Le micidiali “artiglierie” della flotta romana imperiale

Domenico Carro

16 Marzo 2025
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERO ROMANO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Arpace

Per completare la trattazione delle armi utilizzate dai classiari occorre ora prendere in considerazioni le grandi macchine belliche normalmente imbarcate sulle navi da guerra romane. Quelle macchine non sono state un’invenzione romana, poiché risalgono all’epoca ellenistica, ma i Romani ebbero la felice idea di sistemarle anche a bordo, mettendo a punto un loro ottimale impiego tattico prettamente navale e, naturalmente, apportando nel tempo varie migliorie tecniche per potenziarle. Fra le macchine belliche usate dai Romani vi furono sia macchine da lancio (catapulte, baliste, onagri e scorpioni), sia altri congegni che erano stati concepiti come macchine di difesa o d’assedio terrestri (torri – fisse e mobili – e sambuca) e che vennero adattati a bordo, assumendo caratteristiche prettamente navali. Per le macchine da lancio va tenuto presente che le loro denominazioni hanno assunto, con il trascorrere del tempo, dei significati molto diversi e con troppe sovrapposizioni. Quindi, per evitare confusioni, parleremo della catapulta (repubblicana e della prima età imperiale) e della balista (da Traiano in poi) come se si trattasse di due successive fasi della stessa macchina, mentre eviteremo di soffermarci sulla balista vitruviana, prendendo invece in considerazione l’onagro (per la stessa funzione di lancio di pietre) e lo scorpione nel suo ultimo significato di piccola arma portatile lancia-dardi.

La catapulta, come la balista e l’onagro, utilizzava l’energia propulsiva data dalla torsione di matasse costituite da fasci di tendini bovini, crini di cavallo o capelli femminili: tale torsione dava il nome generico di tormenta a tutte le grandi macchine da lancio. Il motore a torsione consisteva in un robusto telaio nel cui scomparto centrale scorreva il carrello di lancio, mentre nei due vani laterali erano alloggiate le matasse. Quali proiettili, nel carrello potevano essere sistemati dardi o giavellotti, oppure, per le catapulte più grandi, anche delle pietre. Per effettuare il lancio, occorreva caricare le matasse, agendo con apposite leve, fino alla massima torsione; poi, bastava rimuovere il fermo per far ruotare istantaneamente le matasse in senso inverso, trascinando il carrello che scagliava il proiettile. 

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Macchine da lancio maggiori: a) ricostruzione scientifica della balista di Vitruvio (disegno tratto da MOLARI et al. 2012, fig. 24); b) ricostruzione virtuale dell’onagro romano (da RUSSO-RUSSO 2007, p.196, fig. 233). In basso, due baliste imbarcate a bordo di una nave da guerra romana rappresentata in piccolo nella scena C della Colonna Traiana (rielaborazione grafica di una parte di una foto di E. de Wagt scattata ad un calco presente nel Museum fur Antike Schiffart di Magonza e rilasciata nel pubblico dominio).

Il motore di una presunta catapulta romana di età repubblicana fu rinvenuto nel 1912 nella città spagnola di Ampurias (già colonia romana Emporiae, affiancata all’originaria città greca): la corrispondenza delle sue misure con quelle date da Vitruvio ha consentito la ricostruzione dell’arma originaria. È stato valutato, su base sperimentale, che quel tipo di catapulta potesse lanciare dardi di 67 cm a oltre 300 m di distanza. Le catapulte vennero utilizzate da Marco Agrippa per consentire alle sue navi di lanciare l’arpax, una sorta di arpagone più lungo e pesante, che egli stesso aveva ideato per la battaglia navale di Nauloco, coronata dal pieno successo.

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In continuità con le catapulte, troviamo delle baliste (ballistae) utilizzate dall’esercito e rappresentate su alcune delle scene scolpite sulla Colonna Traiana. Le loro caratteristiche corrispondono alla descrizione che ne diede più tardi Ammiano Marcellino, e il cui funzionamento coincide con quanto già accennato per il motore della catapulta. L’aspetto di un’antica balista romana è conosciuto anche da quella rinvenuta in Mesopotamia. I dardi utilizzati dalle baliste erano compresi fra 22 cm e 1,77 m. La gittata delle armi, per un tiro di precisione con i dardi, era di circa 350 m; con le pietre, 180 m.

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Per assiemare e far funzionare ogni balista dell’esercito erano necessari 11 uomini altamente specializzati: probabilmente vi era un’analoga esigenza anche a bordo delle navi, poiché alcuni componenti dovevano essere montati poco prima dell’uso; ciò in quanto i motori di queste macchine dovevano essere custoditi all’asciutto prima del loro impiego, per non compromettere il rendimento delle matasse, composte da fibre fortemente igroscopiche. Le baliste erano anche l’arma utilizzata dalle navi romane per il lancio di proiettili incendiari. Questi potevano consistere in contenitori riempiti di sostanze infiammabili oppure, data la maggior gittata, in dardi appositamente predisposti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Kriegsmaschinen_Onager.jpgL’onagro (onager) era una macchina bellica ad un solo braccio, a differenza della catapulta-balista che ne aveva due. Questo braccio, chiamato stilum, era costituito da un robusto palo incernierato in modo da passare fra le matasse ritorte e avente all’altra estremità una fionda ove veniva posto il proiettile. Allo scatto, le matasse gli imprimevano una veloce rotazione che lo portava a sbattere contro una superficie imbottita, mentre la fionda rilasciava il proiettile. Quest’ultimo, una pietra sferica pesante da 4 a 50 kg., poteva raggiungere da 200 a 600 metri.

