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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: ANALISI
parole chiave: Anchorage 2025, Russia, USA
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Rientrato da un sano periodo di rigenerazione sugli Appennini, ho trovato “montagne” di nuovi articoli segnalati dalla Redazione, caldi come questi ultimi giorni di agosto. Prima della loro pubblicazione vorrei proporvi una mia breve valutazione sul tanto atteso vertice RUSSIA-US di Anchorage 2025 durante il quale si sarebbe dovuto finalmente addivenire ad una way ahead per la risoluzione della guerra in Ucraina.

Il presidente Donald J. Trump accoglie il presidente russo Vladimir Putin alla base congiunta Elmendorf-Richardson, Anchorage, Alaska, 15 agosto 2025 (foto del Dipartimento della Difesa di Benjamin Applebaum)
Che non sarebbe durato a lungo si sapeva, che sarebbe stato celebrato da entrambe le parti come un successo pure. Ma cosa è successo, al di là delle dichiarazioni coreografiche ufficiali? Un’occasione per parlare (poco) di Ucraina e (molto) dei nuovi equilibri mondiali, una ricerca di una exit strategy, una pillola amara da far ingoiare a Zelensky. Al di là della coreografia, in cui ognuno può trovare i propri significati più reconditi, abbiamo visto un Trump scompigliato che si avvicina al premier russo su un tappeto rosso, mentre aerei militari, tra cui un bombardiere B-2 e quattro F-22, sorvolavano la scena, aerei, guarda caso, impiegati, anche nell’attacco in Iran.
I due “padroni del mondo”, accompagnati dalle loro delegazioni (Trump da Marco Rubio e Steve Witkoff e Putin da Yuri Ushakov e Sergey Lavrov), si sono scambiati convenevoli tutto sommato scontati, parlando del comune impegno nella seconda guerra mondiale che portò alla sconfitta delle forze dell’Asse ma dimenticando la lunga guerra fredda che perdurò per oltre 40 anni coinvolgendo diversi Paesi europei che ora, guarda caso, dopo anni di sottomissione forzata all’Unione sovietica, fanno parte della NATO. Uno show mediatico tra sorrisi e strette di mano, battute scontate, “amicizia” e stima reciproca … tutto bello se non fosse che in politica estera, si sa, non ci sono amici ma alleati che possono cambiare a seconda delle convenienze dei popoli o meglio, dei loro leader, Kissinger docet.

Il presidente Donald J. Trump e il presidente russo Vladimir Putin tengono una conferenza stampa presso la base congiunta Elmendorf-Richardson, Anchorage, Alaska, 15 agosto 2025 (foto del Dipartimento della Difesa di Benjamin Applebaum)
Sebbene i test originali dei colloqui non siano ancora completamente disponibili, pescando dalle trascrizioni dei media internazionali maggiori, si comprende che ci sia stato da parte dei Putin un avvicinamento, preparato da tempo, con Trump … di fatto non per l’Ucraina, argomento di contorno a fronte di ben altre tematiche. Sull’Ucraina si è detto poco o nulla di concreto: The Donald ha rivelato che lui e Putin avevano “largamente concordato” scambi territoriali e garanzie di sicurezza per l’Ucraina, anche se l’accordo doveva essere approvato dal Presidente Zelensky, da lui consigliato di “addivenire ad un accordo”, sottolineando alle Fox news che “la Russia è una grande potenza, e loro [gli Ucraini] non lo sono”. In sintesi, tutto rinviato ad un bilaterale tra Russia e Ucraina forse in Svizzera, come proposto da Italia e Francia. Probabilmente entro 10 giorni gli alleati occidentali formalizzeranno le garanzie di sicurezza per Kiev e la Casa Bianca ha ipotizzato un successivo possibile trilaterale fra Zelensky, Putin con la presenza di Trump. Vedremo se funzionerà.
Di fatto è emersa la volontà degli Stati Uniti di cercare di chiudere una situazione spinosa, di scarso interesse geopolitico, per poi potersi concentrare su una possibile cooperazione economica e politica con la Russia. Non a caso, per quanto se ne dice, le due superpotenze hanno seri problemi di budget: gli USA soffrono di un debito interno non trascurabile, che cercano di risolvere con tagli e dazi, mentre la Russia, dopo circa tre anni di economia di guerra – che aveva dato apparentemente dei buoni frutti – sta subendo in questi ultimi mesi un forte rallentamento a causa delle vendite di petrolio e gas. Considerando la propensione per gli alcoolici, potremmo dire “We are broke so let’s go get drunk” – come disse anni fa un medagliato generale a stelle e strisce ad un cocktail NATO aperto ai Paesi PfP e alla Russia. Battuta di spirito, è il caso di dirlo, ribattuta da un analogo generale russo con “Неважно, что нет воды, но есть водка” – ovvero non importa che non ci sia acqua, ma che ci sia vodka.

