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Storia di un peschereccio che ha affondato un sommergibile – Parte I

tempo di lettura: 9 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO

AREA: MAR EGEO
parole chiave: nave civetta, Regia Marina italiana

 

Raccontiamo la storia di un uomo che con un peschereccio affondò un sommergibile nemico … anzi ce lo racconterà lui stesso, l‘ammiraglio Scialdone, MOVM, in questo suo scritto originale. 

Mar Egeo, 1941
Da qualche tempo sono di base a Syra con una nave civetta. E’ questo il pretenzioso nome che qualche umorista di MARIEGEO ha voluto dare a quello che, prima che gli arsenalotti di Lero vi mettessero le mani, era un bel motopesca catanese quasi nuovo, di circa 33 tonnellate, intrappolato nell’Egeo all’inizio del conflitto.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è amm-luigi-bianchieri.jpg

L’ammiraglio Luigi Bianchieri, nel dicembre 1939 assunse il comando delle forze navali presenti nell’Egeo, mantenendo tale incarico fino al maggio 1942, e distinguendosi nella rioccupazione dell’isola di Castelrosso e nell’invasione dell’isola di Creta (Operazione Merkur) – ufficio storico della marina 

Il mio MAS era ai grandi lavori e ne aveva per più di un mese. L’Ammiraglio Luigi Biancheri, sempre sollecito del benessere dei dipendenti, per evitare a me ed alla parte del mio equipaggio non direttamente impegnata nelle riparazioni, di annoiarsi in un paesino così poco divertente come Lero, aveva provveduto a trasferirci sul Sant’Antonio del quale avremmo costituito l’equipaggio militare, sette persone, che si sarebbe aggiunto a quello civile già presente ma ormai, per vari motivi, ridotto a soli sette elementi. Per quel che ne potevo capire mi sembrava una gran bella barca tenuta molto in ordine e ciò era facilmente spiegabile dato che il capitano ne era il proprietario e buona parte dell’equipaggio era costituito da suoi parenti. Aveva un motore a nafta a due cilindri che gli consentiva di filare poco più di otto nodi ma che, ahimè, era anche la parte della barca meno sicura perché proveniva da un altro motopesca radiato per vetustà. Anche la bussola era una eredità. Si trattava di uno strumento a quarte, non a gradi. Per tutto il tempo in cui sono rimasto a bordo quella bussola è stata la mia croce: non sono mai riuscito ad abituarmici ed ogni volta per ordinare un cambiamento di rotta dovevo perdere molto tempo per trasferire i gradi in quarte, mezze quarte, quartine e punti.

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in questa vecchia bussola è visibile la rosa dei venti divisa in settori, ottenuti dividendo gli otto venti classici (da Nord in senso orario: Tramontana, Greco, Levante, Scirocco, Ostro, Libeccio, Ponente, Maestro) in quattro Quarte ciascuno. La bussola del San’Antonio non doveva essere molto diversa ma era più semplice e non aveva la suddivisione angolare 

In verità avevo già navigato su di una nave con una bussola come quella ma allora ero un ragazzo di 14 anni che passava una parte dell’estate a fare il mozzo su di un brigantino che trasportava sale dalla Sardegna in continente. In quell’epoca potevo avvicinarmi alla bussola solo per lucidarne gli ottoni e la sua suddivisione mi lasciava del tutto indifferente. Solo in Egeo, patria del vento, e sul Sant’Antonio, motoveliero da pesca, ho capito quanto fosse pratica per un pescatore, il cui lavoro è condizionato dal vento, una suddivisione di quel tipo. 

