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livello elementare.
ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Cina, Occidente
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Nel Pacifico occidentale, la Cina sta costruendo le capacità necessarie per effettuare attacchi convenzionali di precisione ed in massa contro basi, forze e sistemi di ricognizione e comunicazione dei paesi rivieraschi in primis Taiwan. Taiwan è una spina nel fianco che occupa la prima posizione negli interessi cinesi … ma una spina dolorosa, non così facile da conquistare, che da anni si prepara al peggio.

copyright – autore Guido Alberto Rossi – 1970 – Taiwan – Quemoy Island – soldati
I leader cinesi preferirebbero ovviamente raggiungere i loro obiettivi nell’Indo-Pacifico attraverso l’accumulo incrementale di rendite di posizione, nella logica confuciana, senza i costi ed i rischi di uno scontro diretto. Di fatto la loro politica maritima e navale richiede un supporto di deterrenza, in grado di perpetuare azioni contro chiunque un domani si ponesse sul loro cammino. Per quanto sopra stanno acquisendo forze aeronavali moderne e sviluppando una nuova dottrina che ritengono possa dare loro le migliori possibilità di vittoria, qualora un conflitto si rendesse necessario.
Purtroppo, i preparativi di Pechino evidenziano una postura in cui le possibilità di successo dipendono fortemente dalla prelazione (e da azioni preventive). La “teoria della vittoria” del PLA sembra prevedere un primo attacco che nelle fasi iniziali metterebbe efficacemente fuori gioco gli Stati Uniti, come “tutore” dell’attuale ordine marittimo nella regione del Pacifico; un attacco accompagnato da alcune prese di posizioni terrestri e insulari ma soprattutto dal massiccio presidio di spazi marittimi chiave e dall’istituzione di un perimetro difensivo lungo la prima catena di isole (nine dash line). Immediatamente dopo Pechino potrebbe iniziare a trattare, per portare gli alleati del mondo libero a patti e per scoraggiare Washington a trasformare un conflitto regionale in una guerra più ampia se non addirittura globale.

CNS Shandong – Con la crescita economica cinese, le capacità militari continuano a crescere, stimolando a loro volta lo sviluppo interno di molteplici armi. Non più soddisfatti dell’importazione di beni esteri per soddisfare le esigenze locali, gli ingegneri cinesi stanno guidando lo sforzo con risultati promettenti. Uno dei settori in cui l’esercito, PLA, sta cercando di espandersi è la sua capacità di navigare ed operare in alto mare. Fonte: https://tvd.im/naval-warfare/3261-cns-shandong-17-type-001a.html
Come opporsi?
In primo luogo, esiste nell’area indopacifica un ampio consenso sull’importanza di conseguire una deterrenza efficace per scoraggiare eventuali azioni offensive da parte della Cina; di fatto costruendo forze e reti di comando che, attraverso un mix di mobilità, dispersione, inganno e difese attive e passive, possano sopravvivere ad un attacco iniziale dei Cinesi, smussarne l’offensiva impedendogli di raggiungere rapidamente i suoi obiettivi iniziali. In parole semplici una capacità offensiva/difensiva di deterrenza in grado di rispondere con risposte bilanciate all’invadenza del Dragone che non limitino però la possibilità di tornare ad un dialogo costruttivo per la libertà dei mari.
Tra i Paesi dell’area del Pacifico è emerso un consenso di massima sull’opportunità di dispiegare massicciamente missili antinave e antiaerei a lungo raggio nelle isole che fronteggiano la prima catena insulare e di utilizzarli, presumibilmente in combinazione con sottomarini e capacità di guerra antisommergibile, per limitare le possibilità della PLAN di spostarsi nelle acque aperte del Pacifico o dell’Oceano Indiano. Un riscontro importante riguardo al Pacifico emerge dalla filosofia e dalle motivazioni alla base del Force Design 2030 del Corpo dei Marines, un concetto operativo che sembra essere condiviso della Difesa giapponese. Alcuni analisti hanno sostenuto la necessità di puntare e stabilizzarsi su queste posizioni, costruendo una rete di sistemi A2/AD alleati che rispecchi e si si opponga a quella cinese, anche se su scala più ridotta, adottando una postura di “difesa”, ossia una azione (o inazione) puramente difensiva. I sostenitori di tale tesi adottano un approccio economico, affermando che sarebbe meno costoso, meno provocatorio e meno incline all’escalation rispetto ad altre alternative.

