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L’azione di Alessandria, la risposta della Regia Marina italiana alla Royal Navy britannica di Andrea Mucedola

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: maiali, X MAS

 

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Nel 1941, le ferite della notte di Taranto non si erano ancora rimarginate. In quel maledetto attacco contro il porto di Taranto, avvenuto nella notte tra l’11 ed il 12 novembre 1940 da parte degli aerei imbarcati della Royal Navy britannica. Una dimostrazione del potenziale dell’aviazione di marina che poteva fornire un braccio allungato alla flotta in operazioni expeditionary, in altro modo non effettuabili dalla Royal Air Force.

SUPERMARINA rimase spiazzata, comprendendo di aver sottovalutato la minaccia che gli fece perdere tre delle navi più significative della flotta: il Cavour, il Littorio e il Duilio. Solo Mussolini, annotò Ciano nel suo diario, non ne comprese la gravità, riportando  “… credevo di trovare il Duce abbattuto. Invece ha incassato bene il colpo e quasi sembra, in questi primi momenti, non averne valutata tutta la gravità“. Non c’era da meravigliarsene … il Duce non credeva nella Flotta, negandogli la costruzione delle portaerei in una visione forse douhettiana della guerra moderna … si sarebbe poi ricreduto, anche se troppo tardi.

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l’ordine con cui la I Flottiglia M.A.S. divenne 10 Flottiglia M.A.S.

Le azioni del mezzi di assalto
Il 15 marzo 1941 la 1ª Flottiglia MAS Speciale fu ribattezzata da SUPERMARINA con il numero 10 ovvero la 10ª Flottiglia MAS in riferimento alla legione di Giulio Cesare, la Legio X Gemina. Solo due mesi dopo, il 15 maggio, il Regio Sommergibile Scirè fu riassegnato al ruolo di trasporto degli assaltatori e salpò da La Spezia per l’operazione «B.G. 3» con obiettivo la base navale di Gibilterra con a bordo tre siluri a lenta corsa. Il 22 maggio, il battello attraversò in immersione lo stretto di Gibilterra e, all’entrata del porto di Cadice, imbarcò gli operatori degli S.L.C. ed il capitano medico Bruno Falcomatà. La missione fu però ancora una volta piena di imprevisti e l’operazione fallì con la perdita dei due mezzi. Il 10 settembre 1941, lo Scirè, al comando di Junio Valerio Borghese, lasciò nuovamente La Spezia diretto a Gibilterra per condurre l’operazione «B.G. 4». Nella notte del 20 settembre furono rilasciati gli S.L.C. e questa volta la sorte fu favorevole e gli assaltatori affondarono o danneggiarono tre navi. Questa azione di successo fu la premessa nella missione forse più famosa per la quale lo Scirè e i suoi assaltatori passarono alla storia: l’operazione «G.A. 3» contro la base di Alessandria d’Egitto che andrò a raccontare oggi, in occasione della sua ricorrenza.

Operazione G.A. 3 Alessandria d’Egitto

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Il sommergibile Scirè, dopo aver imbarcato a bordo tre Siluri a lenta Corsa, salpò il 3 dicembre da La Spezia e raggiunse il 9 dicembre Lero, un’isola dell’Egeo nell’arcipelago del Dodecaneso. Il 12 dicembre furono imbarcati gli operatori dei mezzi: Durand de La Penne e Bianchi per l’SLC 221, il capitano del Genio Navale Antonio Marceglia ed il sottocapo palombaro Spartaco Schergat per l’SLC 230, il capitano delle Armi Navali Vincenzo Martellotta ed il capo palombaro Mario Marino per l’SLC 223. 

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i contenitori degli SLC che venivano installati sulla coperta dei battelli

Il 14 dicembre il Regio Sommergibile del Scirè diresse a lento moto verso Alessandria in attesa che i ricognitori della Regia Aeronautica Italiana confermassero la presenza delle corazzate britanniche Queen Elizabeth e Valiant. L’operazione ebbe inizio intorno alle 02:00 del 19 dicembre 1941. Lo Scirè, giunto in prossimità dei campi minati protettivi, proseguì fino a circa un miglio nautico dal Fanale del molo di ponente del porto commerciale di Alessandria. I mezzi furono quindo rilasciati per l’avvicinamento verso la rada. Gli operatori dovevano giungere sotto la chiglia del proprio bersaglio, piazzare la carica d’esplosivo e successivamente abbandonare la zona, dirigendosi a terra. Il rendez vous con lo Scirè era pianificato qualche giorno dopo al largo di Rosetta. 

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HMS Valiant

L’equipaggio composto da Durand de la Penne e Bianchi, sul S.L.C. 221, puntò verso la nave da battaglia HMS Valiant. Durante il trasferimento, a causa di un guasto al respiratore ad ossigeno, Bianchi dovette risalire in superficie aggrappandosi ad una boa di ormeggio della corazzata, ma De la Penne non si diede per vinto e riuscì a trascinare il mezzo fin sotto la carena della nave da battaglia. Fu uno sforzo enorme per un uomo solo, stremato dalla stanchezza e dal freddo. Riaffiorato in superficie fu alla fine avvistato dalle sentinelle inglesi che lo catturarono e portarono a bordo della corazzata. Poco dopo, fu raggiunto anche da Bianchi, catturato da una motobarca che lo aveva avvistato aggrappato ad una boa.  