Durante la prima visita a bordo invece il capitano mi aveva fatto una pessima impressione. Per una intera ora, tanto era durata la visita, non aveva fatto che parlarmi dei danni che la trasformazione aveva fatto alla sua barca, dei pericoli che loro, dei civili, avrebbero corso facendo i militari, della paga troppo bassa e così via. Mentre lui mugugnava, il Capitano del Genio della Flottiglia mi illustrava le trasformazioni fatte:

– due ampi tratti delle murate erano stati tolti sostituendoli con false murate di tela, dipinte come il resto dello scafo. Sarebbe stato sufficiente un colpo di martello ai ganci a scocco per farle abbattere fuori bordo;

– sulla coperta, dietro di esse, erano stati sistemati due lanciasiluri a molla, del tipo in uso nella prima guerra mondiale (fondi di magazzino insomma), e su di essi erano alloggiati due siluri. Tutto ciò che si può dire di loro è che erano divertenti;

– quello di sinistra era del tipo: “B – 30 – 1906” (dove “B” sta per bronzo, metallo in cui era costruita la testa, 30 indica i Kg. di esplosivo e 1906 l’anno di costruzione), senza guida-siluri, con una corsa di 900 metri alla velocità di 17 nodi, con una carica di fulmicotone. Allora non avevo idee chiare sul fulmicotone, l’unica cosa che sapevo è che si tratta di un esplosivo estremamente instabile, ma il Capitano del Genio si era affrettato a rassicurarmi. Non vi era alcun pericolo, era sufficiente non urtate con violenza la testa e tenerla al fresco, magari d’estate coprirla con un paglietto di canapa da bagnarsi ogni tanto con acqua fresca;

– quello di destra era invece del tipo “A – 100 – 1911” (dove “A” sta per acciaio, 100 il peso dell’esplosivo, e in questo caso si trattava del buon onesto tritolo, e 1917 l’anno di costruzione, quasi avantieri!!!). Era munito di un guidasiluri non regolabile, velocità 28 nodi, corsa 2.500 metri.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Sant-antonio-scialdone-siluri.jpg

foto dell’autore

Questo era l’armamento silurante. Per quello antisommergibile:

– due tramogge lanciabombe con 4 bombe A.S. ciascuna ed altre 8 bombe di riserva, identiche a quelle in dotazione alle unità di superficie. Tenuto conto però della bassa velocità del motopesca erano stati munite di gavitello di sughero che ne rallentava la discesa onde evitare di restare compresi nel cono dallo scoppio;

– due “tubi C” simili a quelli in dotazione ai MAS, prolungati per consentirne la rotazione al di sotto della chiglia, ovviamente molto più immersa di quelle dei Mas.

Infine l’armamento antiaereo e di superficie:

– una mitragliera da 20 mm a poppa, la stessa in dotazione al naviglio leggero (mascherata, in uno con le tramogge, da una grossa rete appesa ad asciugare all’albero di poppa;

– due mitragliatrici da 8 mm sul castello, sistemati in modo da poterle rapidamente rovesciare per nasconderle.

Infine, era stata particolarmente curata la parte logistica: contro l’albero di maestra era stato costruito un casottino trasversale di 1,2 m per 2,3 m.  In esso trovavano posto una cuccetta larga 58 cm,  un lavabo e tre armadietti. Uno per i documenti, le carte e gli strumenti nautici e gli altri due per i miei oggetti personali. Un’apposita tavoletta sovrapponibile al lavabo lo trasformava in un elegante tavolo da lavoro e da pranzo. Naturalmente l’unico modo per poterlo utilizzare era quello di sedersi sul bordo della cuccetta.

Tornando verso la caserma sommergibili, dove sono alloggiato ripenso a ciò che ho visto e mi dico che poteva andarmi anche peggio, ma non ne sono proprio sicuro… Non so quali saranno i compiti affidati al Sant’Antonio. Non certo quelli di nave civetta. Potrà sì attirare il nemico, ma certo non potrà combatterlo. Ed allora? Forse all’ammiraglio serve l’affondamento di un pacifico motopesca? Non credo: vengono già affondate tante navi che certo la distruzione di un motopesca non servirà neppure a far scrivere due righe su di un bollettino di guerra… Ed allora? Bah! Staremo a vedere…

