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Giapponesi contro Italiani: uno scontro dimenticato

tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO 

AREA: ESTREMO ORIENTE – CINA
parole chiave: Regia Marina, Battaglione San Marco, 8 settembre 1943, Giappone
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Nell’insieme di battaglie e sofferenze che fu la Seconda Guerra mondiale, ci sono centinaia di piccoli episodi, oscurati dalla fama e dall’importanza degli eventi che coinvolsero milioni di uomini ed i destini di nazioni ed imperi. Una di queste storie riguarda il destino di quei soldati e marinai italiani che, dopo l’8 settembre 1943, dovettero fare i conti in Estremo Oriente con un vendicativo e spietato ex-alleato che non era la Germania nazista, bensì l’Impero giapponese.

La città di Tianjin, il tradizionale porto di riferimento per Pechino, era un importante centro commerciale in una Cina ancora largamente legata alla tradizione, ma assediata dalla modernità. Fra il 1860 e il 1945 in città furono presenti nove “concessioni”, ovvero parti di città più o meno grandi ceduti a degli stranieri. Con le loro scuole, prigioni, tribunali, caserme e abitazioni, queste zone si configuravano come delle versioni in miniatura della madrepatria. 

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Agli inizi del novecento l’incrociatore Elba partecipò alla spedizione in Cina nell’ambito della Forza Multinazionale che si era formata in seguito alla rivolta dei Boxer – marinai sul ponte  da navi e armatori 

L’incrociatore Elba venne costruito nell’Arsenale di Castellammare di Stabia dove il suo scafo venne impostato sugli scali il 22 settembre 1890. L’Elba fu inizialmente classificato Ariete Torpediniere al momento del varo, avvenuto il 12 agosto 1893. In seguito venne classificato incrociatore protetto e dopo essere stato completato nel 1894 entrò in servizio il 27 febbraio 1896. In seguito al Protocollo del 7 settembre 1901, dopo la rivolta dei Boxer (1899-1901), l’insurrezione xenofobica repressa da una vasta alleanza di potenze imperialiste, l’Italia ricevette circa mezzo chilometro quadrato su cui costruire una propria concessione a Tianjin, sulla sponda destra del fiume Haihe. Il valore di una concessione così piccola è discutibile, ma era un segno di prestigio internazionale, e permetteva al governo italiano di proteggere concretamente i propri interessi in Cina. Oltre a Tianjin, gli italiani erano presenti anche a Pechino, dove venne aperta una stazione radiotelegrafica, nel forte di Shan Hai Kuan, e a Shangai.

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Nei quarant’anni successivi la concessione crebbe fino a contare, nel 1935, 6.261 persone: circa 110 italiani residenti, oltre a diverse centinaia di italiani che vi avevano sedi commerciali. Nel 1937, con l’aggressione giapponese alla Cina, per il timore di vedere la concessione attaccata dai giapponesi o dai cinesi, la guarnigione fu rinforzata, ma entro l’anno successivo fu di nuovo ridotta in seguito allo stabilizzarsi della situazione. Con l’ingresso in guerra del Giappone nel 1941, le concessioni straniere in Cina vennero occupate militarmente, ma i possedimenti italiani non vennero aggrediti. Nonostante le tensioni continue fra le due parti, la situazione rimase relativamente calma fino al 1943.

Con l’annuncio dell’8 settembre 1943, l’Italia cessava le ostilità contro gli anglo-americani e lasciava centinaia di migliaia di soldati nella confusione più totale, soprattutto per quanto riguardava il comportamento da tenere nei confronti degli ex-alleati. Le truppe italiane stazionate in Cina ricevettero l’ordine di non ingaggiare le forze giapponesi e di autoaffondare le navi non in grado di raggiungere un porto controllato dagli alleati. La Lepanto, la Carlotto e la Conte Verde vennero così affondate nel porto di Shangai.

