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livello elementare.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: La Spezia, Varignano
Per Giuseppe Garibaldi la conquista di Roma divenne sempre di più un’ossessione, ossessione di un vecchio – o, meglio, di uomo le cui vicissitudini avevano fatto invecchiare precocemente – che fu abilmente sfruttata da una certa stampa repubblicana. Quanto al modo di conquistare la Città Eterna sperò sempre di replicare il travolgente successo della spedizione dei Mille con i medesimi ingredienti: sorpresa, volontarismo e un percorso di avvicinamento alla futura capitale che doveva cominciare dalla Sicilia e risalire la penisola. I tempi però erano rapidamente cambiati e i suoi sogni naufragarono regolarmente di fronte alla volontà – più che contraria ispirata alla massima prudenza – del governo del Regno d’Italia.

Nella foto è visibile il foro d’entrata della pallottola nello stivale di Garibaldi, in prossimità del malleolo destro. In realtà l’eroe dei due mondi fu ferito con tre palle di carabina, due all’anca sinistra ed una al malleolo mediale della caviglia destra. La rimozione delle prime due non fu affatto difficoltosa, mentre quella al malleolo fu un vero e proprio dilemma clinico per cercare di capire se la pallottola alla caviglia fosse rimasta ancora conficcata nell’arto (i raggi X non erano stati ancora scoperti da Röntgen – 1895). Lo stivale è oggi conservato al “Museo centrale del Risorgimento” al Vittoriano da Garibaldi, Lincoln ed il dott. Nélaton – Storia della Medicina Sito & Blog – Stivale_Garibaldi_1870.jpg (330×490)
Uno di tali tentativi, iniziato nell’estate del 1862, si infranse contro i Bersaglieri del colonnello Pallavicini sull’Aspromonte il 29 agosto e il generale, ferito al malleolo della gamba destra da una fucilata, fu arrestato e condotto verso la costa su una barella di fortuna. A Scilla venne imbarcato, in stato di arresto, sulla pirofregata Duca di Genova con la quale raggiunse il Varignano nel mattino del primo settembre, ma lo sbarco del prigioniero avvenne solo il giorno successivo, portato a terra con ogni delicatezza da due robusti marinai. Il ritardo dello sbarco era dovuto al fatto che alcuni urgenti trasporti di polvere da sparo dei giorni precedenti avevano impegnato tutto il personale impedendo una sollecita preparazione del suo alloggio e, in più, i letti necessari al suo seguito erano stati erroneamente spediti al vicino forte di Santa Maria. Al di là di questi pretesti, non si può negare che gli eventi si erano succeduti con una tale rapidità da cogliere tutti impreparati.

Il Varignano in una stampa dell’epoca: gli edifici alla sommità del promontorio erano completamente circondati da mura oggi scomparse
Ospite più che prigioniero
Il governo aveva dato rigidissime disposizioni affinché il generale e le persone al suo seguito fossero trattate con il massimo riguardo, venissero alloggiate in camere decentemente ammobiliate e avessero un servizio di tavola conveniente; tutto a spese del Ministero di guerra. Il comando del Varignano non impose particolari restrizioni: Garibaldi poteva ricevere visite, doni, denaro e corrispondenza ed inviare missive e telegrammi molti dei quali venivano regolarmente pubblicati da giornali italiani e stranieri. Per i primi tempi la biancheria da letto gli fu offerta dal comandante Wright (1) del Duca di Genova. Per le necessità minute sue e del seguito fu importante l’impegno profuso da Andrea Rossi, Comandante del porto della Spezia (2) che riuscì perfino a procurarsi della neve per calmare l’infiammazione. Vi fu soltanto una certa severità, su esplicita richiesta dello stesso Garibaldi, nel selezionare e ammettere alla sua presenza i visitatori perché arrivavano continuamente gruppi, curiosi e persone che volevano dimostrare soltanto la loro solidarietà stancando inutilmente il malato e finendo per fare dell’austero e un pò lugubre lazzaretto un luogo di ritrovo di allegre comitive. Insomma, dal punto di vista dell’assistenza materiale non gli mancò nulla, almeno stante quello che poteva offrire l’epoca. Per il decubito ebbe perfino dei cuscini di gomma gonfiabili: i tempi moderni incalzavano … Il governo avrebbe garantito anche un’adeguata assistenza sanitaria al generale, ma non ce ne fu bisogno: fin dal momento in cui fu ferito Garibaldi fu assistito costantemente dal medico siciliano Giuseppe Basile, veterano del 1860 che lo aveva seguito sull’Aspromonte e lo seguì prigioniero al Varignano, assieme agli altri due medici, Albanese e Ripari, anch’essi reduci dalla spedizione dei Mille, ma ben più titolata anche se altrettanto poco efficace assistenza fu fornita da vari luminari fra i quali Francesco Rizzoli che più tardi fu fondatore dell’ancora oggi celebre istituto di Bologna, Ferdinando Palasciano, professore a Napoli e considerato uno dei fondatori ideali della Croce Rossa ed altri provenienti dall’estero come il professor Fergusson, il professor Richard Partridge e il professor Pirogoff di San Pietroburgo. Il numero dei sanitari accorsi arrivò a 23: stilarono una quantità di eruditi rapporti professionali, si azzuffarono fra loro, ma nessuno riuscì ad arrivare al nocciolo della questione, cioè stabilire se la palla fosse o meno rimasta nella ferita e in questo caso dove si trovasse, così che furono inutili i continui e dolorosissimi sondaggi che irritarono pesantemente tutto l’arto.

