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Il piano dell’operazione C3/Herkules per l’invasione di Malta: considerazioni e l’epilogo – parte IV

Reading Time: 9 minutes

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livello medio
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MALTA – MAR MEDITERRANEO
parole chiave: piano di invasione, Malta, Regia Marina italiana, Royal Navy
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Valutare un piano mai attuato è difficile. Se è vero, come disse Helmuth Karl Bernhard von Moltke, che “Nessun piano sopravvive al contatto con il nemico” tuttavia, nel suo complesso, il piano C3/Herkules sarebbe potuto essere un’eccellente opportunità di prendere Malta.

Sebbene vi fossero degli indubbi problemi, legati ai mezzi da sbarco che apparivano di dubbia efficienza, ai collegamenti radio tra i reparti delle tre dimensioni, al tiro navale d’appoggio che non appariva in grado di ottenere risultati significativi e per la parte logistica dell’operazione che sottostimava i problemi a sostenere un azione nel lungo periodo, tuttavia il piano non appariva irragionevole.

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una delle tanti notti insonni su Malta a seguito dei bombardamenti aerei dell’Asse

Uno studio dello Stato maggiore neozelandese, redatto dopo la caduta di Creta, affermò che la caduta di Malta dipendeva solo da quante forze sarebbero state impiegate nell’attacco

If, therefore, the Germans decide to attempt to capture Malta, the success of their enterprise will depend upon the amount of force they are prepared to expend on it. They could undoubtedly mount an attack from Sicily and Southern Italy of the same type as they launched against Crete from Rhodes and Greece. Their losses would be a good deal heavier than they sustained at Crete, but if they decided to maintain their attack day after day regardless of loss for perhaps a period of several weeks, they would probably in the end be successful. There is good reason to suppose, however, that the cost of this success might be the crippling of a large portion of the German short-range air force. Conversely, the losses which the Germans would sustain in the attack might be so great that they could not face them. It is this thought which may have deterred them from making the effort before now …

Il terreno su Malta favoriva i difensori per la sua asprezza e gli onnipresenti muri di pietra, trincee naturali e artificiali, che attraversano l’isola spezzando il contatto con le zone di sbarco.

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Le esercitazioni in Italia avevano dimostrato comunque che le truppe potevano rapidamente sbarcare su coste con queste caratteristiche,usando passerelle e scale, anche in ore notturne ma questo sarebbe stato pià difficile sotto il fuoco dei difensori e altrettanto difficile sarebbe stato far risalire le scogliere a artiglierie e mezzi corazzati. Lo sbarco sarebbe stato caotico nel peggiore dei casi e lento nel migliore. Come notato in precedenza, il piano prevedeva lo sbarco di 24.000 soldati, 45 veicoli corazzati, 48 pezzi di artiglieria con rifornimenti per 5 giorni in 15 ore.

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Dato il terreno coinvolto, è difficile da immaginare come sarebbe stato possibile. In secondo luogo, la maggior parte delle strade di Malta erano stretti sentieri fiancheggiati da pareti rocciose o muretti impercorribili, a parte le strade principali, dai carri e automezzi degli attaccanti e nell’area erano presenti numerosi villaggi che potevano essere trasformati in caposaldi facili da difendere. Inoltre, sull’isola esisteva una rete radar tutt’altro che trascurabile che era stata ben identificata e fotografata dall’aviazione tedesca.

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Infine vi era il fattore intelligence; gli Inglesi erano in grado di decifrare i messaggi decrittati con le macchine enigma tedesche e C38M italiane e probabilmente, la decrittazione dei messsaggi avrebbe allertato i difensori che un attacco era imminente. Tutto questo era vero ma forti erano anche i fattori che giocavano a favore dell’Asse. Il grosso della pianificazione e la comunicazione dei piani ai reparti coinvolti avveniva tramite linee telefoniche fisse intercettabili ed è abbastanza certo che gli Inglesi, se erano in grado di rendersi conto che qualcosa era in preparazione, non avessero idea di come questo qualcosa si sarebbe svolto.

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Molti mezzi da sbarco erano improvvisati e di dubbia efficienza ma questi sarebbero stati impiegati nello sbarco a Gozo che, oltre ad essere quasi indifesa, presentava spiagge di più facile approccio; mentre per l’attacco a Malta sarebbero state impiegate le molto più idonee motozattere. L’asse progettava di impegnare, sotto completa superiorità aerea, quasi 100.000 uomini contro 26.000 difensori (più altri 9000 uomini dell’Aeronautica e della Marina,  privi di ogni addestramento ed utili al più per la difesa di punto di qualche installazione). Il piano richiedeva che i paracadutisti si limitassero a raggrupparsi formando un perimetro difensivo a copertura dell’area di sbarco e in questo modo la natura del terreno, che favoriva i difensori, avrebbe giocato a loro favore.

