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livello elementare.
ARGOMENTO: REPORTAGE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: NORVEGIA
parole chiave: fiordi
Da Kirkenes a Honningsvag
Sono le 12,30 in punto, la Polarlys molla le cime d’ormeggio, si allontana dalla banchina del porto di Kirkenes, accosta verso Sud e inizia la seconda parte della nostra crociera. Da qui a Bergen toccheremo trentuno porti di città, cittadine e poco più che villaggi. In alcuni ci siamo già stati all’andata, mentre altri li vedremo per la prima volta. Il brutto tempo ci insegue praticamente fino all’arrivo a Honningsvag con nuvole basse, nebbia e ogni tanto una spruzzatina di gelida pioggia, ma non ci possiamo troppo lamentare; a parte questi ultimi perfidi tre giorni, gli altri nove sono stati tutti belli e soleggiati. Questi caratteristici porticcioli di piccoli villaggi che vediamo per la prima volta sarebbero anche belli da fotografare, ma con questo tempo non vale la pena di rischiare di ammalarci prendendo freddo. Tutte le escursioni organizzate dalle navi per Capo Nord iniziano da Honningsvag, sia nella tratta Sud-Nord che in questa contraria. Se arrivi da queste parti e non vai a vedere il mitico Capo Nord (71° 10′ 21″ N 25° 47′ 04″ E – alto 307 metri dal livello del mare) è praticamente come visitare Roma e non andare a vedere il Colosseo. Credo che moltissimi di noi “maturi ragazzi”, quando non eravamo ancora “maturi”, avevamo sognato e forse anche pianificato di raggiungere Capo Nord in moto; qualcuno ci è anche andato e chi non ci è andato (come il sottoscritto) ancora se ne pente. Infatti, quando Laura mi ha proposto la crociera in Norvegia, il mio primo pensiero è stato: “finalmente vedrò Capo Nord” e vederlo in due, sarà sicuramente meglio. Abbiamo scelto l’escursione della tratta Nord-Sud perché, partendo all’alba, secondo noi è la migliore.

Si arriva a Honninsvag alle 05,45. Dopo l’apertura del portellone di sbarco, si salta sul bus e, dopo circa venti minuti di strada nella Tundra tra laghetti, magnifiche baie e un paio di insediamenti del popolo Sami con relative renne, si arriva al centro visitatori di Capo Nord, che ci apre le sue porte al nostro arrivo. Di fatto siamo i primi visitatori della giornata e così non corriamo il rischio di trovarci con altri dieci o più autobus carichi di turisti. Possiamo quindi goderci in pace un’abbondante prima colazione, vederci l’interessante e bellissimo documentario, curiosare per il piccolo museo e ovviamente fare i circa centro metri che dal centro visitatori porta alla scogliera con il famoso globo.
Se fosse una bella giornata potremmo goderci l’alba, anche se in realtà in questo periodo – in cui non c’è la notte – il sole è già oltre la linea dell’orizzonte. Capo Nord ha affascinato anche molte teste coronate, dal re thailandese al re di Svezia e vari altri ma, il primo straniero a raggiungere Capo Nord fu l’italiano Francesco Negri, un esploratore di Ravenna, nel 1664 (vedi ritratto a lato).

Negri affrontò in solitaria un viaggio durato tre anni nella Penisola scandinava, con il preciso intento di raggiungere il punto più settentrionale del Continente europeo quando incontrò e visse a lungo con i Lapponi che descrisse nel Viaggio settentrionale. Fatto e descritto da Francesco Negri da Ravenna – pubblicato postumo nell’anno 1700. Un resoconto straordinario in cui il ravennate descrisse con cura i loro costumi, cultura, tipologie di alimentazione, cerimonie e rapporti sociali, imparando anche ad usare, primo italiano, gli sci. Di Negri va ricordato anche il suo contributo al recupero di alcune parti del Vasa tramite una campana subacquea di sua invenzione. Lo strumento poteva contenere solo un operaio che veniva ammainato per raggiungere il ponte del vascello sottostante e lavorare su di esso anche se per un limitatissimo periodo di tempo. Alcuni scritti dell’epoca ricordano che quegli uomini potevano resistere non più di quindici minuti a causa della bassa temperatura dell’acqua che li portava in ipotermia. Gli studi di Negri sull’uso della campana subacquea per i salvataggi marittimi permisero agli svedesi di operare comunque sullo scafo della grande nave. L’accesso ai cannoni rese però necessaria la demolizione di ponti e delle strutture sovrastanti; la complessa e laboriosa operazione fu descritta dettagliatamente da Francesco Negri nel suo ” Viaggio Settentrionale “. ( Vasa, storia del più grande vascello svedese che navigò solo per poche miglia di Andrea Mucedola • OCEAN4FUTURE autore).
Saltando nei secoli, arriviamo al 26 dicembre 1943, quando al largo del promontorio, fu combattuta la battaglia navale di Capo Nord (o battaglia dell’Isola degli Orsi), ultimo scontro navale tra unità di superficie alleate e tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Uno scontro terribile che si concluse con la vittoria alleata e l’affondamento dell’incrociatore da battaglia tedesco Scharnhorst.

