Mine navali: alcune riflessioni su una minaccia tutt’altro che da minimizzare di Andrea Mucedola

Andrea Mucedola

22 Maggio 2026
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: MARINA MILITARE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: GUERRA DI MINE
parole chiave: Tattiche, minaccia asimmetrica

Sui media si continua a parlare di mine navali, confermando come queste armi asimmetriche siano, nell’immaginario collettivo, ancora considerate tra le più pericolose ed insidiose nel dominio marittimo. Se volessimo definirle con due parole potremmo dire armi economiche e altamente efficaci, tali per cui, al di là della loro carica offensiva, basta solo il sospetto che siano presenti per suscitare il panico nel settore marittimo. Una minaccia che, anche al termine di un conflitto, rimane presente per lungo tempo.

foto esplicativa della cassa di una mina ormeggiata. Notare sulla cassa gli urtanti (lunghi corni chimici) che, a contatto con uno scafo, chiudono il circuito facendo esplodere l’arma. Di questo tipo di armi ne esistono migliaia nelle profondità dei mari, potenzialmente ancora pericolose.

Di fatto, negli ultimi due secoli, la mina navale ha dimostrato di essere l’arma navale maggiormente costo-efficace, in grado di poter causare gravi danni al traffico navale, in grado di creare climi di profonda incertezza psicologica che hanno spesso comportato alle nazioni sforzi elevati, in termini di mezzi e risorse, per poter ridurre il rischio lungo le rotte e nei porti. Ricorderete le mine libiche in mar Rosso del 1985, quelle di Saddam nel golfo Persico nel 2002 o, andando indietro nel tempo, quelle artigianali usate dagli USA in Nicaragua per bloccare l’unico porto commerciale del Paese per causare la caduta del regime. Tutte provocarono più danni economici che militari. Non a caso la notizia, non confermata, della posa di mine ad Hormuz da parte della IRGC ha suscitato non pochi timori. Gli Stati Uniti hanno schierato due unità multifunzionali LSS ma, per quanto di conoscenza, non sono stati comunicati ritrovamenti di alcun tipo. Fare un’analisi dell’efficienza di tali operazioni, senza essere sul posto, sarebbe pretenzioso ma non è sfuggita la richiesta statunitense di un supporto italiano, non casuale in quanto il nostro Paese è riconosciuto tra i migliori un questo settore specialistico. Una superiorità non tanto tecnologica ma soprattutto nell’addestramento, ottenuta in anni di esperienza e scelte tecniche ed operative non sempre seguite oltreoceano. Di fatto, oltre l’Italia, altre marine europee hanno sviluppato una componente specifica per le contro misure mine, con lo scopo di neutralizzare questi ordigni la cui pericolosità, nonostante le leggi internazionali, si mantiene ben oltre l’anno previsto per la loro sterilizzazione automatica. Questo fattore aggiuntivo portò nel dopoguerra le marine NATO a sviluppare nuove tattiche di bonifica.

immagine di fantasia generata dall’AI di un operazione di dragaggio … il dragamine traina di poppa delle apparecchiature per attivare i sensori delle mine e distruggerle … questa tattica, sviluppatasi nel secondo dopo guerra, ha perso nel tempo la sua efficacia con l’introduzione sul mercato della armi di mine intelligenti, capaci di spegnere i propri sensori in caso di avvicinamento dei dragamine … ciò non toglie che i dragamine possano essere ancora validi su mine di vecchia generazione

Nel bailamme mediatico se ne sentono di tutti i colori. Iniziamo con la definizione dei mezzi: con il termine unità di CMM si intendono navi specialistiche che possono includere sistemi autonomi subacquei. Oltre oceano sono stati sviluppati anche sistemi airborne, inizialmente per effettuare operazioni di dragaggio e cacciamine con risultati però non comparabili ai mezzi di superficie. In particolare, nell’ambito statunitense, i mezzi di superficie, pur essendo dotati di strumenti molto performanti, si sono spesso scontrati con la politica della Marina di non creare delle componenti dedicate (specializzate) alla guerra di mine, puntando invece su un’automazione sempre più spinta. E’ il caso delle due unità multifunzione LSS inviate a Hormuz.

immagine di fantasia generata dall’AI di un operazione di cacciamine  

Sebbene spesso confusi fra loro, dragamine e cacciamine sono unità navali sostanzialmente diverse sia come dotazioni che come tattiche di impiego. Faccio un passo indietro: le unità di Contro Misure Mine (CMM) utilizzano diverse tecniche per la bonifica delle aree in cui si sospetta la presenza di mine navali. Nel caso dei dragamine essi impiegano diversi sistemi per cesoiare le ancore delle mine ormeggiate o per influenzare i loro sensori per farle detonare (vedi foto di repertorio).

immagine di repertorio, un dragamine effettua un dragaggio acustico facendo detonare una mina a distanza. La campana acustica, sulla destra, è collegata di poppa al dragamine che procede sulla sua rotta. 

