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Attacco al ponte di Nijmegen

Reading Time: 10 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: EUROPA
parole chiave: operazioni speciali, sommozzatori, MEK, Germania, Niger

 

sommozzatori tedeschi con attrezzature italiane (Pirelli, mute Belloni)

Circa tre mesi dopo lo sbarco in Normandia gli Alleati, penetrati nella Francia nord occidentale, consolidarono le teste di ponte all’interno del territorio belga giungendo fino alla Sigfrido, massiccia linea fortificata tedesca che partiva dalla Svizzera e arrivava fino a Kleve nella Renania settentrionale. Motivati dai successi ottenuti, gli Alleati intendevano sfruttare il momento favorevole a discapito dell’apparente debolezza e sbandamento del nemico. L’obiettivo era quello di attraversare a sorpresa il fiume Reno per penetrare all’interno della Ruhr, cuore pulsante dell’industria tedesca, per colpire e sconfiggere definitivamente i Tedeschi entro la fine del 1944.

Venne impostata una massiccia operazione congiunta aerea e terrestre denominata “Market Garden” il cui successo era fortemente subordinato alla conquista dei ponti sui fiumi Mosa, Waal e Reno prima che i Tedeschi avessero avuto il tempo di distruggerli per impedire l’avanzata degli Alleati. Il successo dell’operazione avrebbe permesso agli Alleati di avanzare e superare, aggirandola, la linea difensiva tedesca. L’operazione venne affidata alle divisioni aviotrasportate inglesi e americane con l’appoggio delle divisioni corazzate che avrebbero dovuto consolidare le zone liberate dai primi. Il piano venne ideato dal generale britannico Montgomery che intendeva “costringere” il generale americano Eisenhower ad abbandonare l’idea dell’avanzata a ventaglio in favore del colpo concentrato e risolutore. L’operazione se riuscita avrebbe creato un corridoio lungo l’asse Eindhoven-Nijmegen-Arnhem e consentito al XXX° Corpo (2^ Armata britannica) di avanzare dal Belgio verso nord, fino al cuore dell’Olanda. La zona dei combattimenti più aspri si ebbe tra le città di Arnhem e Nijmegen.

Njimegen

Il 20 settembre 1944 a Nijmegen un attacco congiunto dell’82^ Divisione aviotrasportata americana e del XXX Corpo d’armata britannico si concluse con la conquista dei ponti stradale e ferroviario sul fiume Waal, fondamentali per il passaggio dei mezzi corazzati Alleati e dei rifornimenti verso le posizioni alleate più avanzate. Il Comando tedesco ordinò che quei ponti dovevano essere distrutti ma escluse il bombardamento aereo in considerazione della massiccia presenza dei velivoli e delle consistenti difese terrestri nemiche.

isola di San Giorgio in Alga

Sebbene i Tedeschi non avessero fino ad allora utilizzato sommozzatori in importanti operazioni di guerra, contrariamente a quanto avevano fatto italiani e inglesi, erano stati addestrati alcuni reparti subacquei presso l’isola veneziana di San Giorgio in Alga e Valdagno. I Tedeschi avevano maturato una buona esperienza operativa e migliorato le tecniche di attacco subacqueo anche mediante la realizzazione di nuove armi quali la torpedine per uso fluviale che aveva forma di sigaro, era lunga circa cinque metri e un involucro in metallo leggero.

L’interno era suddiviso in tre camere: una conteneva 600 kg di esplosivo che veniva innescato da un timer che poteva essere preimpostato anche a terra prima dell’uso e successivamente poteva essere attivato dai sommozzatori con la semplice pressione di un pulsante, le altre due camere contenevano l’aria che favoriva il galleggiamento della torpedine e che potevano essere allagate una volta raggiunto l’obiettivo per appesantire la torpedine e posizionarla nel punto più idoneo. L’assetto era ben bilanciato, inoltre tramite una valvola di immissione dell’aria ed un’apposita bombola di aria compressa la torpedine poteva, se necessario, essere riportata in assetto positivo o in galleggiamento, inoltre erano collegate delle sagole per agevolare i sommozzatori nella guida dell’arma verso l’obiettivo. Le torpedini vennero dipinte di colore marrone per mimetizzarle, facendole apparire, se osservate dall’esterno, simili a dei tronchi d’albero galleggianti.

