Storia navale: la Marina pontificia del VIII secolo – parte I

Gabriele Campagnano

22 Aprile 2019
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: VIII SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Arabi,  Bizantini, Stato pontificio
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Le vicende relative alla “marina pontificia” nell’VIII secolo, termine forse troppo istituzionale ma che ben identifica l’oggetto dell’articolo, sono legate indissolubilmente a quelle di una città poco distante da Roma: Centum Cellae (oggi conosciuta come Civitavecchia). Già Procopio narra l’importanza strategica della città, che i Romani d’Oriente strappano dalle mani dei Goti nel 538. In quel periodo, Civitavecchia è ancora un centro abitato popoloso (μεγάλη καὶ πολυάνθροπος) e dotato di un porto fondamentale per i traffici commerciali nel Tirreno. Questo articolo guarda ancora una volta ad una monumentale opera del passato, Storia della Marina Pontificia, redatta dal Guglielmotti nella seconda metà del XIX secolo. Lo fa con il rispetto che i dieci volumi meritano, essendo il frutto di una raffinata e indefessa indagine storica che ha impegnato il Guglielmotti per interi decenni. 

Centum cellae ovvero Civitavecchia
Nel VII secolo, il porto ha ancora la struttura impostata da Traiano e, stando alla testimonianza di Rutilio Namaziano, si insinua in pieno centro abitato ed ha un’isola artificiale che ne protegge l’accesso. Negli Atti della XVII° Rencontre sur l’épigraphie du monde romain) – Antichità Altoadriatiche LXXIX (79), l’intervento di Maria Grazia Granino Cecere e Cecilia Ricci sull’epigrafia dei porti riguarda proprio il porto di Civitavecchia, che viene descritto come ancora perfettamente funzionante da Rutilio Namaziano nel 417. Consapevole della necessità di mantenere un controllo saldo su Civitavecchia, il governo di Costantinopoli fa governare la città da un Conte (Comes), capo della guarnigione lì presente, che a sua volte fa riferimento al reggente del Ducato Romano.

Nell’anno 727, poco dopo l’emanazione da parte di Leone l’Isaurico, imperatore d’Oriente, del famoso decreto contro il culto dello sacre immagini, le città italiane sottoposte alla sua autorità (fra cui Civitavecchia) si ribellano. Papa Gregorio II non accetta che i magistrati imperiali possano sottrarre le immagini sacre e bruciarle, ed incita gli abitanti dell’Esarcato a non seguire le direttive imperiali. Il ducato Romano si sottomette spontaneamente, al governo papale.

Per via di questo fatto iniziamo a trovare la città fra quelle sottoposte alla giurisdizione papale. Gregorio III, nell’anno 740, si rivolge ai Civitavecchiesi e li esorta a riparare le muraglie e le torri per difesa della patria, del porto e delle loro navi. Parimenti, lo stesso Pontefice ordina a Roma lavori di fortificazione e di restauro delle mura; facendosi da ciò manifesta non solo l’interesse del nuovo pontefice, ma anche i danni patiti dalla fine del V secolo. Le prime cure del Pontefice, ripartite tra Civitavecchia e Roma, dimostrano ab antico come la prima fosse vista come naturale sostegno della seconda e sua prima barriera difensiva. Dal loro simultaneo rafforzamento si fa palese che nella metà dell’ottavo secolo entrambe le città sono ancora popolose, poiché sarebbero stati impossibili ed inutili la fatica e il dispendio per la riparazione e costruzioni di torri e fortezze nel caso non ci fossero stati gli operai necessari ai lavori, o gli uomini e capitani preposti alla loro difesa.

L’espansione islamica del VII secolo tocca per la prima volta l’Italia nel 652, quando gli uomini di Mu’awiya ibn Hudayj, veterano della battaglia di Yarmuk, raggiungono e saccheggiano la costa siciliana, riportando in Siria un enorme bottino. La razzia dell’anno 669 è ancora più feroce. Questa volta gli Arabi arrivano su duecento navi, partite da Alessandria d’Egitto, e saccheggiano Siracusa e dintorni per oltre un mese, trascinando in Egitto migliaia di schiavi e molti beni preziosi. E’ però con la conquista definitiva del Nord africa bizantino-berbero, alla fine del VII secolo, che gli Arabi ottengono delle basi vicinissime alla costa italiana; una condizione strategica che permette loro di lanciare decine di raid sulla terraferma siciliana. In breve tempo, nell’VIII secolo, il Mar Tirreno diventa dominio degli Arabi che, oltre a intercettare le navi italiane, puntano spesso agli insediamenti costieri.

Questi racconta che nell’anno 749 re Astolfo dei Longobardi muove da Milano verso Roma, oltrepassa il Tevere, si accampa a Tivoli, e, prima di stringere d’assedio la capitale, spedisce l’avanguardia del duca Grimoaldo a Civitavecchia per chiudere ai Romani la strada dei soccorsi dal mare. La stessa cosa fa poco dopo in Terracina. E’ un segno inequivocabile che le predette città marittime hanno, nell’VIII secolo, una grande efficacia nelle file strategiche delle sue operazioni. Il fatto è confermato da un antico Cronista che scrive intorno all’anno mille e pubblicato per la prima volta in Germania dal Pertz. Il suo scritto, sebbene risenta della corruzione barbarica che imbastardiva la lingua latina, ha però il pregio di essere la miglior lezione riguardante la storia di quei tempi e particolarmente in relazione alla marina.

