comandante fu evasivo e l’equipaggio, ancora memore dei colleghi morti a Punta Stilo, decise di ammutinarsi. Gruppi di uomini armati si impossessarono della nave, il comandante venne rinchiuso nella sua cabina, mentre gli ufficiali rimasti con lui vennero rinchiusi nel locale timoneria di poppa. Il Direttore di Macchina, il maggiore del Genio Navale Fornasari, dispose di aumentare la velocità facendo rotta verso Ortona e cominciarono i preparativi per l’autoaffondamento con la sistemazione di cariche esplosive intorno alle “prese a mare” e nel locale caldaia.

I
Il comandante Carminati, dopo una notte di trattative con gli ammutinati, assicurò che la sosta a Cattaro sarebbe stata solo tecnica, dando la sua parola d’onore che, in caso di consegna ad una potenza straniera, avrebbe dato lui stesso  l’ordine di affondare la nave. La nave proseguì la sua rotta verso Cattaro e nel pomeriggio respinse un attacco aereo tedesco condotto da una formazione di Junkers Ju 87, i famosi Stuka. Subito dopo fu ricevuto l’ordine di dirigersi su Taranto. Una destinazione troppo lontana da raggiungere senza rifornirsi, e nel canale di Otranto il  Cesare restò senza nafta. Alla deriva, in balia delle onde,  la corazzata fu raggiunta e rimorchiata da una nave inglese fino a  Taranto dove arrivò l’11 settembre. La nave raggiunse la base navale quando gli Alleati avevano già preso possesso della città ed il Comandante Carminati ordinò lo sbarco dei componenti dell’equipaggio più compromessi con l’ammutinamento (che però non ebbero gravi conseguenze penali).

L’ammutinamento del Giulio Cesare non fu l’unico. La sera dell’8 settembre, quando il ministro della Marina de Courten annunciò alle basi di La Spezia e di Taranto l’armistizio e diede l’ordine del Re di far dirigere la Flotta per Malta per consegnarsi ai Britannici,  gli equipaggi della regia flotta si rivoltarono; in quelle concitate ore c’era chi proponeva di lanciarsi in un ultimo disperato combattimento, chi di autoaffondarsi. Una situazione frutto della gran confusione causata da un armistizio che non era stato preceduto da chiari ordini.

la flotta italiana internata a Malta dopo l’armistizio

Dopo aver fatto rifornimento di nafta, il 12 settembre il Giulio Cesare ripartì per Malta, insieme alla nave appoggio idrovolanti Miraglia, per riunirsi al resto della flotta. In ottemperanza alle clausole armistiziali la bandiera italiana non venne ammainata e l’equipaggio italiano rimase a bordo delle navi.

Un destino inglorioso
Al termine della guerra, in ottemperanza alle clausole del trattato di pace, la corazzata venne ceduta all’Unione Sovietica, come risarcimento dei danni di guerra. La Commissione tripartita alleata raggiunse nel 1948 un accordo per la distribuzione delle navi da guerra italiane: l’URSS ottenne la corazzata Giulio Cesare, l’incrociatore leggero Emmanuele Filiberto Duca D’Aosta, i cacciatorpediniere Artigliere e Fuciliere, le torpediniere Animoso, l’Ardimentoso e il Fortunale, i sommergibili Marea e Nichelio e il Cristoforo Colombo (nave a vela gemella dell’Amerigo Vespucci).

Il 9 dicembre 1948, il Giulio Cesare lasciò il porto di Taranto, dove era rientrato dopo Malta, e il 15 dicembre arrivò nel porto albanese di Vlera.  Il 3 febbraio 1949 la gloriosa nave fu consegnata al contrammiraglio Levchenko ed il 6 febbraio la bandiera della Marina sovietica fu issata a riva. Il 26 febbraio la vecchia corazzata raggiunse Sebastopoli, nel Mar Nero e, per ordine del Comandante della flotta del Mar Nero, il 5 marzo 1949 la nave fu rinominata Novorossiysk.

L’equipaggio russo fu addestrato alla conduzione della nuova, si fa per dire, unità e, nell’agosto del 1949, il Novorossiysk prese parte alle prime manovre come nave ammiraglia. In seguito, dal 1949 al 1955, la corazzata fu modificata imbarcando nuovi armamenti, munizionamento e sistemi di comunicazione sovietici. Le vecchie turbine italiane furono sostituite con delle nuove prodotte nella fabbrica di Kharkov.