Il 7 settembre 1944 il comando tedesco chiese l’immediata disponibilità di subacquei addestrati al combattimento per un impiego su vasta scala da effettuarsi nelle aree olandese e belga. Ventidue subacquei della Marina tedesca, dipendenti dal Comando navale, vennero segnalati per queste missioni. Furono formati due gruppi che avrebbero raggiunto separatamente le rispettive zone operative seguendo percorsi diversi per maggior sicurezza.

I due gruppi erano composti da undici uomini ciascuno, di cui molti di loro erano già stati selezionati tra i migliori nuotatori della Germania, e vennero posti rispettivamente alla guida del sottufficiale di Marina Orlowski e del sergente Karl Schmidt della base di Venezia. Gli obiettivi delle due missioni, benché situati nella stessa regione, erano differenti; ad un gruppo sarebbe stato assegnato l’attacco ai ponti di Nijmegen sul fiume Waal mentre l’altro gruppo avrebbe condotto l’attacco al porto fluviale di Anversa. Il fiume Waal, dalla corrente impetuosa, proveniva da un territorio che si trovava in mano ai Tedeschi, scorreva per circa sette chilometri fino ai due ponti stradali e ferroviari che si trovavano sotto controllo inglese per ritornare, dopo altrettanti chilometri, nuovamente in territorio tedesco. Poiché le truppe tedesche al momento del ritiro non erano riuscite a distruggere i ponti considerati strategicamente importanti, si rendeva necessario sabotarli per impedire o ritardare l’avanzata delle truppe alleate. Il gruppo dei subacquei condotto da Otlowski raggiunse Nijmegen e si sistemò all’interno di un edificio, una vecchia fornace situata sulla sponda orientale del fiume dove iniziarono le operazioni di pianificazione della missione.

l’attacco a Nijmegen

Il capitano Friedrich Hummel assunse il Comando del gruppo e la direzione personale della missione. La distruzione dei due ponti era un obiettivo non semplice, non solo perché quel tratto del fiume Waal si trovava sotto stretto controllo inglese ma anche perché non era disponibile quasi nessuna informazione sulla situazione dei ponti in quel momento. Le difese e le contromisure inglesi erano sconosciute ai Tedeschi. Ci sarebbero state sicuramente sentinelle e riflettori nei punti strategici del fiume oltre che sugli stessi ponti e probabilmente anche dei cavi in acciaio “anti barca” tesi attraverso il fiume. I sommozzatori non conoscevano il tipo di carica esplosiva che avrebbero utilizzato e non avevano nessuna esperienza nel condurre a nuoto i pesanti cilindri in acque fluviali così turbinose.

La temperatura dell’acqua era bassa, i sommozzatori sarebbero rimasti immersi per molte ore di seguito e avrebbero dovuto prestare molta attenzione nel condurre le cariche al buio per impedire che si arenassero in qualche svolta del fiume. Non potevano effettuare nessuna prova, non c’era il tempo, bisognava tentare il tutto per tutto. Allo scopo di acquisire qualche ulteriore utile informazione il capitano Friedrich Hummel effettuò un’operazione assai singolare: si tuffò nel Waal e da solo durante la notte, in favore del buio, riuscì a percorrere il tratto di fiume tra i due ponti, per poi rientrare in territorio tedesco. Hummel non venne scoperto dal nemico e riuscì ad acquisire alcune importanti informazioni circa le misure di difesa intraprese dagli inglesi che erano estremamente rigorose, inoltre riscontrò che il massiccio ponte stradale, che era stato il primo a superare mentre veniva trasportato dalla corrente del fiume, poteva essere distrutto solo con consistenti cariche di esplosivo mentre una sola torpedine sarebbe bastata per distruggere il secondo ponte, quello ferroviario.