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Il Malta Command military defence scheme versione 1942, che è stato reperito a Malta, affermava che non era possibile l’intervento di forze navali provenienti da Gibilterra ed Alessandria e, aggiungo io, senza la Cirenaica non erano possibili azioni aeree di supporto alla guarnigione. Tutto questo avrebbe permesso alle forze aeree e navali italo-tedesche di concentrarsi in appoggio alle truppe di terra, compensando i ritardi negli sbarchi. Altro fattore da considerare era che il tempo non lavorava per i difensori: ogni colpo sparato contro gli attaccanti non sarebbe stato reintegrato. Se le munizioni per gli armamenti terresti erano abbastanza copiose quelle per le armi contraeree erano scarse già dal mese di aprile 1942 ed il loro esaurimento avrebbe privato i difensori di ogni copertura. In questa situazione l’unica possibilità per i difensori sarebbe stata quella di soverchiare i paracadutisti in modo da impedire il congiungimento delle truppe arrivate dal mare. Tuttavia questo non appariva probabile dato che, seocndo il piano, in cinque ore sarebbero stati lanciati 24.000 paracadutisti cioè una forza quasi pari a tutte le truppe terretri presenti sull’isola; inoltre non sarebbe stato facile concentrare forze per un contrattacco.

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un carro Matilde usato come trattore di un aereo Beaufighter danneggiato in un aeroporto maltese

Gli inglesi avevano basato le principali forze difensive contro l’invasione lungo linee statiche, fortificate, con una conseguente perdita di mobilità per i difensori. Sulle coste meridionali la difesa dipendeva solo dalle barriere naturali ed erano praticamente indifese. Se lo sbarco nell’area fosse riuscito, le linee fortificate principali sarebbero state aggirate ed ogni tentativo di spostare le truppe dalle fortificazioni settentrionali sarebbe stato inutile e pericoloso. Questo avrebbe permesso alle forze aeree dell’asse di infliggere loro pesanti perdite dato che il movimento sarebbe dovuto avvenire allo scoperto.

I pianificatori dell’asse ritenevano che le loro perdite iniziali avrebbero potuto salire fino al 20 per cento già durante i primi sbarchi dall’aria e dal mare ma anche così sarebbe rimasta una superiorità numerica sufficiente per travolgere rapidamente i difensori, una volta consolidata la testa di ponte dopo lo sbarco.

Per di più la anche la qualità delle truppe era a favore degli attaccanti; i paracadutisti erano tutti altamente addestrati, in ottime condizioni fisiche e con un alto morale truppe; le divisioni Livorno, Superga e Friuli avevano ricevuto un buon addestramento ed erano unità di buona efficienza. Le Divisioni Assietta e Napoli avevano ricevuto una formazione meno completa ma ad esse era riservato il compito di eliminare in un secondo tempo le ultime resistenze. Anche se i pianificatori avevano correttamente previsto una “resistenza fanatica”,  un fattore spesso trascurato era che la guarnigione maltese non era in buone condizioni. Il razionamento era in vigore dall’aprile 1941, e col passare del tempo era diventato sempre più rigoroso. Nella primavera del 1942 le razioni dei miliari fornivano 2300 calorie (contro le 4000 previste) e quelle dei civili 1300 (questo azzerava la possibilità di Home Guard e Polizia di fornire supporto ai militari). Pur non essendo tecnicamente alla fame erano quindi insufficienti. Inoltre truppe e civili, costretti a passare lunghi periodi nei rifugi, erano vulnerabili a molte malattie come poliomelite, febbre tifoide, tubercolosi, scabbia, polmonite, dissenteria e malattie intestinali (come la brucellosi soprannominata “Malta Dog“) che colpirono duramente civili e militari. Gli effetti sui militari erano stati maggiormente pronunciati, dati i faticosi compiti svolti.

Gli artiglieri contraerei passavano lunghe ore ai pezzi, sotto continui attacchi aerei, mentre tutti gli altri erano coinvolti in duri turni di lavoro per riparare i danni delle incursioni aeree, specie negli aeroporti. Turni che diventavano frenetici quando c’erano da scaricare rifornimenti dai mezzi che erano riusciti a rompere il blocco. In breve, il presidio era poco preparato a sostenere una difesa attiva contro gli invasori dato che il combattimento avrebbe rapidamente esaurito la resistenza fisica dei difensori.

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Anche l’addestramento era carente, il tempo passato nei rifugi o impiegato negli aeroporti e nei servizi di guardia era sottratto al reale addestramento al combattimento. Il poco effettuato era quasi tutto a livello di compagnia e plotone, rarissimo quello di battaglione, nullo quello di brigata,pure gli equipaggi dei pochi carri erano di dubbia efficienza dato che i loro mezzi erano spesso impiegati per movimentare aerei o come improvvisate macchine movimento terra. Il livello dei reparti era diverso perché accanto a unità regolari c’erano varie unità mobilitate allo scoppio della guerra e lo stesso sistema reggimentale britannico, pur promuovendo una forte unità di lealtà e coesione, non favoriva la diffusione di standard comuni di formazione. Molto era lasciato alle idee dei comandanti di reggimento e la rivalità tra i reparti non favoriva la cooperazione tra gli stessi.