Nel maggio del 1955, il Novorossiysk si unì alla flotta del Mar Nero ed alla fine di ottobre prese parte a delle esercitazioni navali complesse. La nave, che mostrava i suoi anni, rientrò a Sebastopoli il 28 ottobre 1955 e si ormeggiò alla boa su un fondale fangoso di 17 metri. Ho specificato questi due fattori perché torneranno utili nella seconda parte dell’articolo nella quale cercheremo di ricostruire ciò che successe quella terribile notte. 

L’esplosione
Dalle fonti aperte, al momento dell’esplosione, il comandante della corazzata, Capitano di 1° grado Kukhta, era assente da bordo e il comando era stato assunto dal comandante in seconda, il comandante di 2° grado Khurshudov. Secondo i registri di bordo una parte dell’equipaggio era in licenza ed erano imbarcati nuovi rimpiazzi, giovani cadetti e soldati dell’Accademia Navale sovietica.

Il 29 ottobre, alle 01:31 avvenne una potente esplosione a dritta sotto la prua della nave. L’esplosione provocò una falla nello scafo e danni su una superficie stimata intorno a 340 metri quadrati su una sezione di 22 metri di lunghezza. La nave fu rimorchiata in una zona poco profonda con i rimorchiatori.

Il comandante in capo della Flotta del Mar Nero, ammiraglio Pakhomenko ed il capo di Stato Maggiore della flotta, Vice Ammiraglio Chursin, il vice-ammiraglio membro del Consiglio militare Kulakov raggiunsero la corazzata. La situazione apparve subito critica e la nave in breve incominciò ad inclinarsi raggiungendo i 17 gradi. Un valore molto alto in quanto il suo valore di inclinazione critico era di 20 gradi. Sia Parkhomenko che Kulakov negarono il permesso di evacuare i marinai non impiegati nel controllo dei danni. In pochi minuti avvenne il dramma. La nave incominciò a ruotare velocemente fino a capovolgersi. Alcune decine di persone riuscirono a spostarsi verso le barche e le navi vicine, ma centinaia di altri marinai saltarono dal ponte direttamente in acqua. Molti rimasero all’interno della corazzata che affondava e centinaia di persone cadute in acqua furono risucchiate perdendo la vita. Alle 4:14 del mattino, il Novorossiysk, raggiunse i 20 gradi, oscillò a dritta e si appoggiò sul lato sinistro. In questa posizione rimase per diverse ore prima di scomparire completamente sott’acqua. Le vittime dichiarate furono 609 persone di cui circa 100 persone perirono direttamente a causa dell’esplosione e dell’allagamento dei compartimenti interni. Il resto perse la vita durante il capovolgimento della corazzata e nei momenti successivi. Alcuni di loro sopravvissero per circa due ore chiedendo disperatamente aiuto, battendo sulle lamiere interne. Poi, secondo le dichiarazioni dei sommozzatori di soccorso, non si sentirono più colpi.

La Commissione di inchiesta
Nell’estate del 1956, iniziarono i lavoro di sollevamento della corazzata che furono completati alla fine di aprile del 1957. La nave emerse di chiglia, il 4 maggio 1957, e il 14 maggio fu rimorchiata nella Baia dei Cosacchi, dove fu raddrizzata.

Vyacheslav Malyshev

P
Per accertare la causa della violenta esplosione fu formato un comitato governativo, guidato dal vice presidente del Consiglio dei ministri dell’URSS, ministro dell’industria navale, colonnello generale del corpo ingegneristico Vyacheslav Malyshev, un ingegnere di grande esperienza che, già nel 1946, dopo aver esaminato i disegni del Giulio Cesare, aveva raccomandato agli alti ranghi di rifiutarne l’acquisizione a causa della sua vetustà. Il 17 novembre, il rapporto finale fu presentato al Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Ammiraglio N. G. Kuznetsov

I
Il documento parlava di un’esplosione subacquea esterna causata da una carica esplosiva equivalente a 1.000-1.200 kg di tritolo, probabilmente dovuta ad una mina tedesca della seconda guerra mondiale che era rimasta sul fondo fangoso della baia. Gli Ufficiali in Comando furono inizialmente degradati ed allontanati. La vittima maggiore fu il comandante in Capo della Marina sovietica, ammiraglio N. G. Kuznetsov, che fu sospeso dal suo incarico. Alcuni videro nella destituzione un modo “elegante” per allontanarlo dall’incarico. Una cosa interessante fu che, sebbene il rapporto dell’inchiesta del Comitato identificasse nel dettaglio i responsabili delle poco efficaci azioni di contenimento dell’affondamento, non diede alcuna certezza su quale fosse stata la causa del disastro.

fine della II parte – continua
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