Garibaldi nella sua stanza
Se la radiologia era ancora sconosciuta, etere e cloroformio erano già noti ed usati in chirurgia da diversi anni, ma tutte le prospezioni si svolsero senza anestesia perché gli effetti collaterali erano ancora poco noti e la celebrità del paziente suggeriva di non fargli correre più rischi del necessario.

Garibaldi con il Dottor Auguste Nélaton (1807 – 1873), medico e chirurgo francese
La stanza del mistero
Su dove Garibaldi trascorse il periodo del Varignano le fonti sono discordanti: si parla di una stanza dell’ospedale, dell’alloggio del comandante, di un’intera ala della palazzina del comandante, dell’edificio centrale dei tre che costituivano la struttura , mentre lo stesso Garibaldi nelle sue memorie si limita a riferire che dalla sua camera poteva vedere il mare del seno delle Grazie. Un testimone oculare parla della “terza finestra del secondo piano” ma senza precisare di quale edificio. Per quanto riguarda gli interni c’è chi descrive un palazzo con un atrio nudo e squallido e che l’appartamento, se non è quello l’albergo della miseria, non è nemmeno quello della ricchezza e dell’eleganza. Le cronache affermano che nella sua camera si trovavano un letto, un tavolo con candeliere, due grossi armadi e varie sedie. Dalle immagini, confortate dalle fotografie, sembra che Garibaldi si trovasse in un normale appartamento dell’epoca a camere intercomunicanti, con pareti coperte di tappezzeria che tuttavia i testimoni descrivono in cattive condizioni per l’umidità. Altre stanze, sembra quattro, erano a disposizione delle persone che lo assistevano, fra i quali i figli e la figlia Teresita con il genero Stefano Canzio. Ancora oggi i ciceroni di turno danno la loro personale interpretazione sul luogo dove il generale venne alloggiato. L’esame critico delle fonti e dei luoghi porta comunque ad escludere i locali degli edifici che si affacciano sul cortile del lazzaretto vero e proprio poiché uno era destinato ai forzati che lavoravano alle cave e alla costruzione dell’arsenale e l’altro in quel momento era usato per gli altri prigionieri garibaldini che erano stati arrestati assieme a lui e vi erano state impiantate le cucine e quindi era troppo rumoroso e affollato per l’illustre ferito. In conclusione, la logica dà la certezza che la sua sistemazione fosse al secondo piano del “Palazzo di Pratica”, il terzo edificio che sorge sulla punta del promontorio, separato dagli altri e destinato ieri come oggi ad alloggi e uffici.