andamento GDP russo – Fonte The Russian economy and military expenditure in light of the war in Ukraine and economic sanctions, December 2022 – Autore:
Susanne Oxenstierna
Swedish Defence Research Agency
Cosa è avvenuto di concreto ad Anchorage lo scopriremo presto: personalmente non mi sono piaciute alcune boutade di Trump sulla speranza che nell’ambito dell’incontro non emergessero “provocazioni” che avrebbero potuto invalidare i progressi (quali?) per la questione ucraina. Da analista, questi presunti progressi, se ci sono stati, non sembrano aver avuto ricadute pratiche (come richiesto dall’Ucraina un cessate il fuoco tra le parti e l’avvio di procedure per la restituzione dei prigionieri compresi i bambini sottratti alle famiglie e portati in Russia); di fatto gli attacchi sono proseguiti su aree densamente popolate contro obiettivi civili ma questo non è un novità. In pratica, vaghe e unilaterali pretese territoriali condite da ideologia gratuita e tutto rimandato a data e luogo da definire con la presenza di Zelensky (forse Ginevra).
Di fatto questo incontro, da un punto di vista pratico, è stata l’occasione per parlare di ben altro, di outstanding issues che attanagliano i due leader a fronte di un terzo millennio che, purtroppo per loro (ma anche per noi), non li vedrà unici protagonisti. Non mi riferisco ovviamente all’Unione Europea, spesso dipinta per convenienza come guerrafondaia e insignificante, ma al Dragone che agita sempre di più la sua coda per il predominio dei mercati mondiali ma anche all’India, gigante economico che pretende un ruolo di primazia nel III millennio. Due grandi Paesi, demograficamente preponderanti, in cui il concetto di democrazia, come la intendiamo noi, non esiste o è discutibile. In pratica, il destino dell’Ucraina resta sospeso, vittima della cupidigia di potere della Russia.

Volendo individuare i very hot points dell’incontro abbiamo la questione artica, con l’apertura delle nuove rotte, le pretese russe – e canadesi – di regolamentarne la navigazione e, non ultima, la presenza sempre più incisiva cinese. E’ notizia recente che cinque rompighiaccio cinesi sono stati dislocati nelle acque artiche al largo dell’Alaska. Questa presenza ha suscitato scalpore negli Stati Uniti ed ha portato Washington a rinforzare le sue capacità di sorveglianza e intervento (Operation Frontier Sentinel), per tutelare la sicurezza marittima e il rispetto del diritto internazionale. Una presenza che potrebbe non essere di gradimento nemmeno ai Russi.

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Una attenzione non secondaria della PLAN che, già nel mese di luglio, aveva dislocato la nave rompighiaccio Xue Long 2 a circa 537 chilometri a nord di Utqiagvik, Alaska, per voler sottolineare il crescente interesse cinese nelle acque artiche statunitensi. Va ben compreso che queste attività nell’High North/Artic rientrano a pieno titolo in una strategia a lungo termine volta a rafforzare il ruolo di Pechino nelle dinamiche geopolitiche regionali. D’altro lato gli Stati Uniti stanno intensificando il loro monitoraggio in alto mare per promuovere una governance marittima basata sul rispetto rigoroso del diritto internazionale, con particolare attenzione all’UNCLOS (una Convenzione delle Nazioni Unite voluta dagli USA ma da loro mai ratificata a differenza della Russia e della Cina – un curioso caso del diritto consuetudinario marittimo). In una situazione così delicata, i rapporti per l’Artico assumono quindi una sempre maggiore importanza, anche al fine di allentare il rapporto tra Mosca e Pechino, favorito in passato da scelte poco visionarie di Washington (gestione Biden) ma anche dell’Unione Europea.

il presidente US Barack Obama e il presidente della Federazione russa Dmitry Medvedev dopo la firma del “New START” treaty a Praga, 8 aprile 2010 – Fonte http://kremlin.ru/events/president/news/7396/photos/4744 – Autore Kremlin.ru Obama and Medvedev sign Prague Treaty 2010.jpeg – Wikimedia Commons
Altro punto rovente è l’avvicinarsi della scadenza dell’accordo New START che regola, tra l’altro, il numero delle testate strategiche nucleari. Va ricordato che i trattati START non furono mossi da un’improvvisa buona volontà delle superpotenze di ridurre i loro arsenali ma dalla constatazione della loro impossibilità a gestire la manutenzione dei sistemi di lancio e delle testate, diventati numericamente esorbitanti, a fronte della reale necessità. Considerando la proliferazione nucleare avvenuta negli anni a seguire, potrebbe essere l’occasione di inserire in un nuovo trattato altri Paesi, tra cui la Cina, per stabilire nuove regole comuni per ristabilire un nuovo equilibrio ed intavolare la questione delle altre potenze nucleari, come la Corea del Nord, spina nel fianco nello scenario indo-pacifico, ma anche Iran, India e Pakistan. Ma per fare questo ci vuole una comune linea di azione tra Washington e Mosca.

Non ultimo, i due leader avranno sicuramente intavolato gli aspetti economici commerciali, in particolare per i fossili (petrolio) ed il gas. Il mercato è decisamente fluttuante e Trump ha tutti gli interessi ad imporre le sue regole con Mosca, nel caso anche favorendone la ripresa (con un rialzo del costo del petrolio?), tutto per far rompere la relazione con la Cina. Questo indebolirebbe il Dragone, che necessita sempre più risorse, e rinforzerebbe la Russia (nella visione trumpiana forse meno pericolosa dal punto di vista economico dell’Unione Europea).

