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Attacco iraniano a Israele: cosa sta cambiando?

tempo di lettura: 8 minuti

 

livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDIORIENTE
parole chiave: Israele, Iran, sunniti vs sciiti

 

Nella notte tra il 13 e il 14 aprile, il mondo si è fermato … almeno quello che guarda oltre il fumo nebbioso e tranquillante dei talk show condotti da improbabili influencer televisivi. Dietro questo nuovo evento, di fatto un passo avanti nella strategia di Teheran (anche se in parte prevedibile), quello che preoccupa maggiormente non è l’evento in se stesso ma l’escalation di tensione nella Regione mediorientale che da tempo si percepisce nell’aria; una situazione che forse non conviene a nessuno, né agli alleati degli iraniani né al mondo arabo sunnita … tanto meno al resto del mondo.

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Missili iraniani passano sopra Al-Aqsa dopo che l’IRGC ha lanciato molteplici attacchi contro Israele 2024 Iranian strikes in Israel.jpg – Wikimedia Commons

La strategia “tutt’altro che occulta” dell’Iran prevede da anni azioni condotte da milizie sciite su territori più o meno contigui allo stato di Israele come i seguaci di Hamas nei territori palestinesi, gli Hezbollah nel tormentato Libano, e gli Houthi sostenuti nel territorio yemenita in funzione anti sunnita. Una guerra per procura con l’uso di tecniche ibride tra cui i micidiali droni iraniani Shaded che abbiamo visto impiegare dai Russi in Ucraina.

Secoli di contrapposizione: Sunniti vs Sciiti
Per comprendere il perché bisogna fare un passo indietro nel tempo. Nella galassia delle diverse realtà all’interno dell’Islam, le maggiori sono quella sunnita e quella sciita, entrambe musulmane ma che subirono una scissione circa 14 secoli fa legata ad una disputa politica su chi avrebbe dovuto succedere al Profeta Muhammad come leader della fede islamica. La scissione ebbe origine subito dopo la morte del profeta nel 632 d.C. quando una minoranza ritenne che a succedergli dovesse essere Ali. Lo scontro tra le due fazioni trovò un drammatico punto di non ritorno con la Battaglia di Kerbala avvenuta nel 681 d. C. quando il figlio di Ali, Hussein, fu sconfitto da un grande esercito sunnita. Il suo martirio divenne per gli Sciiti il perno centrale della loro tradizione, e viene commemorato ogni anno nel giorno dell’Ashura.

Oggigiorno, il sunnismo è ancora il ramo più grande dell’Islam (85%) e deriva dalla parola araba Sunn, che significa “colui che segue le tradizioni del Profeta” che riteneva che il nuovo leader avrebbe dovuto essere eletto tra gli uomini più autorevoli della comunità e più vicini al Profeta durante il corso della sua vita; un’opinione, come anticipato, non condivisa dagli Sciiti (15%), termine abbreviato dello storico Shia’t-Ali, ovvero il “Partito di Ali”. All’interno di questi due rami, si svilupparono nel tempo diversi orientamenti più o meno secolari all’interno dei quali nacquero movimenti politici di difficile gestione.

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distribuzione mussulmani Sunniti e Sciiti nel mondo Self-report affinity of muslims.png – Wikimedia Commons

Lo scontro reciproco continuò nei secoli creando un divario che divenne radicale, nel 20° secolo, nel 1979, con la Rivoluzione islamica in Iran che di fatto si propose come leader del mondo sciita in contrapposizione con i Paesi sunniti. Questa crescente politicizzazione e l’ascesa di movimenti fondamentalisti da entrambe le parti, si intensificò all’inizio del 21° secolo, in particolare durante le due guerre del Golfo e le sollevazioni di massa in tutta la regione, scatenate dalla Primavera Araba del 2011. E’ storia recente: le suddivisioni alimentarono conflitti sanguinosi in diversi Paesi arabi, dalla Siria allo Yemen, dal Libano all’Iraq, di fatto nascondendo una contrapposizione di potere sempre più accesa tra il mondo sunnita, guidato dall’Arabia Sunnita, e l’Iran, leader del mondo sciita. Al di là delle differenze religiose, il vero motivo del contendere era politico, soprattutto il controllo dei mercati petroliferi mediorientali e il dominio regionale.

