Alla scoperta dell’arcipelago spezzino

Andrea Mucedola

26 Aprile 2025
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA MARITTIMA
PERIODO: ROMANO-MEDIOEVALE
AREA: LIGURIA
parole chiave: arcipelago della Palmaria
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Le testimonianze della presenza umana nei pressi di Portovenere risalgono molto prima dell’epoca romana … all’isola Palmaria che, con il Tino ed Tinetto, costituisce la naturale prosecuzione del Promontorio di Portovenere, rappresentando ancora un sito di grande interesse geomorfologico-culturale, paesaggistico, socio-economico e storico, in particolar modo legato alla plurisecolare attività estrattiva del pregiato marmo Portoro.

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l’isola Palmaria osservata dal monte Muzzerone – autore Giorgio Galeotti Palmaria Island – Porto Venere, La Spezia, Italy – October 25, 2020.jpg – Wikimedia Commons

Le isole sono caratterizzate da un’alta falesia rocciosa sul versante occidentale e meridionale, mentre la restante costa è più frastagliata, con piccoli promontori e piccole spiagge. Numerose sono le cavità, sia carsiche che marine, nel calcare e nella dolomia, che costituiscono il substrato roccioso delle tre isole. Alcune di queste grotte, come la Grotta dei Colombi, rivestono grande importanza non solo per il loro valore storico e archeologico, ma anche per il loro valore scientifico, poiché contengono preziose testimonianze delle variazioni climatiche del passato e di insediamenti risalenti alla preistoria. Proprio nella grotta dei Colombi furono ritrovati, nel 1869, da Giovanni Cappellini dei reperti paleontologici che comprendevano raschiatoi di selce, punte di frecce, punteruoli, perle di calcare bianco, conchiglie traforate, ma anche resti umani e di animali tipici delle zone fredde come lo stambecco, il camoscio e la civetta delle nevi, testimoniando che la presenza umana risaliva ai tempi della glaciazione. In particolare, Capellini accertò l’esistenza di due strati distinti, uno pleistocenico, da cui provenivano i resti di fauna ed oggetti lavorati in diaspro, ed uno olocenico, con numerosi reperti ossei umani e corredi, datati alla fase iniziale dell’Età del Rame.

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Carta geomorfologica e geo-ambientale. Legenda: Dati geologici – 1. Dolomie calcaree; 2. Marmo di Portoro; 3. Calcari e calcari marnosi; 4. Giacitura: a. strati inclinati; b. strati rovesciati; 5. Faglia: a. certa; b. presunta o coperta; Forme di versante dovute alla gravità e alle acque correnti – 6. Orlo di scarpata: a. attiva; b. quiescente; 7. Canalone di roccia con scariche di detrito; 8. Cono di detrito; 9. Falde di detrito, talvolta mescolate a debris flows e frane; 10. Area interessata da dilavamento diffuso; 11. Deposti colluviali con terrazzamenti coltivati; 12. Cono alluvionale; Forme carsiche – 13. Grotte; Forme marine – 14. Grotte marine; 15. Faraglione; 16. Arco, ponte naturale; 17. Orlo di falesia: a. h<25 m; b. h>25 m; 18. Spianata di erosione: a. orlo; b. base; 19. Spiagge di ciottoli e ghiaia; Forme antropiche – 20. Orlo di scarpata dovuta a: a. discarica; b. cava; 21. Cava abbandonata: a. calcare usato per blocchi per sbarramenti e per la calce; b. blocchi solo per calce; c. cava a cielo aperto di Portoro, qualità macchia larga; d. cava a cielo aperto di Portoro, qualità macchia fine; e. cava in sotterraneo di Portoro, qualità macchia larga; 22. Area di sbancamento; 23. Terrapieno, area di bonifica, area incolta; 24. Strutture di protezione lungo la costa – Fonte Faccini Francesco, Brandolini Pierluigi, Piccazzo, Mauro, Robbiano, Andrea Geo-morphology, Environmental geology and natural-cultural heritage of Palmaria, Tino and Tinetto islands (Portovenere Park, Italy), 2009 – LXXXVI
Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia
Geo-morphology, Environmental geology and natural-cultural heritage of Palmaria, Tino and Tinetto islands (Portovenere Park, Italy).