Nella cacciamine, lo scopo è invece di identificare eventuali oggetti sospetti nel fondale o nel volume d’acqua per poi procedere alla loro neutralizzazione. La cacciamine, rispetto al dragaggio, è una tattica più lenta (in termine di copertura dell aree esplorate) ma ha un’efficienza maggiore, consentendo di identificare e distruggere ordigni intelligenti che non sarebbero attivati dai sistemi di dragaggio. La cacciamine si svolge in quattro fasi: ricerca,  classificazione, identificazione e neutralizzazione/distruzione dell’ordigno, illustrate nel disegno sottostante. La prima fase (ricerca) prevede la ricerca con un sonar ad alta frequenza dei fondali dell’area di lavoro percorrendo rotte prestabilite, in genere parallele fra di loro. Fondamentale in questa fase è la navigazione di precisione che viene effettuata con sistemi di radionavigazione altamente precisi (GPS  o DGPS) che hanno un errore medio intorno ai 5 metri.

Quando l’operatore al sonar scopre un oggetto sospetto inizia la fase di classificazione (ovvero di studio delle ombre acustiche dell’oggetto) che viene seguita da quella identificazione tramite la conferma ottica del contatto sonar con un veicolo filoguidato o un sommozzatore specializzato. Nel caso del mezzo subacqueo, viene guidato sul fascio sonar fino al contatto per consentire l’identificazione (mina o non mina). Se l’ordigno è ritenuto pericoloso si decide la procedura più adatta per la sua neutralizzazione/distruzione che prevede, in caso di impossibilità a rimuoverlo, la posa a contatto di una carica di contro minamento tramite mezzi filoguidati, droni killer o sommozzatori EOD.

foto della testa di un pluto, un rov filoguidato di successo di costruzione italiana (Gaymarine). Notare le diverse telecamere e luci per facilitare le ispezioni degli oggetti sul fondo – foto dell’autore

Prima della detonazione, si applicano norme di sicurezza per allontanare eventuali presenze animali nei pressi del punto di esplosione per ridurre gli effetti collaterali. Dopo la neutralizzazione la ricerca riprende lungo la rotta originale. Per quanto sopra la bonifica di un ordigno necessita di almeno 45-60 minuti dal momento della scoperta alla classificazione. Se poi ci sommiamo il tempo per la neutralizzazione ci possiamo rendere conto come queste operazioni possano essere lunghe. L’equazione “Efficienza = Funz. (tempo di lavoro * usura)” ci fa comprendere che i mezzi devono essere impiegati secondo cicli ben stabiliti per ridurre stress eccessivi ed effettuare le manutenzioni necessarie. Le unità devono quindi rientrare nelle basi di supporto, pre-organizzate nella zona di operazione, per dare agli equipaggi il tempo di effettuare i rifornimenti e le manutenzioni. Viene da se che il numero delle unità assegnate deve essere congruo ed il numero minimo di cacciamine per operare in maniera ottimale dovrebbe essere di almeno quattro cacciamine. Due cacciamine, come previsto per Hormuz, a mio avviso, potrebbero non essere sufficienti se si vuole avere la certezza di operare per lungo tempo e non essere costretti ad interrompere la missione a metà dell’opera. Questa valutazione è basata sulla dottrina NATO a sua volta redatta sull’esperienza di tante operazioni dal dopo guerra.

L’importanza della logistica e dell’addestramento
L’esperienza nazionale (dal 1984 ad oggi) ha insegnato che le operazioni di contromisure mine (CMM) sono un lavoro di squadra in cui concorrono i mezzi impiegati e le unità di supporto. In particolare, operazioni al di fuori delle acque territoriali necessitano di nuclei dislocati a terra per la gestione dei materiali e le manutenzioni necessarie al termine delle attività in mare. Altro punto importante è l’efficienza bellica. Per avere unità di contro misure mine efficaci, da un punto di vista operativo, non basta aver mezzi tecnologicamente all’avanguardia ma è fondamentale possedere un elevato livello di addestramento che si raggiunge solo al termine di un impegnativo ciclo addestrativo. Nulla può essere lasciato al caso. L’utopia di sostituire l’Uomo con macchine intelligenti, per quanto allettante, ad oggi non ha dato risultati tali da giustificare l’alienazione delle componenti specialistiche. La tecnologia è sicuramente un aiuto alla capacità operativa ma l’impiego di sistemi nel dominio subacqueo completamente autonomi è ancora lontano. Non a caso il nostro Paese sta investendo in simbiosi tra industria e Marina militare nel campo delle tecnologie subacquee del futuro.

Greyshark, cortesia EUROATLAS

Gli studi in corso, a livello europeo, sono molti e si basano su architetture complesse con droni subacquei multi funzione che operano in sciame lungo le rotte da esplorare. Interessante il progetto tedesco dell’EUROATLAS che ha recentemente presentato il Greyshark, un mezzo autonomo in grado di navigare in totale autonomia per circa quattro mesi, grazie ad una propulsione basata su celle a combustibile a idrogeno, senza mai dover riemergere o ricevere assistenza da navi appoggio. La sua futura capacità di operare con altri mezzi potrebbe ridurre notevolmente i tempi di un’operazione. Fantasia? Lo scopriremo presto, dopo i primi test reali, previsti per l’agosto del 2026. Se i risultati saranno positivi, inizierà la fase di perfezionamento e acquisizione … ci vorrà qualche anno.  Per ora confidiamo nei cacciamine della V Divisione, una certezza operativa apprezzata a livello internazionale.

Andrea Mucedola

in anteprima il cacciamine Lerici 5550, prima unità della classe omonima (1984) – foto dell’autore
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