La dubbia inchiesta sull’affondamento dell’USS Maine: problema tecnico o sabotaggio?

Gian Carlo Poddighe

11 Gennaio 2024
tempo di lettura: 6 minuti

 

livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: USS Maine, inchiesta

 

Il USS Maine, un’unità navale della marina statunitense, superata ed anche un pò usurata, operava da tempo nel Sud Atlantico, di solito stazionando e carbonando in condizioni non ottimali in Florida. Le alte temperature ambientali, certamente nocive per lo stoccaggio del carbone, sia a terra che a bordo, erano particolarmente pericolose per i carbonili che, con le loro superfici a murata esposte all’azione solare, raggiungevano temperature elevate. Dalle fonti emerge che il USS Maine aveva fatto carbonamento completo nel novembre 1897 con combustibile bituminoso, e aveva poi trascorso tre mesi all’ancora a Key West, con eventuali rabbocchi parziali; come si deduce erano presenti tutti i possibili fattori di rischio, in una combinazione che letteralmente si poteva definire esplosiva. Senza entrare in eccessivi dettagli, i carbonili dell’ USS Maine presentavano molti difetti progettuali e costruttivi: erano alti e stretti, non permettevano di compattare adeguatamente il carbone, con minima capacità/possibilità di estrazione dei gas. Inoltre, due dei carbonili prodieri erano contigui a depositi munizioni, quello di sinistra immediatamente a fiancata, all’esterno del deposito munizioni da 6”, dove per maggior rischio era conservata la polvere nera per le salve di saluto, l’altro, sul lato dritto in corrispondenza della camera di servizio della torre da 10”, dove erano anche conservati gli inneschi. 

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Una concentrazione elevata di rischio, visto che la paratia corrispondente all’ ordinata 16 delimitava sia il locale di trasferimento munizioni da 10”, sia il deposito cariche ed inneschi dell’artiglieria secondaria, da 152 mm. Tra l’altro questi due carbonili erano i meno usati e quindi soggetti a rotazione per la distanza che avevano dai locali caldaie contenendo 37 tonnellate a sinistra e 24 tonnellate a dritta di carbone. In sintesi, una situazione per se stessa esplosiva.

 

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Un’inchiesta, quella del 1898, tecnicamente dubbia
La commissione d’inchiesta, privilegiando l’ipotesi dell’esplosione di una mina esterna (ovvero di un sabotaggio) di fatto scartò quella dell’incidente/esplosione interna, basandosi sulla regolarità ed affidabilità delle diverse ronde interne ai carbonili e, più frequenti, ai depositi munizioni. Potremmo ipotizzare che queste verificassero probabilmente lo stato dei locali e non il “più che probabile” aumento localizzato di temperatura; è peraltro indubbio e naturale che un’autocombustione, ed una concentrazione molto puntuale, sul fondo del carbonile, abbia potuto portare localmente a temperature molto elevate sulla paratia divisoria in corrispondenza di una scaffalatura attigua dove erano depositate cariche esplosive ed inneschi non proprio stabili per le condizioni ambientali generali di permanenza in climi tropicali. Un fattore di pericolo ben noto come risulta dal rapporto di una commissione di inchiesta, redatto in data 27 gennaio 1898, indirizzato al Segretario della Marina, che già segnalava i rischi di possibili incendi in carbonili contigui ai depositi munizioni, citando i casi di due unità, New York e Cincinnati, dove per fortuna questi erano stati scoperti in tempo. A seguito di tale rapporto su tutte le corazzate con combustione a carbone furono apportate modifiche per allontanare i carbonili dai depositi munizioni.

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Foto dell’equipaggio della USS Maine (ACR-1) pubblicata sul New York Daily Tribune il 18 febbraio 1898 in seguito all’affondamento della U.S.S. Maine – Autore Edward H. Hart, casa editrice di Detroit – Fonte http://www.latinamericanstudies.org/maine6.htmMaine crew.gif – Wikimedia Commons

Stranamente tale rapporto, e le modifiche in atto, non certe coperte da segreto, furono però ignorate dalla commissione Sampson. La combustione in un ambiente chiuso, carente di ossigeno, con molto polverino di carbone non rimosso come componente scatenante, sarebbe stata comunque difficile da individuare da pare di una ronda della sicurezza, perché avrebbe potuto covare per ore sotto gli strati superficiali, senza emettere né fumo né fiamme ma alzando localmente la temperatura tanto da innescare incendi o esplosioni nei locali contigui. In altre parole, dall’ elevata temperatura avrebbe quindi potuto scatenarsi un picco che sarebbe stato  difficilmente scopribile dal personale di bordo durante i controlli  periodici che di fatto si limitavano alla verifica delle condizioni generali dello scafo e dei depositi. Un picco di temperatura per autocombustione avrebbe verosimilmente portato all’innesco e deflagrazione delle cariche, generando una reazione a catena nel deposito.