Non ultimo, un aspetto tutt’altro che marginale: il vertice di Anchorage è stato per la Russia un evento inteso a ristabilire la sua posizione internazionale come “grande potenza”, in grado di raffrontarsi nuovamente e direttamente con gli Stati Uniti. Una piccola (grande) vittoria di Putin che, tra elementi di folclore come la felpa di Lavrov con la scritta URSS e un passaggio sulla Limousine presidenziale, ha potuto passeggiare trionfalmente sul tappeto rosso dell’aeroporto, riacquistando agli occhi del mondo una sua dignità. Con la maestria della disinformatia, ha di fatto messo in secondo piano un’Ucraina, che lo stesso Trump, non molto tempo fa, aveva deriso sottolineando che non aveva le carte per poter giocare un suo ruolo … quasi il diritto internazionale non avesse più nessun valore. Disinformatia e fake news a favore della politica putiniana intese a trovare una exit strategy, un tentativo di ricreare un’alternativa autorevole all’Occidente, ponendosi nuovamente allo stesso livello di Washington in un possibile confronto con l’amico/alleato/avversario Pechino. Si tratta di un gioco politico sporco dove i diritti umani continueranno ad essere calpestati, dove organizzazioni come l’ONU ma anche l’Unione Europea, la NATO e l’ASEAN potrebbero perdere importanza, diventando sempre più complementari. Un mondo tripolare (o forse quadripolare considerando l’India di Modi) con attori diversi, sia dal punto della loro consistenza interna che delle loro capacità effettive, economiche e militari, in cui la NATO e l’Unione Europea dovranno reagire, se vorranno sopravvivere, e farsi rispettare maggiormente.
Nonostante la sua dichiarazione di “voler parlare con la NATO”, Trump forse dimentica che ne fa parte a pari livello (a parte il nucleare), ed il rischio è che una politica sconsiderata possa far ripetere debacle sacrificali come il ritiro dall’Afghanistan. Non possiamo più permetterci avventure dispendiose, in particolare impegnandoci in paesi instabili vicini, e l’Europa e la NATO dovrebbe porsi la domanda se gli articoli firmati nel NATO Treaty a Washington siano ancora validi: ovvero, citando l’articolo 1, che “ i Paesi firmatari si impegnino a risolvere con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui possano essere coinvolti, in modo tale che la pace e la sicurezza internazionale, nonché la giustizia, non siano messe in pericolo, e astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza in qualsiasi modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”. Un chiaro riferimento ai valori fondanti delle Nazioni Unite, organismo che nel tempo si è dimostrato però sempre più debole alla mercede delle grandi superpotenze.
In sintesi, Anchorage si è chiuso con tante dichiarazioni che di fatto hanno solo citato i problemi ma non hanno risolto nulla. Sicuramente Trump avrà percepito il messaggio di Putin di voler riaffermare la discutibile “grandezza sovietica”, di una Russia che vuole circondarsi di una nuova cortina di ferro con la collaborazione o non di Paesi limitrofi, senza indossare guanti di velluto; l’operazione speciale in Ucraina è temporalmente solo l’ultima conferma e la prossima potrebbe essere in qualche altro Paese del Caucaso.
Quanto questa politica rientrerà nel grande gioco americano lo vedremo presto. D’altronde the Donald ci ha abituato ai suoi cambi repentini di direzione … sta a noi tenere il timone al centro, essere una sola voce affinchè i valori dell’Occidente non siano distrutti dagli egoismi dei competitor del III millennio. E l’Ucraina? La questione ucraina è complessa: di fatto è stata trattata dagli Stati Uniti come oggetto negoziale più che da soggetto sovrano. Inoltre, al di là delle pretese territoriali, la Russia ha dimostrato di volere di più … il suo eventuale successo in Ucraina sarebbe la chiave del riconoscimento del suo status di superpotenza sovietica, la possibilità di porsi nuovamente allo stesso livello degli Stati Uniti per affrontare insieme la stesura di un nuovo ordine mondiale partendo dall’Europa. Per usare le parole di Putin, “Stiamo parlando di un nuovo ordine mondiale globale che garantisca i nostri interessi e la nostra sicurezza.” Di fatto Mosca, su questo aspetto, non appare quindi essere intenzionata a venire a patti favorevoli all’Ucraina, conscia del fatto che gli unici ostacoli che si prospettano davanti è una debole e frammentata Unione Europea ed una NATO coesa che sta però subendo il disinteresse di Trump per una guerra che non considera di suo interesse. Alla fin fine, Putin si potrebbe accontentare di Crimea e annessi territori, tappandosi il naso ed accettando una garanzia di sicurezza per Kiev simile all’art. 5, con una forza internazionale di separazione occidentale. Funzionerà? Per ora il tempo va a favore di Vladimir, favorendo l’incrinarsi di un’Alleanza che ci ha assicurato oltre 70 anni di pace in Europa.
Andrea Mucedola
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