Il caso del Regio sommergibile Scirè: violazione di un sacrario

Andrea Mucedola

21 Maggio 2017
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Scirè, sommergibile, Decima Flottiglia MAS

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Relitti: reliquie del mare non supermercati per cacciatori di ricordi
Troppo spesso i relitti sono divenuti luoghi di odiosa depredazione da parte di incoscienti subacquei alla ricerca di ricordi. E’ avvenuto recentemente anche sulla Costa Concordia, pochi giorni dopo il naufragio. Ritengo che dovrebbe esistere un limite etico e morale per evitare che i relitti, veri e propri sacrari del mare, siano violati. Questo non vuol dire impedire la ricerca e l’esplorazione di queste memorie del passato ma far si che esse non si trasformino in un oltraggio alla memoria di coloro che persero la vita per la nostra Patria. Oggi vorrei raccontarvi la storia del regio sommergibile italiano Scirè vittima, come vedremo, dell’oltraggio di subacquei senza scrupoli che si appropriarono anche di parte dei miseri resti dell’equipaggio. Non è l’unico, purtroppo: orrori che si ripetono su tanti relitti e che dovrebbero ricevere più attenzione in rispetto a coloro che persero la vita per il nostro Paese nei mari del mondo.

 cortesia Ufficio Storico Marina Militare

Tutto iniziò il 10 agosto del 1942 quando il regio sommergibile Scirè, battello di appoggio dei reparti speciali della Regia Marina italiana (i famosi uomini gamma della Decima Mas), durante una missione di attacco al porto di Haifa, venne scoperto da alcuni ricognitori britannici a poche miglia dall’imboccatura del porto e subì l’attacco del HMS Islay (che in verità era un trawler armato) che lo colpì con una carica di profondità a prua dritta. In alcuni siti si parla erroneamente di un attacco simultaneo da parte di più navi. In realtà ad Haifa vi erano due CT di protezione portuale: l’HMS Tettcot e l’HMS Croome che però la mattina del 10 agosto erano stati inviati a proteggere Beirut, priva di efficaci difese portuali, poiché i britannici non sapevano esattamente il nome del porto obbiettivo dello Scirè. Quando la sera del 10 rientrarono ad Haifa da Beirut, gli fu dato l’ordine di lanciare delle cariche di profondità (6) nel luogo dell’affondamento per accertarsi della distruzione del sommergibile. Tutto questo si evince di documenti britannici. Tra l’altro nessuna di quelle cariche colpì il relitto.

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il comandante Bruno Zelik nella camera di manovra dello Scirè – cortesia Ufficio Storico Marina Militare

Con lo Scirè perirono il comandante Bruno Zelik, altri sei ufficiali, 15 sottufficiali, 19 sottocapi, 8 marinai dell’equipaggio e due ufficiali, 4 sottufficiali, 2 sottocapi e 3 marinai incursori della X MAS. Dopo la guerra, il suo relitto, adagiato su un fondale di 35 metri, venne fatto oggetto di saccheggio. Come segnalatomi da Fabio Ruberti, che ha analizzato attentamente l’evento dello Scirè, a tal riguardo esistono diversi falsi miti negativi: il primo è che i subacquei del 13° Shayetet, reparto speciale della marina israeliana, avessero volontariamente e sistematicamente saccheggiato lo Scirè, quasi da ordine superiore. Questa è una diffamazione gratuita, la realtà storica è che il primo comandante del 13°, Yohai Ben Nun, che era stato allievo di Capriotti ed aveva scoperto il relitto, inviò i primi subacquei ad identificarlo nel dicembre del 1956, informando del fatto l’ammiraglio Birindelli, e sempre si curò di proteggerlo nei limiti delle sue possibilità. Sottolineo che Ruberti, nell’ambito dei suoi studi, intervistò molti operatori del 13° in servizio tra gli anni ’50 e ’60 e tutti testimoniarono che Ben Nun proibì ai suoi uomini immersioni non autorizzate sul relitto. Si potrebbe ipotizzare che qualcuno, a titolo personale, potrebbe essere andato privatamente, portandoci qualche amico e diffondendo quindi la conoscenza del sito. Ma questa è una possibilità che coinvolge responsabilità personali, non quelle di una intera unità militare d’élite.