Lo scorpione (scorpio) si distingueva dalle precedenti macchine belliche perché sfruttava l’energia accumulata dalla flessione delle braccia di un arco metallico. Portava lo stesso nome scorpio un lanciatore di dardi dotato di grande rapidità e precisione di tiro utilizzato dai Romani durante la guerra Gallica di Giulio Cesare. Allo scorpione accenna vagamente Vitruvio, mentre Vegezio parla di manuballistae o arcuballistae, i cui due nomi appaiono riferiti sia alla maneggevolezza di quella piccola balista, sia al suo funzionamento grazie alla flessibilità dell’arco metallico. D’altronde uno strumento chiamato scorpio, dotato di un arco metallico come le balestre medievali è noto anche da alcuni rilievi funerari. Date le sue dimensioni ridotte potrebbe essere stato usato da parte dei classiari sia a bordo che in occasione degli sbarchi su coste ostili. 

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Fra le macchine d’assedio terrestri, la torre è quella che è stata adottata in modo permanente dalle navi da guerra romane. A bordo, tuttavia, non si trattava né di torri fisse – perché in navigazione la loro presenza sarebbe stata d’intralcio –, né di torri semoventi su ruote, perché con il rollio e il beccheggio sarebbero finite presto a mare. Le torri navali erano quindi delle strutture in legno che andavano montate di volta in volta a prora e in eventuali altri punti idonei della coperta. In epoca repubblicana i Romani già usavano delle torri pieghevoli (turres plicatiles). Ma nell’allestire la suo nuova grande flotta per la guerra Sicula, Marco Agrippa aveva ideato e fatto realizzare un nuovo tipo di torri fatte in modo tale che, rimanendo occulte in navigazione, potessero venir repentinamente erette dal ponte quando ci si avvicinava al nemico. Il vantaggio tattico offerto dalle torri era evidentemente quello di consentire ai classiari più abili con l’arco di permanere in una posizione più elevata dalla quale tirare le loro frecce sui nemici. Tale azione era particolarmente importante nella delicata fase immediatamente precedente all’arrembaggio, per inibire l’iniziale contrasto nemico contro i primi che dovevano saltare sulla nave da catturare.
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L’altra macchina d’assedio terrestre adottata dalle flotte romane è stata la sambuca, un complesso meccanismo finalizzato a consentire il superamento di mura nemiche affacciate sul mare. La versione navale, alquanto diversa da quella terrestre, è stata sperimentata da Romani durante la seconda guerra Punica, nel 214 a.C., quando si rese necessario riconquistare Siracusa, che si era inopinatamente schierata a favore dei Cartaginesi. Il console Marco Claudio Marcello impiegò la sua flotta per tentare l’assalto dal mare alle mura della città. Otto quinqueremi vennero distaccate per costituire quattro sambuche: ogni sambuca era formata da due navi che procedevano affiancate (remando dunque solo con i remi esterni) portando sulle due fiancate congiunte una lunghissima scala, sovrastata da una pedana (protetta da graticci) e sostenuta da un complesso sistema di cavi assicurati sia ai due alberi che ad entrambe le prore e le poppe. In tal modo era stato possibile avvicinare i primi assalitori alle mura, ma le ingegnose difese messe in atto da Archimede avevano sventato quei tentativi, inducendo Marcello a ritirare le sambuche e ad imporre alla città l’assedio e il blocco navale; e questi risultarono vincenti dopo tempi ovviamente più lunghi.

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In alto, torri di combattimento su ciascuna delle navi partecipanti alla battaglia navale d’Azio; bassorilievo in marmo appartenente alla collezione dei Duchi di Cardona, a Cordova (foto Istituto Archeologico Germanico di Roma). In basso, ricostruzione artistica di una sambuca portata da due quinqueremi affiancate verso le mura di Siracusa (disegno Gelo4, rilasciato nel pubblico dominio)

La sambuca potrebbe essere stata utilizzata dai Romani anche in qualche occasione successiva, come nel 146 a.C., quando il console Lucio Mummio, giunto davanti a Corinto con la flotta, prese d’assalto questa città e la conquistò. In ogni caso, il ricorso alla sambuca si verificò anche nel I secolo a.C. quando Mitridate VII, re del Ponto, tentò di impadronirsi all’improvviso di Rodi e ritentò l’impresa dopo diversi anni contro Cizico, sempre con due sole quinqueremi e sempre senza successo. Dobbiamo pertanto presumere che anche in epoca alto-imperiale, perlomeno sulle due flotte pretorie (finché ebbero varie quinqueremi) i classiari abbiano continuato ad addestrarsi all’utilizzo della sambuca, così come continuarono ad esercitarsi alla battaglia navale. D’altronde l’eventualità di dover combattere contro un’altra flotta era certamente meno probabile di quella di dover riconquistare una città divenuta ostile in seguito a qualche sedizione (come accadde a Bisanzio).
Domenico Carro 
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estratto dal saggio Classiari di Domenico Carro – Supplemento alla Rivista marittima aprile-maggio 2024 – per gentile concessione della Rivista Marittima, dedicato alla memoria del figlio Marzio, corso Indomiti, informatico visionario e socio del Mensa, prematuramente scomparso

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