Heinz Bretschneider 1 gruppo attacco

L’attacco venne in parte pianificato anche sui pochi progetti di costruzione disponibili al momento, vennero calcolate le cariche da utilizzare che risultarono piuttosto consistenti, fatto che contribuiva ad incrementare le difficoltà della missione. Il capitano Hummel suddivise i dodici uomini in due distinti gruppi di attacco: quattro sommozzatori con una torpedine per il ponte ferroviario ed otto sommozzatori con due torpedini per il ponte stradale. Hummel ebbe un’idea originale per le modalità di attacco del ponte stradale: in quel punto la corrente del fiume era particolarmente forte a causa di una curva del flusso ed era quasi impossibile nuotare verso il piedritto del ponte per collocare le due torpedini. La soluzione al problema fu quella di collegare insieme le due torpedini con una robusta cima alle estremità posteriore per guidarle fino al piedritto del ponte in modo che appena la cima che le collegava avesse intercettato il pilastro del ponte le due torpedini, costantemente accompagnate e frenate all’occorrenza dagli operatori, sarebbero state collocate ai fianchi del piedritto del ponte. Dopo averle affondate, allagando i serbatoi, i sommozzatori, passati nel frattempo alla respirazione subacquea con a.r.o., avrebbero attivato sott’acqua i timer delle due torpedini che avrebbero determinato l’esplosione.

il ponte di Nijmegen

La principale difficoltà, oltre alla stretta vigilanza inglese, era rappresentata dal fatto che i sommozzatori non avevano alcuna esperienza su come controllare e guidare le torpedini in acque così tumultuose. Predisposte le torpedini nella notte del 29 settembre 1944 cominciò l’attacco dei dodici sommozzatori Tedeschi ai due ponti di Nijmegen. Il primo gruppo formato da Heinz Bretschneider, Walter Jager, Gerhard Olle e Adolf Wolchendorf, dopo aver indossato le mute in gomma, i respiratori ad ossigeno e le pinne entrarono in acqua e, spinti dalla corrente del fiume, scivolarono con la loro torpedine verso il primo obiettivo, il ponte ferroviario.

Drager K force

Raggiunto il ponte nei tempi previsti, passarono alla respirazione subacquea con l’ARO (il respiratore che utilizzavano aveva un’autonomia di circa mezz’ora) e posizionarono la torpedine alla base del pilastro del ponte, attivarono il timer e riemersero lasciandosi trasportare dalla corrente per rientrare in territorio tedesco. La torpedine scoppiò nel momento stabilito distruggendo completamente il ponte ferroviario. I componenti del gruppo si persero di vista tra loro e all’ alba solo due dei quattro sommozzatori riuscì a rientrare nel proprio territorio mentre gli altri furono scoperti e fatti prigionieri.

Il secondo gruppo che aveva come obiettivo il massiccio ponte stradale ebbe meno fortuna. Era composto da otto sommozzatori guidati dal sottufficiale di Marina Orlowski, indossate le attrezzature entrarono in acqua e procedettero verso il ponte stradale con le due torpedini collegate tra loro. Vennero poi scollegate poco prima di raggiungere il ponte, due sommozzatori afferravano ciascuna delle quattro cime collegate alle torpedini per guidarle e dirigerle, tirando all’occorrenza, verso il ponte. All’inizio tutto sembrava procedere per il meglio ma le difficoltà iniziarono quando erano in vista del ponte stradale e quando le torpedini vennero scollegate. La corrente del fiume era così forte che le torpedini si allontanarono senza alcun controllo e non poterono essere portate nei tempi previsti nell’appropriata “posizione di blocco” sul pilastro del ponte. Venne deciso di condurle separatamente. Ma ormai una parte del gruppo era già stata spinta vicino alla riva del fiume poco prima del ponte, dove la torpedine si arenò su un banco di sabbia.

I sommozzatori con la seconda torpedine inizialmente mancarono il pilastro del ponte che poi, nonostante le molteplici difficoltà e la concitazione del momento, riuscirono comunque a raggiungere sorprendentemente senza essere scoperti dagli inglesi e alla base del quale collocarono la loro torpedine. Dal momento che tutti i tentativi di far galleggiare l’altra torpedine che si era arenata sulla sabbia fallirono il gruppo rinunciò e attivò il timer per distruggerla. Quindi anche il secondo gruppo di otto sommozzatori si lasciò trasportare dalla corrente del fiume per rientrare. Ormai sfiniti raggiunsero la sponda dove inizialmente cercarono un nascondiglio per attendere la notte successiva e rientrare favoriti dal buio. Vennero però scoperti da militari inglesi e olandesi che spararono contro di loro. Uno dei sommozzatori venne subito ucciso e un altro gravemente ferito morì poco dopo. Gli altri componenti il gruppo vennero fatti prigionieri.