Un paio di giorni dopo la nave è pronta e riceve il primo ordine di operazioni: rimorchiare due MAS a Syra e trasportare benzina, olio e viveri per rifornire la piccola base MAS. E’ un lavoro come un altro e non mi dispiace, ma se è questo che devo fare, a che serve questo strano armamento? Continuo per un pò con questo lavoro di trasporto e rimorchio ed incappo anche un paio di burrasche che mi fanno sudare un pò freddo perché quando i fusti rompono le rizze e cominciano a rotolare per la coperta la situazione diviene piuttosto antipatica. Ma è bene quel che finisce bene ed il lavoro procede. Si risparmia un sacco di benzina per il trasferimento dei MAS e questo è molto importante per l’Egeo, che di benzina disponibile ne ha veramente poca. Praticamente conduce la barca il personale mercantile con l’aiuto dei miei due motoristi, degli altri militari il segnalatore e l’ R.T. fanno a turno la radio, gli altri due si alternano nel fare il cuoco e la vedetta ed io … io ho il lavoro più importante: sopporto le continue lagnanze del capitano.

Come provviste di viveri abbiamo molte lenticchie (col verme), della carne in scatola e delle gallette (col verme).   Ammaestrati dall’esperienza, in ogni isolotto abitato cerchiamo di comprare dell’olio, di cui le isole greche abbondano anche in tempo di guerra, e un pò di verdura. Quando viaggiamo senza rimorchio mettiamo in acqua una rete e prendiamo un po’ di pesce che è sempre il benvenuto. Ma dopo qualche tempo il programma cambia: scendiamo fino al canale di Caso per la sorveglianza antisommergibile. È un lavoro che conosciamo bene perché è quello che fanno abitualmente il MAS, ma un conto è fare una notte di agguato e poi tornare in porto ed un altro è pendolare nel canale per 12 giorni e 12 notti di fila.  Ferma, un colpo indietro, ferma, idrofoni a mare, salpa idrofoni, avanti per un quarto d’ora, ferma, indietro, ferma, idrofoni a mare e così via.

Mentre prima eravamo noi aiutare un pò con l’equipaggio mercantile, ora sono loro che aiutano noi: mentre i militari fanno la guardia alla radio e dagli idrofoni, i civili fanno la guardia in coperta, manovrano la barca e cucinano.   Il capitano ha perfettamente compreso che ciò che bisogna fare e governa da barca da solo mentre io sostituisco per quanto posso gli idrofonisti tormentati dagli spruzzi, dal vento e dal rollio. Dopo 12 giorni siamo sostituiti da due MAS che provengono dalla vicina Scarpanto.  Rientriamo in porto e possiamo dormire  per quattro giorni su di una cuccetta che non rolla e mangiare carne fresca, pecora o coniglio perché nelle isole non si trova altro, ma per noi è festa.

Una festa che dura poco… Dopo quattro giorni siamo di nuovo nel canale di Caso. I MAS non ci sono… Ricominciamo la vigilanza…Dopo due giorni si lesiona la camicia di un cilindro… È un bel guaio… Siamo alla deriva e la corrente ci trascina adagio, ma non tanto adagio, verso sud e verso ponente, in pratica sotto Creta e verso il centro del Mediterraneo e sia a Sud che a Creta ci sono gli inglesi. Informiamo MARIEGEO che ci chiede se siamo in grado di riparare l’avaria. La risposta è affermativa: a bordo c’è una camicia di ricambio. MARIEGEO da ricevuto e tutto finisce lì. Non possiamo metterci a chiacchierare, chiedere consigli, esprimere opinioni, la radio deve tacere, abbiamo già parlato troppo e ad una decina di miglia da noi c’è Creta.   

Gli Inglesi certo ci hanno già sentiti e, dalle esperienze fatte, ho ben poca fiducia nella segretezza dei nostri cifrari. Gli Inglesi non sono certo degli sprovveduti, non hanno alcun bisogno di decifrare il messaggio. Anche se, per prudenza, abbiamo impiegato per trasmettere il nominativo di un MAS ai lavori, a così breve distanza anche il peggior radiogoniometro ed il più sprovveduto dei telegrafisti possono rilevare la direzione di provenienza ed in quella direzione le vedette scopriranno non un MAS in navigazione ma un peschereccio fermo.

