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Quale conflitto e quali opzioni in Mar Rosso?

tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MAR ROSSO
parole chiave: Traffico mercantile, mar Rosso
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Gli Stati Uniti, hanno lanciato a metà dicembre, un’iniziativa multinazionale volta a proteggere le navi commerciali nel Mar Rosso. L’amministrazione Biden ha dovuto confrontarsi con forti movimenti, interni ed internazionali, che pretendevano (ed ancora pretendono) un approccio diplomatico, con concessioni nei confronti di Hamas e dei suoi sostenitori.

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In linea generale si osserva la debolezza, la permeabilità di un fronte occidentale frammentato, rispetto alla compattezza e determinazione dell’avversario di turno. Le missioni a guida statunitense prevedono operazioni suddivise in due grandi componenti: la prima, Prosperity Guardian del Dipartimento della Difesa, è una coalizione di circa 20 paesi a protezione del traffico mercantile nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, la seconda, Operazione Poseidon Archer, sotto il controllo del U.S. Central Command, ha lo scopo colpire le basi, i sistemi di lancio e la logistica degli Houthi impiegando unità navali e aeree statunitensi e britanniche. A queste missioni si aggiunge la nuova missione militare dell’Unione Europea, ASPIDES, che avrà il compito di difendere, anche con l’uso della forza se necessario, le navi mercantili in transito nel Mar Rosso.

Come nasce

I ministri dei Ventisette hanno trattato il tema a metà gennaio in sede di Consiglio Affari esteri, approvando una missione militare navale dell’Unione europea che vede Italia, Francia e Germania in prima fila, e sottolineando la necessità di una operazione con «compiti difensivi», e «l’importanza di utilizzare le strutture e le capacità già esistenti dell’operazione EMASOH AGENOR». Il via libera effettivo dell’operazione è giunto nella riunione dei Ministri del 19 febbraio, in un quadro che vede da una parte la reale preparazione delle forze navali e dall’altra non solo una strisciante opposizione di alcune forze politiche ma anche lo scetticismo di una parte del mondo economico, in particolare dei più coinvolti settori armatoriali e dei trasporti.

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Il cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleigh Burke USS Carney (DDG 64) intercetta una combinazione di missili Houthi e droni nel Mar Rosso, il 19 ottobre. USS Carney è schierato nell’area operativa della 5a flotta degli Stati Uniti per contribuire a garantire la sicurezza marittima e stabilità nella regione del Medio Oriente. (U.S. Foto della Marina dello specialista di comunicazione di massa di seconda classe Aaron Lau)

Mar Rosso: conflitto, terrorismo o pirateria?

Definire il contesto giuridico della crisi del Mar Rosso è una valutazione necessaria per comprendere quale possa essere la risposta dei singoli Paesi coinvolti, ben al di là della generica condanna delle violenze degli Houthi. Di fatto la percezione giuridica della minaccia che ha portato alla Prosperity Guardian varia da Stato a Stato. Una posizione giuridica comune, sia pur minimale, sembra tuttavia essere stata raggiunta, con un Joint Statement del 3 gennaio, da Stati Uniti, Australia, Bahrain, Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Gran Bretagna, Italia, Giappone, Nuova Zelanda, Olanda e Singapore con una condanna delle violenze della fazione yemenita che però non è stata tuttavia sottoscritta da Francia e Spagna, inizialmente incluse tra i partecipanti all’Operazione Prosperity Guardian, che hanno posizioni diverse. Tra gli atti illegittimi perpetuati dagli Houthi, ci sono la visita a mercantili per controllarne il carico e il loro dirottamento e/o sequestro. In via teorica si potrebbe parlare di terrorismo marittimo, con riguardo al fatto che essi minano la sicurezza della navigazione in acque internazionali. La risposta sinora ipotizzata dai Paesi coinvolti è variegata, calibrata caso per caso sulla base degli illeciti commessi a danno di propri cittadini e/o propri mercantili. Non ultimo l’esercizio della forza, anche in forma preventiva, su larga scala sulla base del principio di legittima difesa previsto dal combinato degli art. 2 e 51 della Carta delle Nazioni Unite 1. Precondizione perché gli Stati agiscano autonomamente è che essi siano stati oggetto di un’“attacco armato” e che la violenza sia stata di sufficiente gravità. Di fatto, al momento, sembra che solo Stati Uniti, Gran Bretagna e Danimarca (ed ovviamente Israele) intendano “fare la guerra” agli Houthi.

