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Il mistero della mappa di Tupaia – II parte

Reading Time: 6 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVII SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Cook, Tupaia, Polinesia

 

Una visione diversa
Nella concezione occidentale la modellazione geografica è basata su rappresentazioni cartografiche bidimensionali. Per poter rappresentare superfici geografiche su piccola scala è necessario trasferire la forma “sferica” della Terra con una serie di proiezioni su un piano. Sono diverse rappresentazioni che hanno specifici vantaggi a seconda dell’uso che ne fa. Ad esempio, quella sul piano di Mercatore ha il vantaggio di mantenere inalterati gli angoli su una griglia di disegno. Fattore non da poco se si vuole seguire una rotta. Su quella griglia immaginaria si identificano delle posizioni identificate da valori angolari (latitudine e longitudine) che si misurano rispettivamente lungo i meridiani (per convenzione da quello di Greenwich) ed i paralleli, misurati dall’Equatore verso i Poli geografici.

mappa del Pacifico di Ortelio, XVI secolo, dove compare la griglia di meridiani e paralleli

Ovviamente questo modo di rappresentare il mondo, utilizzando dei riferimenti scelti politicamente (Greenwich non fu scelto a caso) è funzionale. La rotta di una nave può essere così seguita determinando la posizione della stessa mediante diversi sistemi. La determinazione della latitudine e della longitudine vengono quindi riferite alla griglia agganciata ad un riferimento politicamente riconosciuto.

Come navigavano i Polinesiani?
Prima di dare una spiegazione, vale la pena leggere la testimonianza di John Marra sulle metodologie di navigazione dei Polinesiani:
As their whole art of navigation depends upon their minutely observing the motions of the heavenly bodies, it is astonishing with what exactness their navigators can describe the motions and changes of those luminaries. There was not a star in their hemisphere fixt or erratic but Tupaia could give a name to, tell when and where it would appear and disappear; and what was still more wonderful, could foretell from the aspect of the heavens the changes of the wind, and the alterations of the weather, several days before they happened. By this intelligence he had been enabled to visit most of the islands for many degrees round that of which he was a native. By the sun they steer in the day, and by the stars they steer in the night; and by their skill in presaging the weather, they can without danger lengthen or shorten their voyage as appearances are for or against them”.

Nel caso della navigazione effettuata dai polinesiani il principio era quindi totalmente diverso. Il centro geografico dell’orientamento alla navigazione non era un uno schema geografico ma il navigatore stesso, circondato da un mondo eterogeneo composto dall’oceano, dalla vita marina, dal vento e dalla corrente, dal sole, dalle stelle e dai pianeti e infine dalle isole. L’orientamento in questo sistema veniva costantemente affinato osservando i movimenti delle stelle di notte, del sole di giorno e le direzioni del vento e dei treni d’onda. Le nozioni astronomiche si basavano sul calendario lunare tahitiano che forniva le posizioni azimutali non solo della luna, ma del sole e delle stelle principali, così come il sorgere ed il tramonto ad una data latitudine.

Queste divisioni del tempo [dell’anno in mesi lunari, mesi in giorni lunari, giorni in giorno e notte] permettevano agli isolani di osservare ed apprezzare i movimenti dei corpi celesti per i loro diversi scopi. I navigatori polinesiani sapevano che le stelle fisse non cambiano la loro posizione l’una rispetto all’altra e conoscevano quali stelle ed i pianeti erano visibili in certe stagioni dell’anno. Quindi erano in grado di identificare le stelle quando si innalzavano dall’orizzonte, memorizzandone la posizione per trovare la direzione. Il suo riferimento più importante era la costellazione della Croce del Sud che, come la stella polare ha una direzione fissa indicando però il Sud. La sua forma richiama un aquilone dove l’allineamento della stella superiore Kaulia/Gacrux e di quella inferiore, Ka Mole Honua/Acrux, mostra la direzione meridionale.

Come per la stella polare nell’emisfero nord, anche la Croce del Sud si alza man mano che ci si avvicina al polo sud. Alla latitudine delle Hawaii, la distanza dalla stella superiore alla stella inferiore è la stessa distanza da quella stella inferiore all’orizzonte, ed è di circa 6 gradi. Questa configurazione si verifica solo alla latitudine delle Hawaii. Tupaia usava la cosiddetta bussola stellare (star compass), un costrutto mentale e non tecnologico come la bussola occidentale, in cui l’orizzonte visivo viene suddiviso in 32 “case” dove una casa è una parte dell’orizzonte dove risiede un corpo celeste. Ciascuna delle 32 case è separata da 11,25° di arco per un cerchio completo di 360˚.

Praticamente i maestri navigatori polinesiani riuscivano ad orientarsi correlando i movimenti delle costellazioni durante l’arco notturno, deducendo così le direzioni per raggiungere le isole di destinazione. Nozioni astronomiche antiche la cui origine è ancora da scoprire. Ma non solo. I polinesiani erano in grado di integrare la loro posizione attraverso l’osservazione del volo degli uccelli marini, della direzione delle onde, dei riflessi sulla parte inferiore delle nuvole, della fosforescenza dei mari profondi (bioluminescenza), tutte informazioni che completavano il quadro di conoscenze dei maestri navigatori come Tupaia.

disegno attribuito a Tupaia sullo scambio di un’aragosta da un maori con un membro dell’equipaggio dell’HMS Endeavour

Molto di più un disegno approssimativo
Come abbiamo visto i principi cartografici erano decisamente diversi. Osservando con una visione cartografica occidentale gli oggetti disegnati sulla mappa appaiono non correlabili fra loro ma se ci riferiamo ad una visione centrata sul navigatore tutto assume un senso. Il colpo di genio di Tupaia fu di andare oltre il concetto di direzione cardinale assoluta, posizionandosi in un punto, chiamato Avatea, e abbandonando lo spazio cartografico utilizzato dai cartografi europei. Interessante il fatto che Avatea, tradotto dagli Europei “mezzogiorno”, veniva determinato dalla massima elevazione del sole ovvero quando si trovava allo zenith.