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La definitiva conferma viene dal Colonnello Santa Rosa, Comandante Superiore Militare del Golfo della Spezia che in un rapporto riferisce che per Garibaldi era stato approntato l’ampio alloggio di servizio del Comandante Locale di Marina; costui era vedovo e senza figli e quindi si sarà temporaneamente sistemato altrove senza problemi, ma aveva lasciato l’alloggio con pochi mobili raccogliticci forniti dall’amministrazione. Di fatto l’aspetto generale era trascurato come tutti i visitatori non mancarono mai di rilevare ed era una persona anziana che viveva sola e quindi quello che “passava il convento” gli bastava largamente. Peraltro, nel portale internet delle Prefetture, oltre all’ulteriore conferma che il generale fu ricoverato nel piano nobile del Palazzo di Pratica, viene riferito che l’appartamento era del Commissario di Sanità Antonio Boccardi, incarico del tutto differente e separato da quello del Comandante militare. È probabile che il Santa Rosa abbia equivocato e quanto scrisse nel suo rapporto debba ascriversi invece al Boccardi (1811-1880) perché il Comandante di Marina era il Tenente di Vascello Giovanni Ansaldi, presumibilmente troppo giovane per corrispondere al profilo tracciato prima. D’altra parte è presumibile che entrambi abitassero porta a porta sullo stesso piano. Purtroppo nessuno pensò in tempi successivi di apporre un qualsiasi segno che ricordasse il luogo della degenza né vale confrontare le piante settecentesche del palazzo o l’attuale distribuzione dei locali perché i profondi e continui rimaneggiamenti degli interni dell’edificio rendono problematico un riconoscimento certo dell’ambiente, in particolare per la scomparsa delle tracce dell’ampia nicchia nel muro (attestata anche dalle fotografie) dove si trovava il suo letto che, peraltro, non figura neppure nelle mappe di inizio ‘800. Dal punto di vista politico la posizione del generale e dei suoi volontari, molti dei quali erano militari che avevano abbandonato i loro reparti ed erano tutti trattenuti in stato d’arresto, era decisamente imbarazzante ed era necessaria una soluzione dignitosa che, rigorosa o indulgente, non dividesse l’opinione pubblica. L’occasione ad hoc si presentò subito: sfruttando il matrimonio della principessa Maria Pia, figlia di Vittorio Emanuele II, con il re del Portogallo, il 5 ottobre 1862 fu promulgata un’amnistia.
A seguito di questa, il 22 ottobre, Garibaldi si trasferì alla Spezia all’albergo Milano, situato dove oggi si trova l’ammiragliato. Vi giunse in barella, facendo il viaggio per mare su una barca decorata in modo abbastanza barocco, rimorchiata da un piccolo piroscafo. Fu molta la folla che, a capo scoperto e in silenzio, assistette al suo breve trasferimento dal molo all’albergo. Il generale proseguì nel suo calvario che si concluse il 23 novembre a Pisa quando si riuscì finalmente ad individuare la palla che fu estratta dal professor Ferdinando Zannetti dell’ospedale San Giovanni di Firenze.