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il transatlantico Conte Verde della Lloyd Triestino si trovava nel porto cinese di Shanghai e lì rimase sotto la “protezione” della Marina giapponese finché, dopo l’8 settembre 1943, l’equipaggio incendiò la nave per evitarne l’utilizzo da parte dei giapponesi – Fonte DLW79DGR SSConteVerde.jpg – Wikimedia Commons

La guarnigione italiana venne catturata fra il 9 e il 10 settembre dai giapponesi, che reclutarono coloro che si dichiararono pronti a continuare a lottare per l’Asse e internarono tutti coloro che si rifiutarono. A Pechino le cose non furono così semplici. La stazione radiotelegrafica nella città era presidiata da cento marinai comandati dal capitano di corvetta Baldassarre, che ignorarono l’ordine di non combattere e decisero di resistere agli oltre 1.000 soldati giapponesi che intimarono loro la resa. Armati solo con fucili Carcano M91/38, pistole Beretta e bombe a mano, i marinai non avevano mezzi adeguati da opporre all’artiglieria nipponica o ai quindici carri armati impiegati contro di loro. Per oltre 24 ore gli uomini di Baldassarre resistettero agli assalti nemici, respingendo una carica banzai dopo l’altra. Infine, la mattina del 10 settembre, dopo aver distrutto le apparecchiature radio e i documenti segreti, gli italiani si arresero al nemico soverchiante. Nonostante l’accanita resistenza, solo 29 uomini si rifiutarono di battersi contro gli anglo-americani e vennero internati nei terribili campi di prigionia giapponesi.

La guarnigione di Tianjin era molto meglio equipaggiata, con 300 fucili, 50 pistole, 50 mitragliatrici Breda e Fiat leggere e medie, oltre che una scorta di due milioni di cartucce e un armamento pesante costituito da quattro cannoni da 75 mm, più che in grado di mettere fuori gioco i leggeri carri giapponesi se usati come pezzi anticarro. Inoltre, il comandante della guarnigione, il capitano di fregata Carlo dell’Acqua, aveva a sua disposizione quattro autoblindo Lancia 1ZM, efficaci contro la fanteria e in grado di intervenire rapidamente per chiudere eventuali brecce nel perimetro difensivo.

Ben consapevole del destino spesso riservato agli sconfitti dai giapponesi, dell’Acqua si arroccò nella caserma Ermanno Carlotto, dove trovarono rifugio anche il console Ferruccio Stefanelli e molti dei civili italiani residenti nella concessione. Nonostante dinanzi a loro vi fosse il reggimento del tenente colonnello Tanaka, forte di 6.000 uomini e supportato da cannoni, aeroplani e carri armati, gli Italiani decisero di tentare una disperata resistenza.

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la caserma Carlotto – da http://www.storicissimo.com/2019/01/un-lembo-ditalia-in-cina.html

Tanaka diede una prova di forza facendo bombardare la concessione, e nonostante il parere contrario di molti dei suoi, quando si diffuse la notizia che un’intera divisione giapponese era in arrivo dell’Acqua accettò di arrendersi. Dei 600 uomini della guarnigione solo 170 decisero di continuare a battersi per l’Asse, mente gli altri vennero messi ai lavori forzati in Corea e Giappone. Molti di questi prigionieri vennero poi catturati di nuovo dagli americani ed internati in campi di prigionia a Manila (Filippine) ed a Honolulu (Hawaii), per poi ritornare finalmente in Italia nel marzo del 1946.

Cesare Croci ed Enrico Lanzalone

 

 

Fonti
– M. Felton, The Italian Battalion in China and the Fate of Italy’s Far Eastern Forces: 1925-1945
– A. Rosselli, Unità di superficie italiane in Estremo Oriente 1940-1943
– G. Samarani, Italy’s Encounters with Modern China: Imperial Dreams, Strategic Ambition: ‘The Italian presence in China: Historical trends and perspectives 1902-1947
– M. Marinelli, Making concessions in Tianjin: heterotopia and Italian colonialism in mainland China

 

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