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Il nostro Paese si è concentrato su una risposta immediata, dimostrativa e di efficacia immediata, anche in considerazione delle istanze dello shipping nazionale avanzate da Confitarma ed Assarmatori, dislocando nell’area Unità della Marina, con la funzione “istituzionale” di protezione dei mercantili di bandiera o riconducibili ad interessi italiani. Questo almeno fino a quando l’adesione a dispositivi navali multinazionali richiederà lo svolgimento delle procedure parlamentari previste dalla legge 21 luglio 2016, n. 145 sulle missioni internazionali. Sarebbe comunque auspicabile una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza che stabilisca la cornice legale dell’intervento. In ogni caso, sarà necessario rispondere agli attacchi degli Houthi, sia per preservare la rotta marittima del Mar Rosso, sia per prevenire un’ulteriore escalation regionale, sia per affermare globalmente i diritti internazionali di libera navigazione e transito nell’alto mare.

In estrema sintesi, il dilemma fondamentale sta nella scelta tra una linea di deterrenza e interventi preventivi sugli obiettivi militari degli Houthi o una linea più diplomatica, anche agendo indirettamente sul conflitto Israele-Hamas, oppure con una combinazione di entrambi. Su tutto domina l’impatto che ogni opzione militare può avere sulle pubbliche opinioni, sia occidentali che nei paesi arabi.

Quanto sta accadendo nel Mar Rosso deve suonare come un doppio campanello d’allarme per il nostro Paese: da una parte dovrebbe essere ormai chiaro che non si difendono gli interessi nazionali rinchiudendosi all’interno dei propri confini. L’Italia dipende per sua sopravvivenza dalle importazioni di TUTTO e, per la sua crescita e creazione di ricchezza, in misura rilevante da quanto ne può esportare. Ne deriva che dovrebbe quindi essere uno dei principali attori nella cooperazione internazionale per ristabilire l’ordine in Mar Rosso. Tutto questo può avvenire solo se si farà strada la convinzione che l’azione dello Stato debba essere supportata dal consenso degli attori economici, delle imprese, della società; ma affinché ciò accada sono necessari segnali chiari, strategie trasparenti e comprensibili che alimentino la fiducia, vero motore della coesione nazionale, ed il “peso” regionale ed internazionale che si vuole avere.

In questo momento occorre la massima attenzione e la massima chiarezza e sensibilizzazione sulle conseguenze delle tensioni internazionali, prendendo spunto dalle lezioni apprese nel conflitto Russo- Ucraino, in particolare nel settore energetico. Il nostro Paese, da quel 24 febbraio 2022, ha proficuamente diversificato le proprie fonti di approvvigionamento, delle materie prime con la quali produrre beni ed energia (cercando anche di realizzare l’hub energetico europeo). Inoltre, ha realizzato importanti investimenti ed aperture verso nuovi Paesi (ed il piano Mattei ne é conseguenza ed espressione).

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Per questo l’Italia si deve impegnare anche per la missione europea, favorendo l’unità di azione di alleati presente nella stessa area. La coesione nazionale si basa su un’informazione corretta e sulla sensibilizzazione di ciascun settore produttivo e sociale sui veri temi, diventando rilevante per la sicurezza in un disegno che valorizzi tutte le potenzialità del Paese. Questo è lo strumento principe per affrontare le “policrisi 2” dove «… si tende a perdere il senso di realtà …».

Giancarlo Poddighe

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Note
1 Art. 51 – CARTA DELLE NAZIONI UNITE
  Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o  collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Le misure prese da Membri nell’esercizio di questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quell’azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.

2  Il termine Policrisi fu utilizzato per la prima volta dal filosofo Edgar Morin nel 1999 ed era stato recuperato alcuni anni fa dall’ex presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. Recentemente uno degli storici di economia più famosi degli ultimi anni, il britannico Adam Tooze, l’ha usato per descrivere la confusa situazione dell’economia mondiale nell’articolo intitolato ‘Welcome to the world of the poly-crisis’. In generale descrive un contesto di crisi su più fronti, in cui ogni problema interagisce con l’altro. Ad esempio i cambiamenti climatici comportano siccità in alcune aree che provocano crisi umanitarie e sanitarie, generando migrazioni che a loro volta creano crisi politiche e sociali.
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Riferimento di approfondimento

Rapporto SEACS: La crisi nel Mar Rosso, contesto e implicazioni globali

 

in anteprima: immagine di repertorio: la fregata italiana Fasan F 591 scorta un mercantile italiano della Grimaldi. Un compito che le nostre unità militari stanno svolgendo da molto anni per la sicurezza marittima delle navi mercantili in acque internazionali – photo credit Marina militare italiana

 

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