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NO PLASTIC AT SEA

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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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  Address: OCEAN4FUTURE

Fuoco e guerra dalle acque del Levante

Reading Time: 8 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: SICUREZZA MARITTIMA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO ORIENTALE
parole chiave: Geopolitica, flussi energetici

 

Il Mediterraneo si presta ancora una volta a fare da sfondo ideale per chi intende spostare l’attenzione dall’Ucraina; ora è la ricerca – tardiva – di fonti energetiche alternative a quelle russe che porta a considerare quale argomento principe le risorse nascoste nei fondali levantini.

I giacimenti di gas di Tamar e Leviathan in acque israeliane, quelli di Zohr in area egiziana, ed infine Calipso e Afrodite in acque cipriote, hanno permesso alla U.S. Geological Survey di stimare nella regione riserve di gas per un totale non inferiore a 286.2 trilioni di ft3

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È qui che nasce l’idea EastMed, un gasdotto sottomarino di circa 2000 km con alle spalle notevoli problemi tecnico-politici; è qui che prendono forma le revisioni delle ZEE che, in cambio di un pervasivo supporto militare a favore di Tripoli, agevolano il Mavi Vatan di Ankara. Tramonta l’EastMed, riprende vigore uno sviluppo che, anche se privo dell’appoggio americano, permette ad Israele, Cipro1 e Grecia di firmare un accordo funzionale allo sviluppo energetico condiviso. L’invasione russa porta Anthony Blinken a ridare chance alla realizzazione di EastMed, ma senza dissipare i dubbi sulla sua fattibilità: rimane il rischio di ritrovarsi con un asset poco utilizzabile e molto costoso, vista anche la postura assertiva di Ankara che ambisce alla palma di hub energetico regionale; posizione contesa dal Cairo, che si avvale della soluzione offerta da gasdotti collegabili dai campi di coltivazione già operativi, alle proprie strutture di liquefazione, in modo da inviare il gas in Europa via mare, con costi e tempi inferiori a EastMed.

Nonostante i problemi tecnico-economici, i Paesi mediterranei più avveduti spingono perché si arrivi ad una soluzione ed Israele si propone come start up nation.

Israele è il Paese degli Unicorni2, forte di un Green Deal in grado di offrire opportunità utili sia allo sviluppo delle capacità di ricerca e innovazione, sia alla gestione delle fonti energetiche insieme con Egitto, Giordania, e Gaza. Il cigno nero è lo stato ora più improponibile, o magari quello adesso più indicato, data la sua situazione: il Libano, soggetto politico fallito eterodiretto dagli Ayatollah di Teheran. La contesa libano-israeliana si incentra sul giacimento offshore Karish3, prima preteso da Beirut, poi oggetto di rinuncia in cambio della riserva di Qana (quid pro quo Clarice..)4; peccato che Gerusalemme consideri Karish parte delle sue acque, aspetto questo che potrebbe rendere inutile la missione dell’inviato americano Amos Hochstein, proteso al mantenimento di una stabilità resa impossibile in larga parte proprio dalle scelte operate dalla politica estera a stelle strisce degli ultimi 20 anni; Hochstein, l’inviato che ha sospeso i negoziati alla fine del 2021 per effetto dell’intervento di Hezbollah e delle indecisioni di Beirut in merito alla delimitazione delle ZEE libanesi ed israeliane.

 

Le ZEE seguono tratti di non facile interpretazione: la linea 1, risalente all’inizio degli anni 2000, da tempo abbandonata; la linea 23, adottata nel 2011 dal governo libanese che concede a Beirut 860 kmq in più rispetto alla 1 ed è contestata da Israele; la linea Hof5, che lascia al Libano il 60% degli 860 kmq che rientrano nell’area oggetto di contestazione israeliana; la linea 29, del 2022, che assegna al Libano 1.430 kmq, al posto degli 860 kmq della 23.

Al momento Beirut ha inviato al Consiglio di sicurezza delle NU solo una lettera ufficiale, insufficiente in termini di diritto, che allontana il momento del confronto con Israele, mentre il presidente Aoun sembra aver rilanciato, solo verbalmente, temendo l’intromissione di Hezbollah, l’ipotesi compromissoria del confine marittimo sulla linea 23. In tutto ciò, il Comitato per le frontiere delle Nazioni Unite ha condiviso la posizione israeliana.

L’acqua non rende facile stabilire limites, men che meno se agitata. Inutile farsi illusioni prive di fondamento: in primo luogo Israele non cederà mai (a ragion veduta) una parte di (ricco) territorio sovrano, in secondo luogo, con chi trattare in un Paese ostaggio di Hezbollah, formazione da più parti definita terrorista? Un partito che, per quanto di Dio, non ha certo agevolato la concessione di prestiti ed aiuti da richiedere (forse) al solo FMI. Mentre il presidente dimezzato Aoun da un lato minaccia e dall’altro blandisce Gerusalemme, Hezbollah lancia missili e droni: possono sussistere margini di trattativa?

