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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OPERAZIONI MILITARI
parole chiave: Operazioni ONU, MSU
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Alla fine degli anni’90, a seguito di varie missioni delle Nazioni Unite, emerse il fatto che determinati contesti di instabilità erano appositamente generati da gruppi ostili per minare gli sforzi profusi dall’ONU durante le Operazioni di Peacekeeping.

le operazioni ONU di peacekeeping – in blu scuro quelle ancora in corso, in celeste missioni sospese United Nations peacekeeping missions.PNG – Wikimedia Commons
Il prof. Stephen Stedman, alla luce di numerose sue esperienze (Cambogia, Angola, Mozambico; Rwanda) come ricercatore ONU di alto livello, definì tali gruppi ostili come “Spoilers” (termine che in tale contesto assume il significato di “rovinare qualcosa”) e che è stato anche tradotto come “Sabotatori della pace”, fornendone la seguente definizione: “Leader e gruppi di individui che credono che la pace che emerge da negoziati minacci il loro potere, la loro visione del mondo nonché i loro interessi e ricorrendo, per evitare questo, alla violenza sabotando quei processi che cercano di raggiungere la pace stessa”. Inoltre furono proprio le crisi complesse degli anni ’90, caratterizzate da guerre civili, tensioni etno-settarie e collasso statale, a mettere a nudo i limiti delle forze militari tradizionali, concepite primariamente per operare nei conflitti convenzionali tra Stati. In particolare, le tragiche esperienze nei teatri operativi in Somalia nel 1993 (fallimento del ripristino della stabilità politica – Operazione UN “Restore Hope”) e in Bosnia-Erzegovina nel 1995 (massacro di Srebrenica – dovuto al mancato intervento della Forza di Protezione UNPROFOR / United Nations PROtection FORce), dimostrarono la non completa adeguatezza dei contingenti militari nel gestire minacce interne, disordini civili e la protezione della popolazione. Fu dimostrato come questa incapacità aveva creato un pericoloso “policing gap” (“mancanza di polizia” intesa come “vuoto di sicurezza”) che andò a determinare un divario di sicurezza tra la fine delle ostilità su larga scala e la creazione di un ambiente stabile e sicuro per la popolazione civile.

Un veicolo corazzato leggero da ricognizione dei Marines statunitensi del 1° Battaglione di Fanteria Corazzata Leggera, Compagnia C, 3° Plt (a sinistra) e soldati italiani a bordo di un veicolo trasporto truppe Fiat-OTO Melara Tipo 6614 (a destra) sorvegliano un incrocio sulla “Linea Verde” a Mogadiscio. La linea divide la parte settentrionale e meridionale della città ed i clan in lotta. Questa missione è a diretto supporto dell’Operazione Restore Hope – Autore PH1 R. Oriez US Marine Cadillac Gage LAV and a Fiat-OTO Melara 6614 APC.JPEG – Wikimedia Commons
In particolare, in Somalia l’operazione umanitaria si era trasformata in uno scontro urbano in cui le forze speciali statunitensi, pur altamente addestrate per il combattimento, si erano trovate in difficoltà contro milizie irregolari, mentre in Bosnia, le forze di pace delle Nazioni Unite non erano riuscite a proteggere la popolazione civile a Srebrenica assistendo impotenti a uno dei più gravi atti di genocidio in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. In entrambi i casi, le forze militari tradizionali, orientate a contrastare minacce esterne, si erano pertanto rivelate impreparate a gestire la sicurezza interna, i disordini civili e la protezione di civili. Le difficoltà emerse durante tali circostanze imposero pertanto un ripensamento radicale dell’approccio alla gestione delle crisi delineando la necessità di disporre di forze di Polizia che però avessero in qualche modo uno “status militare”, sostanzialmente una Forza “ibrida” in grado di affiancare (ma anche di sostituire) le Forze di Polizia locali.
Alla luce di quanto detto, la NATO teorizzò e sviluppò il concetto dottrinale di “Stability Policing” (SP) (“Polizia per il mantenimento della Stabilità”) al fine di costituire ed addestrare unità specializzate espressamente concepite per colmare il divario tra le operazioni puramente militari e le attività di polizia civile, fornendo uno strumento flessibile ed efficace per la gestione delle fasi più delicate delle operazioni di pace. Tale dottrina, formalizzata nell’Allied Joint Publication AJP-3.22 (applicata in scenari complessi, come missioni di Peacekeeping, stabilizzazione post-conflitto o supporto alla ricostruzione di “Stati fragili”), fornisce la seguente definizione ufficiale: “attività di polizia volte a rafforzare o sostituire temporaneamente le Forze di Polizia indigene al fine di contribuire al ripristino e/o al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, dello stato di diritto e della protezione dei diritti umani”.

Peraltro l’Italia già possedeva delle Forze militari istituzionalmente dedicate ed addestrate per svolgere anche compiti e missioni di Polizia ovvero l’Arma dei Carabinieri. Di fatto, risultò di particolare evidenza il contributo concreto che l’Italia, attraverso i suoi carabinieri, avrebbe potuto fornire nel creare una Forza a status militare di pubblica sicurezza, come già forniva sul suolo patrio, nella prospettiva di un impiego operativo in diversi teatri di crisi.
Fine Parte II – continua
Francesco Caldari, Marco Bandioli
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Francesco Caldari, Generale di Brigata (riserva), ha servito per quaranta anni nel servizio permanente effettivo nell’Arma dei carabinieri, ricoprendo incarichi di comando nella organizzazione Mobile (8° Battaglione “Lazio” – Roma), in quella Territoriale (Tenenza / Compagnia di Acerenza), di Polizia Militare (Compagnia per la Marina Militare presso l’Alto Comando della Spezia) e della Tutela del Segreto (Agenzia di Sicurezza Interregionale CC M.M. La Spezia) nonché in servizio di polizia giudiziaria (Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Genova).È stato altresì impiegato nel contesto di Stato Maggiore (da ultimo quale Ca.SM del Comando Legione “Liguria” in Genova), anche all’estero, come Provost Marshal presso il Quartier Generale di NATO-KFOR (Kosovo Force) a Prishtina/Priština. Ha seguito numerosi e variegati corsi militari. Gli è stata concessa la Medaglia Mauriziana e di Cavaliere della Repubblica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Sicurezza (Roma – Tor Vergata) e quella magistrale in Relazioni Internazionali (Genova), con una tesi sulla “cooperazione internazionale di polizia”, argomento sul quale cura un blog ed un podcast. Concluso il servizio attivo si dedica alla sua passione per la storia
Marco Bandioli Ufficiale ammiraglio della riserva della Marina Militare italiana ha al suo attivo lunghi periodi di imbarco nei quali ha partecipato ad operazioni navali, anfibie e di sicurezza marittima, sia in contesti nazionali che multinazionali e/o NATO. Ha comandato tre unità navali in piena attività operativa ed è stato anche impiegato in ambito Interforze nonché nello staff alle dirette dipendenze del Ministro della Difesa. Ha scritto un manuale di “Guerra anfibia” ad uso dell’Accademia Navale e per la casa editrice IBN un manuale operativo per la difesa antiterrorismo dei porti. Inoltre è autore di numerosi articoli, sia a livello strategico che tattico, per diverse riviste di settore, sia istituzionali che di normale divulgazione. In qualità di cintura nera 5°Dan di karate, e specialista in tecniche di combattimento militare, scrive periodicamente articoli per una organizzazione internazionale di arti marziali
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pubblicato precedentemente integralmente su DIFESAONLINE
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