Sebbene l’idea sia attraente sotto molti aspetti, ci sono ragioni per essere scettici sul fatto che, di per sé, una tale linea difensiva marittima sarebbe sufficiente a scoraggiare un’aggressione o, addirittura, a respingere una prima azione di attacco. Se i pianificatori cinesi fossero sicuri che gli Stati Uniti e i loro alleati rinuncerebbero a colpire obiettivi all’interno o in prossimità della Cina, potrebbero credere di poter logorare gli avversari con attacchi ripetuti, consapevoli di poter riuscire alla fine a “bucare” qualsiasi linea difensiva. Un’espansione del teatro operativo comporterebbe l’interessamento dell’Indiano per salvaguardare Malacca ma anche le rotte strategiche verso Hormuz e Aden. Per ora la posizione della Cina rimane piuttosto fragile nell’Oceano Indiano con il rischio di venire a scontrarsi con l’altra superpotenza, l’India, alleata nei Brics, ma non tanto da rinunciare ai suoi interessi. Inoltre non potrebbe contare sull’appoggio dell’Iran, Paese con il quale ha rapporti di interesse economico militare ma finalizzati ai propri interessi e, non certo di difesa reciproca. Questo è confermato dai recenti eventi in Iran dove la Cina, a parole alleato stretto, non ha neppure accennato a mosse di appoggio, senza parlare di protezione, al momento dell’attacco israeliano e a quello seguente americano. Come la Russia, altra superpotenza alleata dell’Iran, la Cina si è quindi limitata a condannare le azioni israeliane e americane, ma senza mai eccedere.

Potrei pensare che l’asse tra Cina, Russia, Iran e, se vogliamo, Corea del Nord, su cui si basa parte della proiezione cinese, abbia subito una verifica di credibilità, spingendo addirittura alcuni opinionisti a tracciare un parallelismo con quello che fu il crollo di credibilità americana per la disastrosa e raffazzonata ritirata di Biden dall’Afghanistan.
Nulla di così grave e di veramente comparabile, ma certo esiste la sensazione che in una situazione di escalation marittima fuori controllo le forze navali dispiegate dalla Cina nell’Indiano potrebbero rischiare di essere tagliate fuori dagli Stati Uniti e i loro alleati che potrebbero controllare gli stretti attorno all’arcipelago indonesiano ed i transiti nell’oceano Indiano con o senza l’appoggio dell’India.
Ultimo episodio che fa pensare: due navi cinesi nell’intento di intercettare una motovedetta filippina si scontrano pericolosamente
L’Oceano Indiano è quindi ancora blu (e non Giallo) ma la “minaccia cinese” (ben lontana dall’essere un “fatto compiuto” ed un dominio acquisito) si sta manifestando nella crescente influenza e presenza nella regione, con preoccupazioni tra i paesi limitrofi e le potenze occidentali. La strategia di “collana di perle”, costruendo o acquisendo porti e infrastrutture in paesi come Sri Lanka, Pakistan, Bangladesh e Myanmar, per rafforzare la sua presenza economica e militare, include attività apparentemente complementari per la conquista del potere marittimo: l’incremento delle attività di pesca (overfishing) che ha già destabilizzato le economie locali nel Corno d’Africa e lo sviluppo della logistica e dei trasporti marittimi per la movimentazione delle risorse africane e mediorientali.

In sintesi, in questo momento lo sviluppo di capacità di comando e controllo per l’esecuzione di operazioni nell’ Oceano Indiano costituisce una reale deterrenza, o almeno di contenimento dell’espansionismo cinese; è quanto l’Occidente, e non (solo) gli Stati Uniti, sta dimostrando di saper fare e poter fare, operando in un Mediterraneo sempre più allargato i cui confini si estendono fino ai limiti delle nostre necessità economiche. Qualunque base o struttura a doppio uso decidesse di sostenere la presenza cinese probabilmente non sopravvivrebbe alle prime fasi di una guerra contro una potenza o una coalizione attiva nell’area. D’altra parte se le forze cinesi riuscissero a sferrare il primo colpo, danneggiando seriamente le navi e le strutture degli Stati Uniti e dei loro partner, riuscirebbero – grazie anche ai loro proxy – a bloccare i trasporti commerciali del mondo libero, chiudendo temporaneamente i principali choke point come Suez, Aden e Hormuz, e costringendo lo spostamento di nuove forze statunitensi dal Pacifico all’Oceano Indiano.
Il tema traspare, ma non è stato sinora centrale nei rapporti con e nella regione. Non è stata ancora data evidenza di come gli Stati Uniti e i loro alleati e partner intendano affrontare queste sfide in rapida evoluzione: in questo l’Italia si è mossa bene ed a tempo, mantenendo la fermezza all’interno delle alleanze storiche ma aprendo alla possibilità di costruire coalizioni flessibili per affrontare sfide specifiche, compresa la collaborazione e la sicurezza marittima. Sebbene alcune parti di una possibile strategia di contrasto siano state discusse e sembrino essere state accettate da molte delle parti in causa, importanti domande rimangono (politicamente e pubblicamente) senza risposta, in particolare dalla UE.
Gian Carlo Poddighe
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in anteprima la CNS Liaoning. Sebbene il livello tecnologico delle unità cinesi sia inferiore a quello occidentale, il progresso nelle costruzioni fa prevedere che il gap tecnologico potrebbe essere presto superato.
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