foto dell’incrociatore da battaglia tedesco Scharnhorst – Fonte Bundesarchiv, DVM 10 Bild-23-63-07/CC-BY-SA 3.0 Schlachtschiff “Scharnhorst”.jpg – Wikimedia Commons
La battaglia navale avvenne il 26 dicembre 1943 al largo di Capo Nord tra due squadre navali della Royal Navy, adibite rispettivamente alla scorta dei convogli e l’incrociatore tedesco. Dopo un lotta impari la grande nave tedesca si capovolse ed affondò; solo 36 dei 1.968 marinai imbarcati sullo Scharnhorst vennero raccolti e salvati dal cacciatorpediniere HMS Scorpion e quindi trasferiti a bordo tradotti della nave ammiraglia britannica. Una grande tragedia del mare che fu onorata dall’ammiraglio inglese Fraser che rese gli onori all’equipaggio dell’incrociatore da battaglia tedesco lanciando una corona in mare per i tanti caduti. Chi ha il coraggio di visitare Capo Nord in inverno, vedrà le più belle Aurore Boreali della Norvegia. Finita la nostra visita, lasciamo il centro visitatori, in contemporanea all’arrivo di frotte di turisti e proseguiamo con il nostro autobus, riattraversando la tundra; ammirando i paesaggi incredibili, le piccole isole e la costa selvaggia, fino da Hammerfest, una piccola città di circa 10.000 abitanti, che ha un primato unico, è la più settentrionale dell’Europa. Da sempre un importante centro per la pesca, nella caccia artica, nei secoli scorsi ne ha viste di tutti i colori: dalle cannonate dei brigantini inglesi del 1800, all’incendio che distrusse metà della città nel 1890 e, per finire, fu rasa al suolo dai tedeschi in ritirata nel febbraio del 1945. Ad Hammerfest risaliamo a bordo, giusto in tempo per goderci il ricco buffet di bordo.
Da Hammerfest a Bodo
Circa a metà di questa tratta, circa trentasette ore minuto più, minuto meno, di navigazione, la Polarlys esegue un’accostata stretta e s’infila nel Trollfjord, che possiamo tradurre in Fiordo dei Troll, la cui imboccatura è larga meno di cento metri. Questo magnifico fiordo è un braccio di mare lungo due chilometri ed è un derivante di Raftsund, lo stretto che separa le due isole settentrionali della Norvegia, le Lofoten e le Vesteralen. L’ingresso è largo solo cento metri che per una nave larga 19,5 metri significa avere una distanza di circa quaranta metri a traverso, senza contare qualche bella roccia affiorante, vicino alle sponde, che a occhio e croce si “mangia” altri dieci metri.

Questo passaggio è davvero un’esperienza e non a caso il 100% dei passeggeri sono fuori su tutti i ponti a guardarsi in giro e farsi mille selfie. Circa a metà del fiordo, si possono vedere le aquile, alcune volano a pelo d’acqua, altre sfiorano la nave nel loro volo elegante. Arrivati in fondo al fiordo, la Polarlys esegue un’elegante accostata di controbordo dirigendosi nuovamente verso l’imboccatura per riprendere la sua rotta verso Sud. Due porti prima di Bodo, faremo una breve sosta a Svolvaer, mini-città, poco più di un villaggio, nelle Lofoten. Qui, già mille anni fa, tutto ruotava intorno alla pesca ed al commercio del merluzzo bianco; all’imboccatura del porto c’è una stele con una statua dedicata alle mogli dei pescatori e tra una casa e l’altra ci sono le strutture in legno per appendere e fare essiccare i merluzzi. Ancora oggi, la principale attività economica della città è legata alla pesca e all’’itticoltura del salmone. Ma anche l’industria del turismo sta diventando una fetta importante delle finanze di Svolvær, infatti, sono circa 200.000 i turisti che ogni anno passano di qui per visitare queste isole o per imbarcarsi per le crociere di Whale Watching.

