Geopolitica del mare: perché gli oceani sono tornati al centro della competizione internazionale

Andrea Guidugli

18 Febbraio 2026
tempo di lettura: 6 minuti

.

livello elementare

.

ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: spazi marittimi, diritto  internazionale, situazioni di crisi, sicurezza marittima
.

Il mare come infrastruttura del potere globale
Per decenni abbiamo dato per scontato la sicurezza degli oceani. Oggi riscopriamo, invece, che non è un bene garantito e che i mari non rappresentano lo sfondo neutrale della globalizzazione. Sono, al contrario, la sua infrastruttura più fragile e, al tempo stesso, una leva fondamentale del potere. L’economia mondiale, nonostante la digitalizzazione, si articola ancora su corridoi fisici. Porti, choke points e fondali tornano ad essere spazi contesi, e capire la geopolitica dei mari significa comprendere dove si misurerà davvero il potere. In realtà non è un concetto nuovo, lo avevamo semplicemente dimenticato. Prima della rivoluzione industriale, infatti, era assodato che il potere di uno Stato si decideva nei mari: dalle rotte commerciali alla forza militare, era sulle acque che si stabilivano gli equilibri internazionali, le priorità strategiche, le alleanze e i conflitti. Il mare ha determinato per secoli l’ascesa e la discesa delle diverse potenze, basti pensare al Mediterraneo, che dall’epoca dei Romani fino agli inizi del Cinquecento è stato il centro nevralgico della ricchezza e fonte del potere politico della nostra penisola. Poi la scoperta delle Americhe e la nascita di nuove rotte commerciali hanno spostato l’asse strategico e del potere verso la costa atlantica, determinando così il fiorire di Stati fino a quel momento marginali sullo scacchiere internazionale. Facendo un salto in epoca più recente, possiamo vedere come le potenze tradizionali non “abbandonano” il mare, ma riducono la loro centralità relativa, mentre il baricentro dei traffici si sposta sempre più nell’Indo-Pacifico. Si è così progressivamente delineata una nuova dipendenza da rotte oceaniche, porti e “colli di bottiglia” marittimi: gli oceani, sempre più lontani dall’essere uno scenario neutrale, sono diventati una nuova leva di potere.

Gli oceani come spazio politico e limite fisico
I mari rappresentano, infatti, un vero spazio politico in cui si concentrano infrastrutture strategiche non solo per il commercio ma anche per la sicurezza e l’approvvigionamento energetico. Gli oceani tornano a contare, non soltanto per ciò che transita sulla loro superficie, ma anche per ciò che vi è in profondità. Alla base di questo rinnovato interesse non vi è tanto un mondo che si scopre più aggressivo, piuttosto un mondo diventato più dipendente: dai flussi, dalle catene logistiche e da un equilibrio fragile tra produzione distante e consumo immediato. A differenza dei mercati finanziari, il mare con le sue rotte commerciali, cavi sottomarini, piattaforme offshore e stretti obbligati, non può essere virtualizzato o delocalizzato. È una rete fisica e un limite concreto che obbliga la geopolitica a uscire dall’astrazione e a tornare operativa. Per comprendere questo passaggio è sufficiente pensare a come le tensioni regionali o le crisi politiche producano effetti immediati sui costi assicurativi, sui tempi di navigazione o sulla stabilità economica di interi Paesi. Ne abbiamo avuto anche un esempio recente in occasione del conflitto in Medio Oriente, quando molte compagnie si sono ritrovate a circumnavigare il Corno d’Africa, invece che scegliere la rotta più veloce attraverso il Canale di Suez. Il mare non amplifica dunque la crisi, ma la rende visibile e concreta per gli Stati e anche per noi, consumatori comuni.

Atlantico e Pacifico: due mari, due logiche strategiche
Non bisogna però pensare ai mari come a delle realtà strategicamente simili, ma inquadrarli nel loro contesto fisico e storico. L’Atlantico, ad esempio, è uno spazio relativamente chiuso, attraversato da rotte marittime consolidate da secoli di scambi e alleanze. Le sue acque sono sorvegliate tramite una struttura di sicurezza collaudata, nonostante evidenti crepe. Vi è raramente un confronto diretto ad alimentare la competizione, ma piuttosto la competizione ha il volto della pressione economica, energetica e infrastrutturale. Diversamente, nel Pacifico le vaste distanze obbligano a un impegno militare e soprattutto logistico ben più ingente. I costi, le infrastrutture e la capacità di sostenere l’azione nel tempo sono dei fattori indispensabili. Nell’impossibilità di dominare interamente una superficie così ampia e asimmetrica, l’obiettivo della competizione si sposta: non è più “dominare” tutto, quanto piuttosto saturare lo spazio e negare all’avversario l’accesso a determinate aree.