Altro punto trascurato è la volontà politica israeliana che, per quanto protesa verso l’ennesima tornata elettorale di novembre, difficilmente cederà sui fondamentali specie nei confronti di un Paese, il Libano, con cui è ufficialmente in guerra dal 1948. Quel che è certo è che le IDF, le Forze di difesa israeliane, rimangono pronte a difendere Karish, a circa 50 chilometri dalla linea costiera di Haifa; secondo Kan, emittente israeliana, già da tempo la Marina di Tel Aviv ha schierato navi e sottomarini, tenendo pronta anche la versione navale del sistema missilistico Iron Dome.

Nel frattempo, fonti stampa di Beirut hanno attaccato la classe dirigente libanese per la mancata difesa degli interessi energetici nazionali, puntando l’attenzione verso Hezbollah, che non ha mai receduto dalla minaccia di ritorsioni nel caso in cui Israele avesse provato a sfruttare le risorse nell’area in questione, aree in cui le strutture marine non seguono demarcazioni confinarie o secondo ZEE concordate.

È d’altronde possibile ipotizzare una stabilità politica in un Paese come il Libano dove la frammentazione etnico religiosa condiziona la politica? 15 anni di guerra civile non si possono cancellare con un colpo di spugna; le fragilità di un sistema di governo soggetto a continui veti, con moneta debole, corruzione, fortissimo indebitamento pubblico hanno favorito politiche volte all’elargizione clientelare di impieghi pubblici, sussidi, pensioni, avendo peraltro sullo sfondo un sistema giudiziario spesso ostaggio degli oltranzismi che impediscono di rendere almeno la pace ai 214 morti dell’esplosione del 4 agosto 2020: è difficile avere sia pace che giustizia. In questo momento in Libano nessuno può competere con Hezbollah, stato nello Stato, nemmeno l’Armée.

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Il Libano, paese in default, è solo un’espressione geografica in cui Hezbollah non si assume responsabilità specialmente a sud. La controversia marittima con Israele, rimasta a lungo in sonno, è riemersa con l’arrivo della Energean Power6, destinata ad estrazione e stoccaggio del gas di Karish per conto di Israele a partire da settembre 20227, ed oggetto di comunicazioni dirette da parte di Nasr Allah.

Mentre l’Energean Power, della società greco-inglese Energean plc, raggiungeva Karish, la Halliburton, proprietaria della nave, dava il via a contatti utili ad evitare qualsiasi possibilità di scontro tra Israele e Libano, avendo sullo sfondo Hezbollah che, al coperto, ha alzato il livello di allerta delle proprie forze navali fino al recente lancio dei droni abbattuti da Israele8; è evidente che l’indebolimento elettorale non ha distolto Hezbollah dalla sua politica, contrapposta a quella thawra9 dei 13 deputati indipendenti inaspettatamente eletti in parlamento, ma contro cui già si sono puntate le attenzioni della leadership di Hezbollah.

Per Israele affrontare minacce portate contro le sue installazioni non è una novità, e la risposta è affidata ad una deterrenza che ammonisce chiunque a valutare con attenzione il peso dell’inevitabile rappresaglia.

Il blocco del Partito di Dio, che ha perso la maggioranza a seguito di elezioni macchiate dall’alea della compravendita di voti, non gode più della maggioranza con un ridimensionamento politico contestuale alla risalita delle Forze Libanesi cristiane di estrema destra, che possono contare sull’aiuto saudita.

A fronte dei possibili benefici economici derivanti dal conflitto ucraino, il Mediterraneo orientale esalta instabilità ed insicurezza che si stanno indirizzando verso uno scontro tra Israele e Libano. Se da un lato Gerusalemme non prenderà in considerazione le minacce del fragile esecutivo libanese, dall’altro farà tuttavia bene a non sottovalutare gli avvertimenti di Hezbollah. Nonostante nella politica libanese il potere di hezbollah segni una flessione, o forse anche a causa di ciò, Israele non è mai passivo a fronte delle minacce provenienti da Nasr Allah.

Indipendentemente dall’accuratezza dell’intelligence israeliana sulle intenzioni di Hezbollah, la punta estrema della mezzaluna sciita di Teheran gioca su fragilità politiche e su equilibri asimmetrici di potere; se è vero che la disputa potrebbe risolversi con atti negoziali, è altrettanto vero che la scoperta di giacimenti di gas non offre solo potenziali opportunità di rilancio economico, ma anche l’incremento di tensioni geopolitiche latenti tra Turchia, Grecia, Cipro, Siria, Israele, Libano.