Ricordo che nelle nostre esplorazioni, per raggiungere la cavità, posta a circa 30 metri a picco sul mare, dovevamo scivolare lungo il crinale e poi penetrare nell’antro che era costituito da due camere, collegate da uno stretto cunicolo. Nella discesa qualcuno si procurava delle belle escoriazioni che ci disinfettavamo buttandoci in mare … certo bruciavano ma sempre meno degli scapaccioni delle mamme al nostro ritorno. Comunque ne valeva la pena, scarpinare per quasi un’ora fino a raggiungere la falesia dove, al di sotto si apriva l’antro.

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Grotta dei Colombi, in pianta e in sezione (modificata da Società speleologica italiana, 1987) – Fonte Geo-morphology, Environmental geology and natural-cultural heritage of Palmaria, Tino and Tinetto islands (Portovenere Park, Italy).

Il fascino di quella grotta era che nel suo livello superiore erano state rinvenute ossa umane attribuite all’Eneolitico-Età del Bronzo, mentre nel livello inferiore (del Pleistocene) tracce di fauna di clima freddo, ovvero che riportavano la lancetta del tempo molto più indietro. Un’altra grotta affascinante è quella Azzurra, così chiamata per la particolare luce che si crea al suo interno all’avvicinarsi del tramonto. Sebbene non raggiungibile se non dal mare, e con mare calmo, era impossibile per noi da esplorare essendo il suo fondo ad una profondità di 14 m sotto il livello del mare, una testimonianza che quando si formò si trovava al di sopra del livello marino. In seguito, con l’innalzamento del livello del mare post glaciale, restò al di sotto regalando così a pochi subacquei il suo fascino.

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in alto le cave di marmo portoro della Palmaria Marble caves on Palmaria island (Liguria, Italy).jpg – Wikimedia Commons

Un altro nostro itinerario di esplorazione erano le cave di marmo portoro, ormai abbandonate; ve ne erano molte alla Palmaria, una testimonianza del loro sfruttamento sin dall’antichità. Per chi non lo conoscesse, il marmo portoro è costituito da una matrice nera profonda, a grana molto fine e uniforme, che presenta delle belle venature, chiamate comunemente macchie; esse possono essere gialle, in presenza di limonite e solfuri, o biancastre nel caso di calcite ricristallizzata.

I vecchi cavatori ci raccontavano da bambini che commercialmente ve ne erano due tipi: il Portoro a macchia larga (ovvero con venature larghe) e il Portoro a macchia fine (ovvero con venature più sottili), e ci mostravano dei cilindri di saggio che venivano cavati dalla roccia per controllarne la qualità e la opportunità di scavo.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Portor_marble.jpgQuesta immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Nero_Portoro.jpg

Questo marmo pregiato, che si rinviene solo in provincia della Spezia – in particolare nei comuni di Portovenere, La Spezia e Riccò del Golfo – si formò nel Giurassico inferiore da rocce calcariche, in un ambiente marino calmo, profondo, poco ossigenato e ricco di sostanza organica che da il caratteristico colore nero; le striature dorate sono invece dovute ad un processo chimico chiamato dolomitizzazione che comportò l’ossidazione delle sostanze organiche. Il risultato è questo splendido marmo, già noto agli Etruschi ed apprezzatissimo dai Romani, che assunse nel tempo il nome Portoro – dai Francesi che lo chiamavano Porte d’Or. Un’eccellenza geologica del Golfo di La Spezia che si diffuse in epoca rinascimentale ben oltre la Liguria. 