In seguito la Marina Militare Italiana fece un accordo con la Marina israeliana per sigillarne il relitto ed i poveri resti dell’equipaggio. Dal 2 al 28 settembre 1984 la nave Anteo della Marina Militare Italiana eseguì le operazioni di recupero dei marinai e la messa in sicurezza dello scafo chiudendone gli ingressi.

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lo scafo del sommergibile Scirè – cortesia Ufficio Storico Marina Militare

Non tutti sono a conoscenza che questa missione fu ordinata per evitare che visite di subacquei dilettanti, in cerca di emozioni e ricordi, trafugassero delle reliquie dai resti dello scafo. Nelle cronache del tempo non si parlò solo di oggetti ma anche dei resti delle ossa di alcuni dei nostri caduti. Ad illustrare i non facili risultati dell’operazione di recupero dei resti dei corpi, cominciata il 7 settembre e conclusa il primo ottobre, fu l’allora sottosegretario alla Difesa Tommaso Bisagno, che precisò che “i resti ritrovati tra le lamiere del sommergibile sono assolutamente non identificabili. Gran parte dei resti umani sono stati trovati dai sommozzatori a poppa e nella parte centrale del sottomarino, segno che gli uomini si erano lì rifugiati, dopo le esplosioni delle prime bombe di profondità, per cercare la salvezza fuoruscendo dallo scafo“.

Le cronache dell’epoca riportarono che ventidue piccole cassette, sigillate nel tricolore, furono allineate sul ponte di poppa di nave Anteo, mentre il cappellano del Comando Subacquei e Incursori, don Antonio Vigo, celebrava la santa messa davanti all’equipaggio schierato sull’attenti ed a capo scoperto. La cerimonia fu presenziata dal sottosegretario alla Difesa Tommaso Bisagno, dal contrammiraglio Massimo Benedetti in rappresentanza del Capo di Stato Maggiore della Marina, dall’ambasciatore d’Italia in Israele Corrado Taliani, e dal Comandante in capo della forza navale israeliana ammiraglio Almog.

Di fronte a questi morti, nel nome di Gerusalemme, simbolo di pace, nel nome del nostro Dio comune…“, così don Antonio Vigo, rivolse la sua omelia, breve e perfetta, per semplicità, per solennità, per equilibrio. Purtroppo, come vedremo, negli anni successivi la storia travagliata del relitto non ebbe fine.

Un sacrario da rispettare
Si ritiene che ancor oggi il sommergibile contenga all’interno dello scafo i resti di alcuni dei membri dell’equipaggio. Questa convinzione è legata al fatto che dalle cronache del tempo si sa che due corpi furono rinvenuti (spiaggiati) nel 1942. In seguito, nel 1984, come abbiamo accennato, altri quarantadue resti dell’equipaggio furono recuperati dai palombari della nave Anteo. Mancano purtroppo ancora sedici corpi all’appello.

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la posa di una targa a ricordo sul sommergibile da parte dei palombari del COM.SUB.IN. – foto credit marina militare italiana 

Nel 2002, si venne a conoscenza, dalla televisione israeliana, che lo sportello del battello era stato nuovamente aperto, presumibilmente dai sommozzatori della USS Apache. Era noto che la nave, specializzata nel recupero di sommergibili affondati, stava in quel periodo effettuando  una esercitazione congiunta con la Marina israeliana, e le confidenze tra i marinai erano arrivate fino ai media. Anche in questo caso furono gli israeliani (il comandante) del 13° che, visto che gli americani continuavano nel loro tentativo nonostante gli fosse stata riportata l’importanza del relitto per gli italiani, informarono il Prof. Galili (tra i maggiori studiosi del relitto) di ciò che stava accadendo e fu lui ad attivare la stampa facendo scoppiare il caso. A seguito della protesta ufficiale della nostra ambasciata, Israele rispose che la loro Marina aveva solo collaborato a disincagliare le ancore delle unità americane che si erano attorcigliate attorno allo Scirè, e non aveva svolto alcuna azione che potesse considerarsi come violazione di un luogo di sepoltura in mare.