In particolare, dopo la caduta dello Scià di Persia, Mohammad Reza Shah Pahlavi, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, ritornò in Iran per creare una repubblica islamica basata su una costituzione che gli garantisse un’autorità religiosa e politica assoluta secondo il concetto di velayat-e faqih (“tutela del giurista”). Iniziò così l’esportazione di un modello, quello iraniano, non certo visto con favore dai governanti sunniti di Paesi con presenza di una significativa popolazione sciita. Non a caso in quei Paesi si acuirono conflitti interni e terrorismo, in alcuni casi, anche guerre fratricide. Questa lenta penetrazione ed influenza all’interno del mondo sunnita ha portato nel tempo ad una contrapposizione che utilizza minoranze per cercare di influenzare gli equilibri politico-religiosi degli altri Paesi. Sebbene questa mia rapida analisi non sia completamente esaustiva, in quanto le situazioni sono diverse e molto più complesse, voglio sottolineare che politica, religione ed estremismi portarono alla nascita di fenomeni estremi come gli Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen, di fatto innescando tensioni sociali sanguinose.

Negli ultimi anni, nonostante una gestione da un punto di vista occidentale sempre più liberticida, l’Iran sta apparentemente ottenendo, grazie al sostegno russo e cinese, alcuni passi avanti nella sua lotta per la supremazia regionale. In parole semplici un insieme di “do ut des” che hanno favorito e favoriscono fazioni militari che contrastano sia l’Occidente sia gli interessi dell’Arabia Saudita, in particolare del principe ereditario Mohammed Bin Salman, considerato troppo legato agli interessi occidentali. Negli ultimi anni, esperti delle Nazioni Unite hanno dimostrato l’assistenza sia politica che militare alle milizie Houthi da parte di Teheran, un fattore che ha mostrato un imbarazzante legame tra i due. Di riflesso va a contrastare il sostegno dell’amministrazione statunitense (per Teheran
il grande Satana) al mondo sunnita che ha portato ad un significativo avvicinamento tra Israele (il piccolo Satana) e gli Emirati Arabi Uniti (accordo di normalizzazione Israele-Emirati Arabi Uniti) ed il Bahrein attraverso i noti accordi di Abramo, che sono stati ritenuti un primo passo per la normalizzazione della complessa situazione del popolo palestinese in Cisgiordania. Questo avvicinamento, non gradito a Teheran in quanto foriero di un potenziamento politico dell’Arabia Saudita, è stato contrastato con il supporto a schieramenti e milizie sciite in tutta la regione mediorientale. A riprova i sequestri di armi di fabbricazione iraniana diretti agli Houthi e agli Hezbollah e le azioni illegali dirette o per “procura” contro il traffico mercantile in transito nello stretto di Hormuz e nel mar Rosso. Arriviamo ora all’ultimo, almeno temporalmente, atto: l’attacco iraniano contro Tel Aviv mediante il lancio di missili balistici e droni, lanciati con sequenze bene congegnate, sia dal territorio iraniano sia dal territorio iracheno, libanese e yemenita, in questo caso attribuiti a milizie allineate con Teheran.

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Infografica rilasciata dal governo israeliano, non protetta da copyright – Autore governo israeliano Infographic released by Israeli government of Iranian strikes on Israel.jpg – Wikimedia Commons

Per quale motivo?

Sebbene, secondo le fonti aperte, “il 99%” dei proiettili sia stato intercettato dall’aviazione israeliana con il concorso di aerei di Paesi alleati, questa azione senza precedenti (ma preannunciata da tempo dall’Iran) crea un precedente di una certa gravità. L’aeronautica israeliana, attraverso i suoi sistemi di difesa aerea, ha funzionato con il concorso di velivoli statunitensi, britannici e francesi e di assetti non ben chiariti di alcuni stati aderenti al Middle East Air Defence Alliance. Questa nuova alleanza di difesa aerea fa seguito a un importante accordo commerciale tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, che una volta completamente ratificato, coprirà il 96% del commercio bilaterale. Di fatto i Paesi arabi sunniti sono stati anch’essi oggetto di attacchi da parte degli Houthi, milizie sostenute dall’Iran nello Yemen, con droni e missili, cosa che ha accelerato il desiderio di un’architettura di difesa regionale con Israele. Tutto torna quindi. 

Una considerazione: la distanza ha certo giocato a favore degli israeliani (il tempo di volo dei droni era di circa 9 ore) ma anche degli iraniani. Mi spiego: se l’attacco avesse causato molti danni la risposta israeliana sarebbe stata ancora più incisiva da parte di Tel Aviv, creando i presupposti di una escalation non facilmente gestibile. L’attacco potrebbe essere visto quindi come una risposta “dovuta” per dare una risposta al popolo sciita ma senza causare troppi problemi … Ciò ha permesso anche a Netanyahu di prendere un attimo di respiro, in una situazione già per sé complessa e incancrenita dall’azione perdurante nella striscia di Gaza che appare, agli occhi del mondo, sempre meno giustificabile. Questa non è una giustificazione per Hamas, la cui azione terroristica contro civili indifesi ha inorridito il mondo intero, ma molti analisti occidentali ritengono che gli effetti collaterali siano andati oltre le aspettative, creando i presupposti di una sempre maggiore instabilità nell’area cosa che non è nei programmi statunitensi. 