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Concludo questa esplorazione delle isole del Golfo con il Tino, che si ritrova nei testi medioevali con il nome Tyrus mayor (per distinguerla dal piccolo ma insidioso scoglio Tinetto) il cui nome potrebbe avere un origine fenicia. Una perla del Golfo che ospita un bellissimo faro, riferimento per i naviganti del mar ligure meridionale nel loro approdo verso il golfo di La Spezia. Di non facile visita, ci recavamo all’isola  del Tino ogni anno, il 13 settembre, per la festa di San Venerio, seguendo la tradizionale processione via mare che trasporta la statua del santo dalla Spezia all’isola. Questa era l’unica occasione per visitare l’isola, normalmente in quanto zona militare, una servitù che ha permesso a questo angolo di paradiso di mantenersi intonsa dal turismo da diporto.

San Venerio, un eremita nato nell’isola della Palmaria – o forse a Portovenere – da nobile famiglia, dopo aver effettuato studi approfonditi con straordinari risultati, venne ordinato sacerdote. Forse proprio per le sue non comuni qualità e per non cadere nel peccato della superbia, decise di ritirarsi dal mondo, preferendo l’isolamento eremitico piuttosto che cadere nel peccato e perdere la vita eterna. Si ritirò quindi all’isola del Tino dove poteva vivere in solitudine, con l’unica compagnia di un cane che lo avvisava in caso di visite altrui. Una figura considerata santa a cui vennero presto attribuiti numerosi miracoli tra cui l’incontro con un drago. La leggenda è suggestiva: il mostro viveva sul promontorio del Corvo, presso la foce del Magra ed aveva la pessima abitudine di affondare, devastandoli, i navigli diretti a Luni. La popolazione chiese aiuto al vescovo Lazzaro di Luni che, secondo la leggenda, inviò ben tre volte un suo arcidiacono dal pio Venerio chiedendo il suo intervento contro la bestia infernale. Venerio, per due volte si rifiutò di aiutarli, sentendosi inadeguato per un simile compito ma alla terza volta, dopo tre giorni di preghiera, si recò alla scogliera dove dimorava il drago e gli ordinò per tre volte di immergersi negli abissi (l’ultima volta nel nome della Trinità). A questo punto il vorace mostro fuoruscì dal suo antro, e immediatamente sprofondò in mare. Dopo tale evento la fama di Venerio crebbe a punto che il pio uomo, decise di rifuggire tali onori e di scappare in Corsica da dove ritornò solo per morire al Tino nel 630. Secondo un’altra leggenda il pio uomo era uso accendere nelle notti dei fuochi per indicare la rotta ai naviganti che avevano così modo di orientarsi e sfuggire agli insidiosi scogli nei pressi della sua isola. Non a caso San Venerio è venerato come patrono dei fanalisti. Dopo la sua morte, sembrerebbe che Lucio, vescovo di Luni, dopo un sogno rilevatore, si sarebbe recato sull’isola e, scavata la tomba del santo, avrebbe poi fatto traslare i suoi resti a Reggio Emilia; sul luogo venne così costruito un piccolo santuario nel VII secolo, e nell’XI secolo, vi fu eretto il monastero benedettino di San Venerio e Santa Maria del TinoL’isola, dopo molti decenni, è stata oggetto di nuovi scavi archeologici nel 2021 che hanno rivelato i resti di un edificio romano, risalenti al primo insediamento nell’isola.

In sintesi, oltre alle sue bellezze naturali, il piccolo arcipelago spezzino, crocevia di navi sin dall’antichità che approdavano nel golfo di La Spezia, un tempo chiamato Golfo di Venere, accoglieva le imbarcazioni nelle sue baie riparate, offrendo acqua e olio ai viaggiatori. Nel prossimo articolo ne visiteremo una, sita nel vecchio seno del Varignano che ospita un antico casale romano ed i resti di  un molo di ormeggio a riprova dell’importanza marittima del Golfo. 
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Andrea Mucedola
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photo credit @andrea mucedola

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