Ciò che trovarono i sommozzatori del COM.SUB.IN. fu drammatico. Pochi mesi dopo il “presunto incidente”, una nuova missione per la messa in sicurezza del sommergibile Scirè fu inviata sulla posizione del relitto, nuovamente con il supporto di Nave Anteo.  Lo scopo della missione, vista l’impossibilità di riportare a galla tutto il battello, fu di sigillare nuovamente tutte le aperture del relitto, generatesi dopo quel presunto scellerato tentativo di recupero.

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 foto credit marina militare italiana 

Ciò che scoprirono fu inequivocabile
Lascio la parola al CF (AN) Palombaro Gianpaolo Trucco che partecipò di persona alla missione:
Verificammo i danni che avesse subito il nostro sommergibile e confermammo il brutale tentativo di recupero posto in atto il mese prima: una grossa catena era stata passata tra la poppa del sommergibile ed il timone, come a formare due mezzi colli, e gli accessi allo Scirè, occlusi durante la missione del 1984, erano stati aperti. Il dispiacere e l’amarezza furono grandi, non aver rispettato ciò che rappresentasse quel relitto era per noi incomprensibile. Provvedemmo a richiudere lo Scirè ed a porre una targa realizzata nell’officina dell’Anteo per onorare i nostri uomini. Ci consolò, tuttavia, aver saputo che i nostri stessi sentimenti fossero provati da molti israeliani, tanto che tra i loro organi di stampa ci fu qualcuno che intervenne dicendo:Come reagiremmo noi israeliani, come reagirebbero le nostre Forze Armate, se la Marina Militare di un paese straniero mandasse una sua unità ad esercitarsi sul relitto di un nostro glorioso sommergibile?».

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è chionna.jpgL’ammiraglio Francesco Chionna (nella foto a lato), partecipò anche lui all’operazione e,  in una breve intervista, rilasciò questa breve poesia:… ma tu glorioso Scirè sei rimasto solo in quelle acque dove incontrasti la morte … intorno c’è solo il ricordo che corre a tempi lontani, di quando anche il nemico temuto, ai marinai d’Italia rendeva gli onori …”.

Ricordiamoci di queste parole quando ci immergeremo sul prossimo relitto. I resti dello Scirè e di alcuni suoi marinai sono ancora sul fondo … lasciamoli riposare in pace.

Il rispetto per coloro che hanno perso la vita in mare e giacciono negli abissi è un dovere di tutti. Fatelo per la memoria di quelle persone che il fato non fece tornare più dai loro cari.

Andrea Mucedola

Un ringraziamento al dottor. Fabio Ruberti per le preziose informazioni sull’evento e sul suo seguito. Smg Scirè – cortesia Ufficio Storico Marina Militare
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2 pensiero su “Il caso del Regio sommergibile Scirè: violazione di un sacrario”
  1. Furono recuperati i resti di 42 e non 22 diversi naufraghi.
    La parte prodiera era completamente schiacciata e inaccessibile. Pertanto è probabile che i resti dei naufraghi mancanti all’appello, almeno in parte, si trovino ancora lì.
    Si arrivò a definire con certezza che i resti recuperati appartenevano a 42 naufraghi diversi, attraverso il conteggio dei femori destri, che risultavano in numero maggiore rispetto ai sinistri e che, rispetto ad altri resti erano meglio riconoscibili.
    A distanza di settimane dalla fine della missione, durante la pulizia dei reperti riportati a Comsubin, dentro alla maschera gran facciale di un ARO trovato immediatamente davanti ad un portello di accesso ad una garitta di fuori uscita (ARO ancora indosso ad uno scheletro sepolto dal limo), fu rinvenuta la medaglietta di riconoscimento di un gamma, il cui cognome mi pare fosse Rossi..Ne conseguì una importante cerimonia a Comsubin, con partecipazione dei parenti dell’eroe.

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