Nella mappa una rotta può praticamente iniziare ovunque. Ciò che conta è la posizione relazionale delle isole all’interno dei percorsi di viaggio ed il loro orientamento da Avatea. Come sappiamo, su una carta non bastano solo i rilevamenti ma anche le distanze. È importante comprendere che la distanza tra le isole sulla mappa di Tupaia non è un indicatore di distanza reale: non si misura in miglia ma è solo una funzione del tempo necessario per il viaggio e viene misurata in notti di viaggio (e in qualche modo dipende dall’esperienza del viaggiatore). Un’altra cosa da notare è che la forma delle isole non ha nessun senso e quindi cercare di trovare somiglianze con mappe realizzate dagli Occidentali è errato.

Tutte le rotte sono chiaramente orientate rispetto Avatea. Per poter navigare, gli utilizzatori dovevano quindi porsi su una delle isole sulla carta e tracciare due linee immaginarie dalla loro posizione: una verso Avatea, il loro nord posizionale, e l’altra verso l’isola di destinazione. L’angolo misurato in senso orario dalla prima alla seconda linea era il rilevamento usato da Tupaia per indicare le sue isole. Sorprendentemente in una visione occidentale può essere espresso in gradi e quindi usato da una bussola. La cosa straordinaria è che la differenza tra i rilevamenti da isola a isola presi sulla Mappa di Tupaia e quelli su una mappa di Mercatore è ben al di sotto di 5°. Le differenze sembrano diventare maggiori quando le conoscenze sulle posizioni delle stesse divengono più vaghe.

Conclusioni
La mappa di Tupaia è una testimonianza evidente della maestria della capacità di navigazione polinesiana, una visione olistica in cui tutte le scienze contribuivano per fornire ai navigatori le rotte necessarie per raggiungere le isole di quell’oceano apparentemente senza riferimenti. Non è direttamente comparabile con un sistema cartografico occidentale da cui si distingue per i principi di costruzione e, ovviamente, di lettura. Leggendo il lungo ed esaustivo studio, emerge la figura di Tupaia, questo grande maestro navigatore polinesiano. Potremmo definirlo come un intermediario culturale del XVIII secolo, in grado di tradurre ed integrare un sistema indigeno di orientamento estremamente molto complesso, basato su nozioni cosmografiche e oceanografiche, in un metodo totalmente diverso più comprensibile ai suoi interlocutori europei. Una conoscenza antica che Tupaia condivise con lo staff di Cook, consentendogli di proseguire il suo viaggio alla scoperta dell’oceano Pacifico attraverso quei mari sconosciuti. Ci si può domandare perché Tupaia decise di condividere le sue conoscenze. Forse perché riconosceva la fine sociale del suo mondo o forse perché Tupaia era affascinato dalle conoscenze scientifiche europee?  Forse l’invito degli stranieri a collaborare ad una nuova mappa dovette essere per lui un’impresa intellettuale stimolante ed affascinante. Si trattava di riassumere in una mappa conoscenze complesse e, per gli Europei, apparentemente non collegate fra loro. Chissà se lo scopriremo mai.

Una bella storia, poco conosciuta, che fa sognare e che forse nasconde ancora molti misteri.

Andrea Mucedola

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Alcune delle foto presenti in questo blog sono prese dal web, pur rispettando la netiquette, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o chiedere di rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

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PARTE I
PARTE II

Riferimenti:
Journal of Pacific History : The Making of Tupaia’s Map: A Story of the Extent and Mastery of Polynesian Navigation, Competing Systems of Wayfinding on James Cook’s Endeavour, and the Invention of an Ingenious Cartographic System https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00223344.2018.1512369

Nei mari della Polinesia, dal Kon Tiki al Hōkūle’a di Andrea Mucedola, Ocean4future http://www.ocean4future.org/archives/16678

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2 commenti

  1. Stefano cappadozzi Stefano cappadozzi
    25/02/2021    

    straordinarie le conoscenze di questi popoli nativi. Mi chiedo che cosa abbiamo perso del loro patrimonio culturale a causa del nostro etnocentrismo e pregiudizio culturale e religioso con il quale abbiamo colonizzato queste popolazioni.Chissà cosa abbiamo perso ad esempio delle conoscenze dei Maya o degli Incas, solo per citare i primi che mi vengono in mente. Grazie per il Suo contributo in queso senso.

    • 26/02/2021    

      Signor Cappadozzi, purtroppo molte conoscenze si sono perse … sta all’Uomo riscoprirle. Nel campo nautico molte sorprese sono emerse da studi etnologici sulle antiche popolazioni micronesiane, che trovano però affinità con i testi classici greci in cui gli autori (spesso sconosciuti) menzionavano conoscenze spesso non valutate perchè ritenute espressioni poetiche. Grazie di seguirci e buona lettura

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