I bacini galleggianti della Marina militare italiana – parte I di Guglielmo Evangelista

Guglielmo Evangelista

23 Giugno 2026
tempo di lettura: 4 minutilivello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: 
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Bacini galleggianti

I primi bacini di carenaggio in muratura furono costruiti in Francia fra il XVIII e l’inizio del XIX secolo e subito se ne apprezzò l’utilità poiché permettevano la manutenzione o la riparazione degli scafi senza bisogno di tirarli in secco sugli scali o di abbatterli da un lato per poter lavorare sulla parte scoperta: erano operazioni complesse, pericolose e dannose per le strutture.

Al momento della sua costituzione l’Italia possedeva due soli bacini di carenaggio in muratura, a Genova e a Napoli, di proprietà militare ma usufruibili anche dalla marina mercantile (1). Nel volgere degli anni si moltiplicarono i progetti e le discussioni per la costruzione di quelli di Ancona, La Spezia, Livorno, Messina, Palermo, Taranto e Venezia la cui realizzazione slittò più o meno rapidamente nei decenni successivi.


Una buona soluzione alternativa, là dove non era possibile o conveniente costruire bacini in muratura, furono i bacini galleggianti che presentavano grandi vantaggi: richiedevano tempi di costruzione molto brevi, erano trasferibili da un porto all’altro secondo necessità, potevano sostituire quelli permanenti in tutti in quei casi nei quali i terreni erano inadatti al loro scavo o, infine, potevano raggiungere sul posto le navi danneggiate per soccorrerle. Il loro funzionamento era anche semplificato dal fatto che era il bacino stesso ad essere affondato per farvi entrare le navi e poi rimesso in galleggiabilità permettendo l’afflusso e il deflusso dell’acqua senza bisogno di barche porta. Di contro richiedevano maggiori spese di esercizio e una vita che, pur essendo molto lunga, era comunque limitata.
Il primo bacino galleggiante italiano, la cui costruzione fu autorizzata con il Regio Decreto n. 1350 dell’11 marzo 1873, entrò in servizio a Genova in quello stesso anno e poteva sollevare navi di dislocamento fino a 800 tonnellate. Fu gestito dalla “Società del bacino galleggiante Giuseppe Merello & C.” passando poi alla Cassa Marittima; nel 1900 fu sostituito da uno in ferro e rimase ormeggiato presso la calata nord del Molo Vecchio fino a dopo il 1915 (2).In un primo tempo la Regia Marina, pur valutandone l’impiego fin dal 1863 e benché la materia fosse trattata in varie discussioni parlamentari, non ricorse a bacini galleggianti considerando sia la disponibilità di quelli in muratura esistenti cui si affiancarono presto quelli di La Spezia e di Venezia, seguiti poi da Taranto, sia gli scarsi fondali di molti porti che impedivano una sufficiente profondità di affondamento al momento di ricevere le navi (3).

Fra il 1885 e il 1899 furono tuttavia costruiti piccoli bacini galleggianti da 32 metri per torpediniere e cacciatorpediniere – e ne esistettero anche di più piccoli e di più grandi – in modo che queste unità, molto numerose, non occupassero le strutture maggiori lasciandole così alle navi più importanti; inoltre, esistendo le stazioni torpediniere sparse lungo le coste di tutta la penisola, i bacini potevano essere trasferiti e impiegati dove ce ne fosse stato bisogno. Dopo la fine della prima guerra mondiale il numero dei bacini galleggianti e in muratura italiani si accrebbe con quelli dei cantieri presenti nel limitato tratto di costa fra Monfalcone e Fiume dove l’Impero austriaco, per la sua configurazione geografica, era stato costretto a concentrare la maggior parte dell’attività navale militare e mercantile.

Quelli presenti a Pola provenivano tutti dalla marina austroungarica e nel 1918 vennero incorporati alla Regia Marina anche se pochi anni dopo furono ceduti in uso a privati a seguito della dismissione della maggior parte dell’arsenale.
Fine I parte – continua
Guglielmo Evangelista

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Note

  1. Esisteva anche un terzo bacino a Villafranca Marittima realizzato per le galere del Regno di Sardegna e costruito nel 1730: era troppo piccolo per essere utilizzato dalle navi moderne e comunque quella base navale era stata ceduta alla Francia nel 1860  insieme a Nizza e alla Savoia.
  2. L’iniziativa partì dal capitano Giuseppe Merello che prese ispirazione dai bacini galleggianti osservati nel porto di New York. La struttura, in legno, per il cui progetto fu messa a disposizione la sala a tracciare del Cantiere della Foce, fu costruita a Multedo e venne rimorchiata a Genova dal piroscafo Cambria al comando dell’allora Capitano di fregata di 2^ classe Costantino Morin.
  3. Nel 1867 era stata iscritta in bilancio la somma di tre milioni di lire per l’acquisto di un bacino galleggiante, ma non risulta che vi sia stato un seguito.
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PARTE I PARTE II
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