Il Varignano fotografato dalla strada che unisce La Spezia con Portovenere, detta Napoleonica. La freccia rossa indica la finestra della presunta stanza di Garibaldi (da Google maps)
La seconda volta del Varignano
Non fu però l’ultima volta in cui il generale si trovò confinato al Varignano. Giuseppe Garibaldi continuava ad avere l’idea fissa di conquistare Roma per riunirla all’Italia: questo ovviamente corrispondeva anche alle intenzioni del governo italiano, ma le implicazioni di carattere politico internazionale continuarono a restare a lungo tali da impedire quell’azione di forza che molti, specialmente i repubblicani, ritenevano l’unica soluzione. Nell’autunno 1867 il generale ci riprovò, riuscendo a superare il confine pontificio, ma i suoi volontari furono sconfitti a Mentana il 3 novembre. Costretto alla fuga si spostò in Toscana e fu arrestato nel pomeriggio del 4 novembre alla stazione ferroviaria di Figline presso Firenze, venendo poi condotto nuovamente al Varignano, quello che nelle sue memorie chiamò “l’antico mio domicilio”. Vi restò un breve periodo venendo visitato dai figli Ricciotti e Menotti. A questo episodio fu dato molto minor risalto del primo sia perché Garibaldi non era stato fermato in un drammatico scontro a fuoco sul suolo e da soldati italiani, sia perché era reduce da una sconfitta in territorio estero, tra l’altro subita ad opera di un esercito mercenario e ritenuto da nulla. Caricato su un treno fu fatto scendere a quella che era la stazione provvisoria della Spezia (3) dove lo attendeva un picchetto di marinai per condurlo al Varignano; in realtà la grande folla presente lo volle far salire su una carrozza che lo condusse all’albergo Croce di Malta dove pernottò e la mattina, dopo alle 8,20, fece il suo ingresso nel lazzaretto del Varignano. Forse, con il pretesto di assecondare l’umore popolare, le autorità vollero benevolmente risparmiare al generale l’ultima parte del viaggio e lasciarlo riposare una notte poiché era molto stanco e non stava bene anche se la causa non era una ferita che non era così grave: si trattava dei dolori artritici dei quali aveva preso a soffrire sempre di più e che nel volgere di pochi anni lo avrebbero completamente immobilizzato. Gli anni passati sul mare e nelle umide foreste sudamericane avevano lasciato il segno e la breve campagna autunnale del 1867, con tutti i suoi disagi, aveva ovviamente aggravato le sue condizioni. Anche in questo caso non si sa dove precisamente venne portato: sembrerebbe comunque che il suo alloggio fosse peggiore di quello assegnato nel 1862, tanto che il 22 novembre scriveva a un “ministro” degli Stati Uniti (presumibilmente il plenipotenziario a Firenze) chiedendo il suo interessamento per fargli ottenere una residenza migliore. Il Governo intavolò con lui delle sommarie trattative per cercare di risolvere il caso offrendogli perfino la possibilità di lunghi viaggi su navi militari in modo da tenerlo lontano per un certo tempo dall’Italia e dalle tentazioni romane. Alla fine si arrivò alla soluzione più semplice: Garibaldi sarebbe tornato nella sua isola di Caprera prendendo l’impegno di non turbare più la tranquillità dello stato. Sbloccata così la situazione, il 25 novembre – presumibilmente con gran sollievo del Re e dei Ministri – alle undici del mattino il generale fu imbarcato sull’avviso Esploratore (in una stampa da RN Esploratore1 – Esploratore (avviso) – Wikipedia).

La nave diresse verso La Spezia per ricevere ordini che giunsero dalla fregata corazzata Principe di Carignano: a seguito di questi, prima di fare rotta per la Sardegna, l’unità dovette tornare al Varignano dove imbarcò il tenente colonnello dei Carabinieri Deodato Camosso (4) che aveva arrestato Garibaldi a Figline e che lo avrebbe scortato a destinazione. E il giornale radicale La Riforma scriveva al proposito: “… a quanto pare il generale ha cambiato di prigione non incomoda al certo come quella del Varignano, ma avrà le stesse molestie giacché sarà guardato a vista da questo carceriere di nuovo genere”.
Guglielmo Evangelista
in anteprima un’improbabile folla saluta l’arrivo di Garibaldi al Varignano. Anche la rappresentazione delle navi, specialmente delle due fregate di scorta, è molto fantasiosa.
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Note
1) Alessandro Wright (1816-1869), contrammiraglio nel 1864, era figlio di John William Wright, ufficiale inglese passato nel 1815 al servizio del Re di Sardegna e nominato capitano di fregata.

2) Andrea Rossi (1814-1898) era un capitano marittimo ligure che fu ufficiale della Marina Siciliana Garibaldina e che fu ammesso in quella italiana con il grado di Luogotenente di Vascello nello Stato Maggiore dei porti.

3) Prima che venisse realizzata l’attuale stazione, fra il 1864 e il 1887 i treni si attestavano alla stazione provvisoria di Valdellora che poi fu declassata a scalo merci tuttora esistente.
4) Deodato Camosso (1817-1875) iniziò la sua carriera militare come soldato semplice percorrendo tutti i gradi della carriera. Aveva maturato una grande esperienza in Sardegna e in Sicilia all’indomani della spedizione dei Mille.

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