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navi danneggiate a La Valletta a seguito dei bombardamenti dell’Asse

Ovviamente valutare “morale e forma fisica” dei reparti non è facile come contare uomini e armi e munizioni, tuttavia le vicende successive alla fine dell’assedio possono fornire un indicazione di quale fosse la situazione. Il cuore della difesa erano quattro battaglioni regolari: il 1st Battalion of the Dorsetshire (1D), il 2nd Battalions of the Devonshire (2D), il 2nd Royal Irish Fusiliers (2RIF), il 2nd Queens Own Royal West Kent Regiments (2RWK) che erano dislocati sull’isola da prima che la guerra scoppiasse. Poiché il pericolo di invasione era concreto, non avevano mai ceduto quadri e truppa per inquadrare nuove unità per cui,  probabilmente nel 1942, avevano la più alta percentuale di soldati regolari ben addestrati dell’intero British Army.

Quando l’assedio fu tolto furono ovviamente destinati ad altri compiti.  Il Devon e Dorset formarono il 231 (Malta) Independent Brigade Group che combattè con distinzione in Sicilia ed in Normandia, mentre gli altri due furono inquadrati nella 234 Infantry Brigade. Questi ultimi, nel novembre del 1943, nelle isole di Kos e Lero, affrontarono un’invasione dal mare tedesca (un’azione condotta con modalità molto simili a quelle previste per Malta) subendo gravose perdite.

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231 (Malta) Independent Brigade Group in Sicilia

Appare quindi probabile che anche se le truppe britanniche avessero combattuto con decisione ed efficacia all’interno delle fortificazioni, difficilmente avrebbero potuto condurre con successo attacchi alle teste di ponte ed in breve la resistenza si sarebbe affievolita per esaurimento fisico dei difensori e delle munizioni. La valutazione dei pianificatori di conquistare l’isola in una settimana non appare quindi azzardata. D’altronde, a parte il primo assedio di Tobruk, nessuna fortezza costiera o insulare aveva resistito a lungo ad un deciso assalto dal mare. Ricordo che Singapore, sebbene difesa da 60.000 uomini, era caduta in otto giorni, ed i 35.000 difensori di Tobruk solo 5 giorni. I più resistenti furono i 14600 di Hong Kong che combatterono per 18 giorni.

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la nave Brisbane, sebbene seriamente danneggiata da un attacco aereo al suo convoglio, riuscì ad arrivare a Malta

Epilogo
Come è noto, vari motivi portarono alla non esecuzione del piano C.3. Nei primi di maggio del 1942, molti dei reparti aerei tedeschi dislocati in Sicilia dovettero essere trasferiti su altri fronti, tra cui quello russo, lasciando alla ben più debole Regia Aeronautica italiana il compito di continuare il martellamento di Malta. Nel frattempo, l’isola, aiutata dall’invio massiccio di aerei da caccia, era nuovamente in grado di contrattaccare dal mare e dall’aria. Inoltre, l’Inghilterra decisa più che mai a non perderla, inviò in suo soccorso due convogli a metà giugno; su 17 piroscafi, solo due raggiunsero tra mille peripezie La Valletta, troppo poco per alimentare la guarnigione e la popolazione, ridotte agli estremi. Questo ebbe un costo notevole per la squadra navale italiana che dovette dar fondo alle sue residue riserve di nafta.

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Bastò questo a far naufragare la C.3, anche se ancora non lo si voleva dire chiaramente. Quando Tobruk cadde inaspettatamente, il 21 giugno, i Tedeschi non esitarono più a chiedere la posposizione della “C.3” alla conclusione africana, che si riteneva imminente e vittoriosa. In realtà, però, non erano solo essi a cedere alla suggestione della “ora storica che non si ripeterà”. Anche in Italia molti credettero che la partita infine fosse vinta e che, con l’Egitto conquistato, Malta avrebbe perso la sua funzione. Ma la storia fu diversa.

Gianluca Bertozzi

 

in anteprima convoglio alleato verso Malta sotto attacco aereo

 

Fonti

– Operazione C3. Malta, Libro di Mariano Gabriele
– L’esigenza “C.3” (Operazione “HERCULES”) e il blocco di Malta nel contesto della guerra in Mediterraneo nel 1942 di Francesco Mattesini
– Caruana, Le tre previste invasioni di Malta
– Invasion of Malta, 1942 di John D. Burtt & Davide Pastore, 2011
– The axis and the intended invasion of Malta in 1942; a combined planning endeavor di Alessandro Vivarelli

 

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