Il comandante della missione, capitano Friedrich Hummel 

La torpedine che era stata collocata alla base del pilastro esplose danneggiando il ponte senza però distruggerlo. Il capitano Friedrich Hummel ebbe notizia dell’esito della missione da un rapporto della radio olandese che comunicava che il ponte ferroviario era stato completamente distrutto ed il ponte stradale solo danneggiato. Questa missione, sebbene coronata da successo, non influì in modo determinate sull’esito della battaglia ma ebbe un grosso impatto morale sulle truppe. Dei dodici sommozzatori soltanto due rientrarono dalla missione, Heinz Breetschneider e Walter Jager che ricevettero l’onorificenza della croce tedesca in oro il 6 ottobre 1944. Il comandante della missione, capitano Friedrich Hummel, ricevette la Croce di cavaliere della Croce di ferro e il 21 ottobre 1944 anche la croce d’oro con promozione immediata al grado di maggiore. Nonostante le diverse rischiose missioni alle quali partecipò, Frederich Hummel sopravvisse alla guerra. Sebbene avesse subito anche un attacco di cuore durante la sua vecchiaia continuò a praticare il nuoto per mantenersi in allenamento. Per ironia del destino, mentre si trovava in vacanza in Spagna, nuotando in mare venne travolto da un motoscafo ma sopravvisse. Fu grazie anche alla sua tenacia ed all’allenamento costante che Hummel riuscì in buona parte a riprendersi fisicamente dalle conseguenze del grave incidente.

Il successo dell’attacco ai ponti sul fiume Waal venne utilizzato dalla propaganda tedesca ed ebbe molta risonanza nella stampa internazionale: il “Giornale Illustrato di Berlino” e il “Muncher Illustrated Press” pubblicarono nella loro edizione del 30 novembre 1944 una descrizione dettagliata dell’attacco accompagnata da un’illustrazione di copertina. Il giornale “Neue Wiener Tagblatt” intravide in questi militari un nuovo tipo di uomo: “Combinano le virtù di un atleta eccezionale con quelle di un soldato che sfida la morte“.
Il “London Times” del 6 ottobre 1944 scrisse che i Tedeschi ritenevano addirittura “l’impresa più audace il loro attacco al ponte di Nijmegen”, e proseguivano: “18 uomini rana hanno nuotato per attaccare i loro ordigni esplosivi sotto il ponte sul fiume Waal ma hanno conseguito solamente un parziale successo … La sorpresa è un’arma che incide più duramente sul morale del nemico mentre rafforza chi la usa.”

Non si può che ammirare il valore e la risolutezza di questi sommozzatori che, dopo la loro cattura, con le tute a brandelli, intirizziti e stanchi per la lunga permanenza in acqua, mantennero una condotta disciplinata. L’ardimento sembra non conosca frontiere.

Come noto l’operazione “Market Garden” si rivelò un fallimento. Il crollo delle difese tedesche sul Reno non si verificò ed il fiume non venne attraversato dagli Alleati. Lo sfondamento verso la Ruhr avvenne solo quattro mesi dopo, in un contesto politico e strategico completamente diverso.

Stefano Berutti 

Riferimenti bibliografici
• Michael Jung, “Sabotage Unter Wasser, Die deutschen Kampfschiwmmer im Zweiten Weltkrieg” Verlag E.S. Mittler & Sohn GmbH , Hamburg, Berlin, Bonn;
• T.J. Waldron – J. Gleeson “Uomini Rana” Baldini&Castoldi

Siti internet
https://www.holland.com/it/turismo/storie-dolanda/percorso-della-liberazione.htm
https://alondoninheritance.com/tag/nijmegen/

 

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