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I Britannici, pur avendo catturato i due sommozzatori, non  avevano idea di che cosa stava succedendo; decisero quindi di rinchiuderli in un locale sotto la linea di galleggiamento nella speranza di convincerli a rivelare il posizionamento delle eventuali cariche. Alle 05:30, a mezz’ora dall’ora prevista di detonazione, De la Penne si fece condurre dal comandante della nave e lo informò che da li a poco la nave sarebbe saltata, e gli suggerì di mettere in salvo l’equipaggio. Il Comandante inglese, non riuscendo ad ottenfre altre informazioni, come “ringraziamento” dell’atto di galanteria, fece riportare l’ufficiale italiano nel locale. All’ora prevista, intorno alle sei del mattino, avvenne l’esplosione provocando l’allagamento di diversi compartimenti della nave mentre molti altri venivano invasi dal fumo; la violenta esplosione contorse le lamiere della nave ed anche il compartimento, che ospitava gli Italiani, venne interessato dall’esplosione, facendo saltare il portellone che li richiudeva. I due incursori riuscirono ad uscire dal locale ed a recarsi in coperta dove vennero evacuati insieme al resto dell’equipaggio. Le condizioni della corazzata apparvero subito gravissime e di fatto la HMS Valiant restò fuori uso per quattro mesi.

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HMS Jervis, in una rara foto durante le prove in mare

Nel frattempo, Vincenzo Martellotta e Mario Marino, sul S.L.C. nº 222, nonostante fossero stati costretti a navigare in superficie, a causa di un malore di Martellotta, riuscirono a raggiungere e minare la petroliera Sagona, coinvolgendo nell’esplosione anche un’altra nave, il HMS Jervis, che si trovava ormeggiata a pacchetto con la petroliera. I due operatori, dopo aver preso terra, si liberarono della muta stagna, sotto la quale indossavano la divisa della Regia Marina. Nel transito verso il punto di raccolta, vennero però intercettati e catturati da poliziotti egiziani. La terza coppia, composta da Antonio Marceglia e Spartaco Schergatcon il S.L.C. nº 223, riuscì a portare a termine un profilo di missione perfetto.

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HMS Queen Elizabeth, ammiraglia della flotta inglese nel Mediterraneo

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Avendo come obbiettivo il HMS Queen Elizabeth, nave di bandiera dell’ammiraglio Andrew Cunningham, Comandante della Mediterranean Fleet, il maiale si avvicinò occultamente alla nave fino ad agganciare la testata esplosiva del S.L.C. al suo scafo. I due operatori raggiunsero in maniera occulta la banchina e riuscirono ad allontanarsi da Alessandria. Il HMS Queen Elizabeth, a seguito dell’esplosione, rimase fuori combattimento per un anno e mezzo.

Sebbene l’attacco avesse danneggiato quattro navi inglesi il danno maggiore fu quello morale
I Britannici accusarono il colpo: sei uomini erano stati in grado di violare e colpire nel cuore la flotta inglese, utilizzando delle armi segrete decisamente non convenzionali. La guerra navale stava cambiando e gli Italiani avevano in una notte cambiato le regole.

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gli eroi di Alessandria: in alto da sinistra de la Penne, Bianchi, Marceglia – in in basso da sinistra Schergat, Martellotta, Marino

Dopo l’azione gli operatori raggiunsero terra ma non riuscirono ad evitare l’arresto. In realtà ci furono degli errori banali fatti dal Servizio Segreto Militare italiano che aveva preparato il piano di estrazione con poca cura e fornito agli operatori della valuta non in corso di validità.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, tutti e sei gli operatori vennero rilasciati dai campi di prigionia e rimpatriati. Nel corso del 1944, con una cerimonia solenne, vennero decorati a Taranto ricevendo la medaglia d’oro al valor militare che venne appuntata, in segno di particolare onore, dal commodoro Sir Charles Morgan, ex comandante del HMS Valiant.

Nonostante la cattura di tutti gli operatori l’eco del successo della missione fu enorme. La base di Alessandria era considerata imprendibile e Winston Churchill, visibilmente irritato dall’accaduto, dichiaròsei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell’Asse”

Di fatto la Mediterranean Fleet si trovò improvvisamente e per la prima volta in netta inferiorità in rapporto alla flotta italiana, disponendo solo di quattro incrociatori leggeri e alcuni cacciatorpediniere … ma la Regia Marina italiana non seppe approfittarsene. Nei cuori dei marinai italiani,  la notte di Taranto era stata finalmente vendicata.

L’impresa di Alessandria fu raccontata in questo film italo-inglese del dopoguerra. Buona visione.

 

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