L’Artico che si apre: quando la geofisica detta l’agenda geopolitica
Non solo i limiti fisici, ma anche le nuove sfide climatiche obbligano la geopolitica a confrontarsi con nuovi scenari. Lo scioglimento dei ghiacci e la trasformazione materiale dello spazio nell’Oceano Artico portano la possibilità di aprire nuove rotte e ridisegnare le distanze. È in questa zona del pianeta, fino ad ora marginale, che la competizione assume nuove forme perché quando uno spazio passa da inaccessibile a parzialmente accessibile, diventa inevitabilmente un oggetto politico. Il ruolo strategico dell’Artico si articola su più piani: marittimo, energetico e militare. Per scendere più nel dettaglio, la possibilità di utilizzare le rotte artiche, anche solo stagionalmente, cambia radicalmente i tempi e la geografia. L’apertura di una rotta artica, infatti, ridurrebbe un viaggio tra Asia Orientale ed Europa Occidentale dai 21.000 km (via Suez) a 12.800 km, che corrisponde circa a 10-15 giorni in meno di viaggio, in condizioni meteorologiche favorevoli. Si comprende facilmente come un territorio enorme come la Groenlandia possa diventare dunque strategico come punto di supporto e controllo informativo. Dalla sorveglianza marittima a un ruolo anche nella sorveglianza militare, il passo è breve. Non va dunque inteso come un territorio da “annettere” in senso classico, ma come un possibile hub e moltiplicatore di controllo nei mari del Nord.

Mappa della regione artica che mostra le rotte di navigazione presenti e future nonché la batimetria, 2009 – Fonte: Consiglio Artico – Valutazione della navigazione marittima nell’Oceano Artico – Autore: Susie Harder http://www.arctic.noaa.gov/…Report_2nd_print.pdf Map of the Arctic region showing the Northeast Passage, the Northern Sea Route and Northwest Passage, and bathymetry.png – Wikimedia Commons

Non serve controllare tutto, piuttosto il fulcro è rendere difficile l’accesso a certe aree e monitorarle in modo credibile: chi controlla la Groenlandia può acquistare un vantaggio strutturale nella nuova architettura marittima dell’Artico. Se si passa invece al piano energetico, la Groenlandia costituisce un interesse potenziale. Per quanto concerne gli idrocarburi, nel 2021 il governo groenlandese, per ragioni ambientali e di costi, ha bloccato l’esplorazione petrolifera. Tuttavia, l’United States Geological Survey ha stimato per i bacini di rift della Groenlandia orientale, risorse non scoperte pari a circa 31.4 miliardi di barili equivalenti (olio, gas, NGL), per lo più offshore. Anche sul piano delle rinnovabili la Groenlandia rappresenta un potenziale nuovo attore, non solo come luogo di produzione ma anche di costruzione di infrastrutture e collegamento a nuovi mercati e catene del valore.

Dalla retorica alla selezione delle priorità marittime
In questo scenario Donald Trump ha reso esplicito un interesse per le rotte del Nord, fino ad ora celato sotto il velo della retorica. Attribuire a Trump la responsabilità di inventare una nuova geopolitica del mare è un errore, con il suo atteggiamento schietto e disorientante ha semplicemente reso dicibile ciò che per anni era rimasto implicito. Se lasciamo da parte lo stile trumpiano e, invece, ci concentriamo sul messaggio, ciò che emerge è che la sicurezza marittima non è più un bene universale (se mai lo è stato), ma è subordinata a interessi e logiche di potere. Il mare smette dunque di essere uno spazio comune e torna ad essere estensione della sovranità. Leggere le sue provocazioni come piani operativi immediati sarebbe fuorviante. Ciò che invece deve attirare la nostra attenzione di europei è il fatto che la direzione politica e la linea di priorità sono cambiate e che la centralità marittima degli Stati Uniti, un giorno, non implicherà più la copertura globale di ogni spazio oceanico. La sfida è aperta, e se sapremo coglierla ci porterà a rafforzare la nostra autonomia strategica, a ridisegnare le alleanze e a competere in spazi fino ad ora reputati marginali.

Il mare come limite strutturale della strategia globale
Il mare, più di altri sistemi economici, ci esplicita la frattura tra tempo politico e tempo strategico: mentre la politica si muove per cicli brevi, il mare comporta decisioni sul lungo periodo, indipendenti da chi governa. Il suo limite fisico, le sue rotte, le distanze, i colli di bottiglia, impongono vincoli indipendenti dalla volontà degli Stati. Gli oceani non votano, non partecipano ai cicli politici e non ammettono soluzioni puramente narrative. Se, come abbiamo detto in precedenza, i mari non sono strategicamente simili, è anche vero però che parlare di Atlantico, Pacifico e Artico come spazi separati è errato e fuorviante. Nel sistema marittimo globale le decisioni prese in un teatro si riflettono inevitabilmente sugli altri. Nell’impossibilità di garantire risorse e infrastrutture in egual misura, ne deriva che un maggiore interesse in determinate aree comporti una scopertura altrove. La protezione selettiva di alcune rotte determina, inevitabilmente, un’esposizione su quelle secondarie. E l’anticipazione in uno spazio comporta reazioni altrove. Si delinea dunque una strategia di adattamento in un modo dove la copertura totale non è più sostenibile. Gli oceani, lontani dall’essere uno spazio neutrale, continueranno ad essere attraversati, contesi, presidiati e sempre più “selezionati”. Chi li considera uno spazio secondario e scontato è destinato a soccombere nella contesa perché finché il commercio, l’energia e la sicurezza continueranno a dipendere dal mare, è dal mare che dipenderà la misura reale del potere.
Andrea Guidugli


PAGINA PRINCIPALE - HOME PAGE

.

Alcune delle immagini presenti possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore e la fonte o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

.

(Visited 175 times, 1 visits today)
Share

Lascia un commento

Share
Traduci l'articolo nella tua lingua
error: Content is protected !! ATTENZIONE Il contenuto è protetto - Per eventuali autorizzazioni contattare la redazione all'indirizzo infoocean4future@gmail.com