Da Bodo a Bergen
Dopo altri quattro porti e circa altre 14 ore di navigazione, ripassiamo la linea immaginaria del Circolo Polare Artico. Nei pressi di Sandnessijoen incontriamo una piattaforma petrolifera, In genere i giacimenti importanti sono più a Nord-Ovest, verso il Mare di Barrents, ma si vede che forse anche qui c’è qualcosa che vale la pena esplorare. La Norvegia è infatti il principale produttore di petrolio dell’Europa occidentale e un grande esportatore globale di idrocarburi, la patria del più grande fondo sovrano del mondo, con un settore energetico che vale circa un quarto del PIL nazionale. Passiamo tra centinaia di isolotti di tutte le forme e misure in un paesaggio incredibile. Secondo Google, che non mente mai, in Norvegia ci sono 239.057 isole e direi che a occhio, durante la crociera ne abbiamo viste una buona parte. Attracchiamo a Bronnoysund e abbiamo due ore per girarla in lungo e in largo, La storia ci dice che è stata fondata 900 anni fa e siccome è sul mare, ovviamente viveva di pesca; oggi ha circa 5.000 abitanti ed è stata completamente ricostruita con bellissime case. L’unica costruzione antica è la chiesetta che risale al 1870.


Dopo altre quattro ore di navigazione, passiamo al traverso del famoso faro di Rorvik, alto venti metri e costruito nel 1880 praticamente in mezzo al mare, a circa un miglio e mezzo dalla costa; quindi, mi viene naturale pensare che tipo d’uomo poteva essere il suo guardiano. Nel 1987 è diventato automatico. e mi viene il dubbio che lo sia diventato per mancanza di guardiani disposti a stare al freddo umido tutto l’anno. Oggi è un’attrazione turistica ed è possibile visitarlo. Ci dicono che in Norvegia, sono stati costruiti 212 fari ma oggi solo 107 sono attivi. Il nostro prossimo porto sarà Trondheim, qui abbiamo ben tre ore di sosta e quindi è possibile farci un bel giro. La città fu fondata nell’anno 997 dal re vichingo Olaf di Norvegia, che la battezzò con il nome di Kaupangen, poi Nidaros. Fu capitale norvegese sino al 1217. Nella Seconda Guerra Mondiale i tedeschi la rinominarono “Drontheim” e ne fecero un’importante base per i sottomarini che attaccavano i convogli diretti al porto di Arcangelo in Russia.

Oggi è una piacevolissima e coloratissima città, che conserva una cattedrale costruita nel 1152 in stile romano-gotico, conosciuta anche come la cattedrale di Nidaros, un’importante tappa per i pellegrini del Nord Europa. Altro importante attrazione è l’isola fortezza di Munkholmen. che, in passato ha ospitato una fortezza ed una prigione. L’ultima città in cui sbarcheremo, prima dell’arrivo a Bergen, sarà, Kristiansund, una città di circa 25.000 abitanti, nella quale sono state ritrovate tracce di frequentazione risalenti al 8.000 a.C. Nel XVII secolo l’olandese Jappe Ippe portò in Norvegia le sue conoscenze sulla salatura del pesce e, verso la fine del 1600, la città diventò un importantissimo centro della pesca e commercio del baccalà e dello stoccafisso.

Come abbiamo visto fermandoci e documentandoci nei vari porti che abbiamo visitato, nei secoli scorsi la ricchezza della Norvegia era dovuta alla pesca, conservazione e commercio del merluzzo. Il fatto che poi il baccalà è arrivato anche in Veneto, lo dobbiamo al navigatore e commerciante veneziano Pietro Querini che, nel 1432, a causa di una tempesta, naufragò sugli scogli dell’Isola di Sandoy, un’isola disabitata delle Lofoten e venne salvato insieme a 16 membri del suo equipaggio, dagli abitati di Rost (per la storia leggete questo articolo La scoperta dello stoccafisso: una splendida avventura di mare ai confini del mondo del XV secolo • OCEAN4FUTURE autore). Qui scopri il baccalà e quando tornò a casa se ne portò una buona scorta. Subito apprezzato dai veneziani, divenne una specialità gastronomica ancora oggi servita in tutto il Veneto. Dal naufragio al commercio, il passo non è breve, ma funzionò. L’ultima sera a bordo della Polarlys, viene offerto un buffet degno di Olaf il Vichingo. In questi 12 giorni il tempo è volato, domani sbarchiamo a Bergen, poi partiremo per Milano ma ripartiremo presto per nuove avventure.
Guido Alberto Rossi
Foto di Guido Alberto Rossi – è vietata la copia del materiale fotografico
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