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Nel frattempo in Egitto l’UE, che ha bisogno di 400 miliardi di m3 di gas annui, ha concluso un Memorandum d’Intesa che permetterà a Tel Aviv di vendere gas all’Europa attraverso i terminal GNL del Cairo, cui Ursula von der Leyen ha promesso un aiuto da 100 milioni di euro a sostegno della sicurezza alimentare.

Mentre Beirut rovina, Egitto e Israele da tempo collaborano in campo energetico; Israele ha già aumentato le esportazioni verso l’Egitto10 tramite Giordania e Arab Gas Pipeline (AGP).

Il conflitto ucraino ha garantito proficue opportunità per la vendita di gas al vecchio Continente, tanto da poter assicurare rinnovate chance all’EastMed Gas Forum11 quale piattaforma internazionale, in cui l’Egitto rivestirà un ruolo centrale come hub gasiero di transito, ed Israele potrà rilanciare ulteriori aste per le licenze di Oil&Gas.

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Modesto escluso il cugino povero, il Libano, che non potrà partecipare alla spartizione dei ricavi dovuti alla diversificazione europea delle importazioni, dati gli insuccessi delle trivellazioni operate da Total, Eni e Novatek a nord di Beirut: il gas è più a sud, all’ombra della stella di Davide.

Mentre Karish incrementerà la capacità negoziale strategica israeliana verso Europa, Cipro e Grecia, con cui ha stretto anche un’alleanza militare, il Libano comprende che deve tentare di andare verso un’escalation nel tentativo di rafforzare la propria posizione, operazione difficile vista la pluralità di soggetti che non solo non sono abilitati istituzionalmente a parlare (Hezbollah), ma che nemmeno si curano delle conseguenze dello stato di necessità determinato da proprie volubilità interne, conseguenze che non possono certo ricadere su altri.

In sintesi, il pretesto libanese di rivedere il confine marittimo non trova fondamenti, come non trova giustificazione la pretesa di Hezbollah di sostituirsi allo Stato nel rapportarsi, col ricatto, con un altro soggetto politico. Non si può escludere a priori l’esercizio israeliano del diritto di rappresaglia, come non si può non preventivare, secondo questo trend, la definitiva e prossima dissoluzione dello Stato libanese.

Le acque del Levante interessano?
Ovviamente, ma solo a chi sa leggervi tutti i significati, dai più espliciti ai più reconditi, anche perché data la conformazione del bacino mediterraneo, non c’è Paese che possa anche solo pensare di chiamarsi fuori. Le medie potenze mediterranee, date storia e configurazione geografica dovrebbero essere maestre nell’arte della politica e della diplomazia: nulla può essere lasciato al caso, specialmente in un momento così critico dal punto di vista delle risorse. È un pò come il football, una questione di centimetri ... con un margine di errore ridottissimo … dove non sbagliare fa la differenza tra il vivere e il morire12. Bisognerebbe pensarci (seriamente) più spesso.

Gino Lanzara

articolo pubblicato originariamente su DIFESAONLINE

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PAGINA PRINCIPALE

 

1 Nicosia conta su un potenziale di risorse gasifere di oltre 60 trilioni di ft3: la rendita discendente dalle tasse darebbe la possibilità di riemergere dal collasso economico; Cipro ha rapporti con la texana Noble Energy che con l’israeliana Delek Drilling aveva collaborato per Leviathan

2 Unicorni: termine con cui si indicano le società private che hanno raggiunto un valore superiore al miliardo di USD.

3 Squalo in ebraico

4 The silence of the lambs

5 Da Frederic Hof, diplomatico americano che l’ha negoziata

6 Le riserve del giacimento sono inferiori ai volumi stimati negli altri due giacimenti israeliani di Leviathan e Tamar. Anche prima dell’aumento dei prezzi del gas, Energean ha deciso che il modo più proficuo per sfruttare il giacimento consiste nel collegare il suo sviluppo ad altri due giacimenti della zona, Karish North e Tanin.

7 Energean Power può gestire 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno.  

8 Un caccia F16 ed un’unità lanciamissili israeliani (sistema di difesa aerea marittima Barak 8) hanno intercettato sul Mediterraneo 3 UAV ostili provenienti dal Libano che si sono avvicinati allo spazio aereo sopra acque sovrane mentre si dirigevano verso Karish.

9 Rivoluzionaria

10 Sulla base di un accordo del 2020 da 15 miliardi di USD, Israele esporta gas verso l’Egitto, dove poi viene liquefatto e trasportato ai Paesi europei.

11 Organizzazione internazionale formata da Cipro, Egitto, Francia, Grecia, Israele, Italia, Giordania, Palestina

12 Every given sunday

Foto: U.S. Navy / LAF

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