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Altri indizi e riscontri sarebbero andati in questa direzione ma vennero a mancare gli elementi necessari a causa della parziale demolizione ed il successivo affondamento del relitto. Una delle rarissime foto della zona dell’esplosione, con rottura delle chiodature e slabbrature che costituisce il punto essenziale e più controverso delle opposte tesi: certamente una situazione che già al momento del recupero avrebbe dovuto portare a nuove valutazioni sui risultati della commissione Sampson.

Malgrado la precisa, logica, documentata e convincente ricostruzione di Rickover, e le successive verifiche rimase però predominante la corrente di pensiero intesa a giustificare comunque e sempre la liceità della guerra contro gli Spagnoli; una tesi che mantenne di fatto aperta la tesi dell’azione terroristica, compresa quella di una mina posta in prossimità dello scafo.

Per quanto sopra, una prima commissione di inchiesta statunitense, attivata nel 1898 e presieduta dal capitano di vascello William T. Sampson, avvalendosi del parere di esperti della Marina e dei rapporti delle immersioni dei palombari sul relitto, concluse che la detonazione della santabarbara dei proiettili da sei pollici a prua venne causata da una mina esterna, piazzata intorno all’ ordinata 18 (anche se successive valutazioni localizzarono l’esplosione all’altezza dell’ordinata 16, più vicina alla prua).

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I cassoni di fondazione formano una diga attorno al relitto della USS Maine nel porto dell’Avana, a Cuba, in 1912 – fonte Bain News Service https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Caissons_around_wreck_of_USS_Maine_-_circa_mid_1912.jpg

Tra le ipotesi fatte per spiegare l’esplosione ci fu anche una attribuzione agli stessi statunitensi del sabotaggio, perché fornisse un casus belli all’intervento statunitense a Cuba. Va ribadito che gli Spagnoli cercarono di cooperare al fine di fornire elementi che provassero la loro estraneità. Il relitto del Maine fu racchiuso in un bacino provvisorio realizzato a tempo di record dall’US Army Engineers Corp dal 16 giugno 1911, per mezzo di cassoni di fondazione (coffer dams) affiancati, e le operazioni di recupero si conclusero rapidamente entro lo stesso anno.

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Col senno del poi, le modalità di recupero non furono tali da permettere una obiettiva analisi dell’incidente, in quanto il recupero aveva solo lo scopo di riaffermare il potere ed il riscatto della US Navy, non certo il chiarimento dei fatti e delle dinamiche. Per esempio la sezione di prua fu tagliata, e manipolata proprio nella zona dove si sarebbero dovute verificare le ipotesi del rapporto Sampson.

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La simbologia e la demagogia dell’epoca imponevano che la nave tornasse a galleggiare e innalzasse nuovamente la bandiera; pertanto il resto dello scafo fu recuperato combinando sia l’azione di svuotamento del bacino creato con i coffer dams sia il pompaggio di aria nello scafo per espellere l’acqua dai locali ancora sotto il livello del bacino dopo aver cercato di chiudere le aperture strutturali.
Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Screenshot-2023-12-15-115015.pngL’obbiettivo era quindi di sollevare la nave dal fondale melmoso, per quanto possibile nella “forma” e condizione di nave; per alleggerire il relitto le sovrastrutture e le torri vennero rimosse, vari pezzi, come alberi, plancia, ed eliche vennero recuperati e in parte musealizzati; l’albero maestro è oggi al centro del Cimitero di Arlington, dove riposano anche i resti delle vittime del Maine, l’albero di trinchetto è all’Accademia di Annapolis, ma il pezzo recuperato più importante dal punto di vista tecnico, che permise di risalire al tipo di acciaio utilizzato fu il timone, ancora oggi conservato sulla piazza di ingresso del vecchio arsenale dell’ Avana.

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Il relitto della USS Maine viene rimorchiato dal rimorchiatore USS Osceola dal porto dell’Avana, Cuba, e affondato circa quattro miglia al largo nel canale della Florida – Autore RW Harrison – Fonte https://www.loc.gov/pictures/item/2013646055/ Wreck of USS Maine being towed out of Havana Harbor – 1913-03-16.jpg – Wikimedia Commons

Una volta a galla, con le falle tamponate e l’applicazione di Kingston per il successivo autoaffondamento, il relitto, con la bandiera a segno, venne trainato di poppa al largo dal rimorchiatore USS Osceola, scortato dall’incrociatore corazzato North Carolina e dall’incrociatore leggero USS Birmingham ed affondato su un fondale di circa 1.100 m nel canale della Florida.

Gian Carlo Poddighe

 

immagini da USS Maine – analisi cause e conseguenze dell’ esplosione | Gian Carlo Poddighe – Academia.edu   e da wikimedia commons in open access

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