La motivazione dell’attacco di Teheran è stata “la risposta all’attacco israeliano al consolato iraniano a Damasco, in Siria, all’inizio di questo mese“, giustificata dalle autorità iraniane con l’esercizio della legittima difesa di uno Stato ai sensi dell’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. Una giustificazione al limite considerando che tra i due Paesi esiste uno stato di guerra freddo da anni; sebbene Israele non abbia mai confermato la responsabilità di questo attacco, l’azione è avvenuta in un paese terzo (la Siria) anche se in un’ambasciata iraniana. Il ministro degli Esteri iraniano ha inoltre sostenuto in maniera propagandistica il ruolo del suo Paese nel mantenimento della stabilità regionale contro Israele, accusato di portare avanti una “campagna genocidaria” nei confronti del popolo palestinese; una dichiarazione accompagnata su tutte le reti da immagini da stadio per le strade di Teheran, che confermano la volontà iraniana di ergersi a “nuovo califfo” del mondo sciita contro il mondo sionista.

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Manifestazioni di piazza a favore del Governo iraniano – Fonte https://www.mehrnews.com/photo/6078251/- Autore Javad Pourvahab

E Israele cosa farà?

In generale possiamo dire che stiamo assistendo ad una evoluzione: da una guerra fredda fra i due con azioni per procura di miliziani allineati contrastate dai servizi segreti nel miglior stile di Tom Clancy (se non fosse che è tristemente reale), ad attacchi diretti ed ora dichiarati. Per ora Tel Aviv sembra prendere tempo ma non illudiamoci, non è costume degli Israeliani dimenticare per cui potrebbero decidere una reazione nei prossimi giorni o settimane … il livello della risposta sarà sicuramente modulato dalla situazione internazionale. Sarà interessante vedere quanto il freno richiesto dagli Stati Uniti sarà preso in considerazione dagli israeliani. Gli obiettivi potrebbero essere soft ma anche legati al progetto del nucleare iraniano che incute non poche preoccupazione in tutto il Medio Oriente.

Sebbene le reazioni dell’ONU siano apparse piuttosto deboli, i primi effetti si sono già fatti sentire: sia dal mondo occidentale, già vivamente preoccupato dalla situazione in Mar Rosso e nello stretto di Hormuz (tra l’altro con il recente sequestro di un mercantile MSC), sia da quello orientale che ha visto le prime risposte negative nei segni negativi delle banche. La Cina ha chiamato ad una “massima calma e moderazione”, mantenendosi quanto più equidistante; d’altronde i porti iraniani sono di grande interesse per la nuova via della seta e per gli interessi energetici, in particolare petroliferi, cinesi. Pechino sa bene che la situazione è troppo ingarbugliata per entrarci nel merito, ed è quindi meglio restare in buoni rapporti sia con i sunniti che con gli sciiti. E la Russia … gli interessi sono certamente legati all’attuale situazione in mar Nero. Mosca non può inimicarsi gli iraniani, che la riforniscono di armi letali a basso costo (come i droni Shaded impiegati in Ucraina), ma nel frattempo non può dimenticare il rapporto di amicizia con Israele. Una grana inaspettata? Forse ma l’aumento di tensioni in altre parti del mondo va comunque a vantaggio della Russia, distogliendo il resto del mondo dalla crisi ucraina.

Le imminenti riunioni del G7 e del Consiglio di sicurezza dell’ONU, già convocate, stanno di fatto testimoniando la preoccupazione della Comunità internazionale rispetto a questo nuovo fattore di destabilizzazione dell’area mediorientale ma non aspettiamoci troppo. Sun Tzu è sempre valido e la vecchia, ma sempre di moda, Realpolitik continua a porre le basi del perseguimento, possesso e applicazione del potere in un mondo che cambia continuamente in cui, molto presto, la politica statale dovrà fare conto con la sopravvivenza dei popoli piuttosto che con il potere fine a se stesso. Il mondo ideale, sogno della idealpolitik, dovrà presto raffrontarsi con le emergenze del III millennio, tra aumenti demografici squilibrati, migrazioni incontrollate, cambiamenti climatici, lotta per le risorse e … la mancanza dell’acqua che nessun petrolio potrà mai sostituire.

Andrea Mucedola
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in anteprima: aerei israeliani decollano per intercettare i droni e i missili iraniani, 2024 – Fonte IDF
F-15I vs Iranian strikes on Israel 01.jpg – Wikimedia Commons

 

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