La prima domanda che mi pongo è quindi: quanto ci metteranno a capire che siamo stati noi a trasmettere? E la seconda: vi saranno aerei o navi in zona pronte ad intervenire per chiarire la situazione? Se intervengono l’unica cosa che ci rimane da fare è affondare gloriosamente con la bandiera al vento, ma non so perché, l’idea di andare a fondo oggi non mi attira particolarmente. Meglio pensare a qualche altra cosa. E una idea mi viene. E’ un pò balorda ma in questo momento è la migliore che ho: Capitano, metti subito in vela e metti in mare una rete. Il capitano capisce al volo.  Risponde solo: va bene, Signurì, e non chiede spiegazioni.

L’attività diventa frenetica. Si apre la stiva, si tirano su le vele, le si inferiscono e le si issano. In una ventina di minuti siamo un onesto peschereccio che, dato il tempo relativamente buono, per economizzare il carburante, pesca alla vela. Naturalmente in testa all’albero sventola una bandiera greca. Al capitano dico di dirigere per la punta a Sud Est di Creta. Man mano che ci avviciniamo ci allarghiamo un poco, voglio che con un binocolo si veda bene sventolare la bandiera ma non si notino le nostre mascherature. Ora non si tratta più che di pescare ed aspettare che finisca la riparazione che, stando in vela, procede meglio perché la barca rolla molto di meno. Ogni tanto ci fermiamo e tiriamo su la rete con qualche pesce, Vuol dire che se le cose vanno bene domani noi mangeremo il pesce, se vanno male … il pesce mangerà noi. Allah è grande. Quando non posso fare più nulla divento fatalista.

Pian piano ci infiliamo tra la costa di Creta e l’isolotto di Gaiduronisio. Anche sull’isolotto vi è una stazione di vedetta e questo mi tranquillizza. Ci vedono da nord e da sud e quello che vedono è un peschereccio greco che pesca per prudenza molto sotto costa. Il tempo passa, il vento gira ed ora viene da nord. Si avvicina al tramonto e noi invertiamo la rotta ed accendiamo un fanale; non voglio che ci perdano di vista e magari preoccupati per noi mandino qualcuno a cercarci. Procediamo così per gran parte della notte, fino a che non sentiamo il piacevole rumore del motore che si mette in moto.  Ormai abbiamo superato la punta estrema di Creta, spegniamo il fanale, ritiriamo la rete, ammainiamo le vele e scappiamo con la velocità del lampo, 8 nodi, forse mezzo nodo di più. Dico al capitano di andare a riposarsi e mi metto al timone mentre il cuoco tira fuori qualche scatoletta di carne e tre o quattro bottiglie di Rakì.

Fine Parte I  – continua

Antonio Scialdone

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 


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Giovanni
Ospite
Giovanni
06/03/2021 21:37

Carissimo Andrea, bellissimo racconto che rispecchia pienamente il carattere ed il modo di fare dell’Ammi. Antonio Scialdone che ho avuto l’onore e piacere di averlo conosciuto al Varignano come C.te della Base Logistica da CF che come C.te del Varignano da Ammiraglio.
Giovanni

Salvatore Chiffi
Ospite
06/03/2021 18:39

Bellissima ed avvincente narrazione. Sono un ex sottufficiale della Marina e curo la rubrica “Gente di mare” per la rivista culturale “il filo di Aracne”. Mi piacerebbe pubblicare questa vicenda nel prossimo nr. di giugno, ma naturalmente occorre il vostro consenso. In caso di risposta affermativa potete inviare articolo e foto alla mia e.mail

Admin
Amministratore
06/03/2021 19:16
replicare a  Salvatore Chiffi

Gentile signor Chiffi, chiederò a chi detiene i diritti e le farò sapere .. comunque, se vuole, nel frattempo, potrà pubblicarne un riassunto ed il link all’articolo originale, naturalmente citando sempre la fonte

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