Meglio anche dallo stesso Cronista si ricava il novero e l’importanza delle nostre città marinaresche allorché narra gli la preparazione della flotta voluta da Carlo Magno. Nel 777 circa, al re franco serve una flotta per poter avere il giusto appoggio nel suo tentativo di conquista della Spagna musulmana (Sulayman al-Arabi, governatore pro-abbasidi di Barcelona, chiede infatti l’aiuto di Carlo Magno contro gli Omayyadi di Cordoba) e per avvicinarsi al potenziale marittimo bizantino e saraceno.

A tal proposito il Cronista chiama a rassegna le marittime città che devono fornire navi e soldati al sovrano franco. Dice infatti che non solo dalla Francia e dalla Germania, per ordine di Carlo, devono essere messi in punto imbarcazioni di ogni tipo, ma anche dalle parti d’Italia, cioè dai confini di Venezia e d’Aquileja, dalle città di Ancona, di Rimini e di Ravenna, e da tutti i lidi del mare Adriatico convenire al passaggio uomini e navi. Similmente da ogni luogo del mar Tirreno, dalla Liguria, Corsica e Sardegna devono radunarsi i bastimenti necessari all’impresa insieme con i Pisani e con i Civitavecchiesi, e dai confini di Roma e dì Napoli. Si può quindi affermare che, nell’ottavo secolo, Ancona, Rimini, Ravenna, Civitavecchia, il Porto romano ed Ostia, mantengono l’esercizio della navigazione, ed hanno numero e qualità di imbarcazioni tale da poter partecipare nella milizia navale alla chiamata di Carlo. Questo non vuol dire che il governo papale sia dotato, alla fine dell’VIII secolo, di una flotta professionale come quella romana o in senso moderno, ossia dipendente dal solo sovrano la costruzione e per mantenimento.

Anzi una lettera di Papa Adriano, ed altri documenti che vedremo, confermano che né il Papa, né l’Imperatore usano tenere un’armata navale professionale, da loro stipendiata e al servizio dello “stato”. Al contrario, danno mandato alle imbarcazioni private delle città marittime, al comando dei governatori del luogo. I bisogni di quei tempi sono molto diversi dai nostri. Oggi le armate di mare e gli eserciti di terra si mettono in moto con grande spiegamento di uomini e di tutti i mezzi presenti nelle piazze di guerra, nelle caserme, nei parchi e negli arsenali; nell’VIII secolo gli eserciti si formano con la leva di massa, la ferma temporanea, e primariamente con l’apporto dei feudatari e dei loro vassalli. Nel caso della Marina, si procede trasformando i vascelli da trasporto merci in navi da guerra.

Ogni bastimento da remo è armato con un poderoso sperone a prua, preso dal principe, e parte dopo aver caricato duecento guerrieri; arrivato al punto stabiliti, si mette in linea con le altre navi in attesa della battaglia. Comandanti di vascello e marinai hanno il compito di portare le milizie verso lo scontro, come su un castello mobile. I primi hanno il compito di condurli alla meta, i secondi devono solo attendere e, giunto il loro momento, combattere. La baronia e tutti coloro che devono essere in arme al seguito del principe nelle battaglie terrestri, sono tenuti ad affiancarlo e a guidare i propri vassalli anche in quelle marittime, secondo le previsioni messe per iscritto nel codice delle leggi capitolari dì Carlo Magno. Di conseguenza anche i Papi mettono a disposizione il contingente navale delle loro città marittime e delle baronie di Campania, Lazio ed Etruria papale.

Si fa quindi necessario premettere alcuni cenni sulla ripartizione geografica della Toscana nel Medioevo. Dall’VIII all’XI secolo la Toscana ha un’estensione maggiore rispetto alla regione odierna. Il suo territorio si estende infatti dalla sponda destra della Macra, lungo tutto il tratto delimitato da mare (a ovest) e Appennini (a est), fino alla sponda destra del Tevere.

fine Parte I – continua

Gabriele Campagnano

 

originariamente pubblicato su Storia della Marina Pontificia nell’VIII Secolo – Zhistorica (zweilawyer.com) – testo ed immagini a cura di Gabriele Campagnano

 

Bibliografia:
L. MURATORI, Annali d’Italia, volume X, 1751;
A. FRANGIPANI, Istoria dell’antichissima città di Civita Vecchia, 1761;
A. GUGLIELMOTTI, Storia della Marina Pontificia, v. 1-2 (Storia della marina pontificia nel Medio Evo, dal 728 al 1499), 1871;
C. ZACCARIA, L’epigrafia dei porti ( Atti della XVII° Rencontre sur l’épigraphie du monde romain)- Antichità Altoadriatiche LXXIX (79), 2014;
L. DE MARIA; R. TURCHETTI, Rotte e porti del Mediterraneo dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Continuità e innovazioni tecnologiche e funzionali, 2005
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