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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVIII SECOLO
AREA: COMBATTIMENTO IN MARE
parole chiave: Marina francese, Royal Navy
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Continuo l’analisi dei romanzi di Patrick O’Brian, iniziata nell’articolo precedente; dal suo tredicesimo romanzo, Rotta a Oriente, a Jack viene dato il comando della fregata Diane, catturata in precedenza. Nel frattempo viene reintegrato nei ruoli, e inviato con la sua nave nel Sud-est asiatico, per convincere un sultano locale a non bloccare la via d’acqua alle navi della Compagnia delle Indie. Sul luogo è però presente anche un’identica missione francese con scopi ovviamente opposti. La spedizione raggiunge comunque i suoi obiettivi anche se, sulla via del ritorno, la HMS Diane incaglia su dei banchi di sabbia non segnalati sulle carte. Come commento generale, ciò che abbiamo menzionato per il nono romanzo della serie, può valere come interpretazione storica anche per questo nuovo capitol di questa saga – anche se realmente non sono segnalate missioni specifiche di questo periodo in tale area.

Nel 14esimo romanzo, Caccia notturna, dopo molte vicissitudini contro i pirati malesi, i protagonisti riescono a fuggire dall’isola sulla quale sono naufragati e Jack ottiene dal governatore di Batavia il comando di un vascello con il quale riescono finalmente a ricongiungersi con la Surprise. Con essa affrontano e sconfiggono la fregata francese Cecilie, grazie soprattutto al fuoco delle carronate. Giungono infine in Australia, alla colonia penale di Botany Bay. Abbiamo già profondamente citato la terribile potenza che erano in grado di produrre le carronate, rappresentate in azione con vivezza di particolari da O’Brian. Una parte interessante del romanzo è rappresentata dalla descrizione della colonia penale di Botany Bay; a riguardo voglio ricordare che l’intera Australia, prima di diventare colonia britannica di popolamento, fu innanzitutto una grande colonia penale.

Concludo questa rapida analisi letteraria solo menzionando l’esistenza di altri sei romanzi della saga che, pur presentando eventi interessanti da indagare, non sono però in gran parte correlati alla mia ricerca, ambientandosi dopo il 1814, anno della sconfitta di Napoleone seguita dalla breve avventura dei cosiddetti “Cento Giorni”. Nella consapevolezza di non essere riuscito a rendere in poche pagine il lavoro intenso e attento di Patrick O’Brian nel ricreare, con dovizia di particolari, alcuni dei più salienti eventi in ambito bellico navale nelle guerre napoleoniche, voglio ora trarre qualche conclusione.
Nel corso dei miei articoli ho analizzato diversi aspetti delle marine nell’epocaa napoleonica; dopo una doverosa premessa ed un’introduzione riguardante le tecniche costruttive dei vascelli, sono passato all’analisi della loro suddivisione in classi, dettata dal numero di pezzi lunghi imbarcati, per poi descrivere in dettaglio le armi di artiglieria: dagli affusti ai sistemi di accensione, dal loro caricamento all’attrezzatura utilizzata. Particolare attenzione ho voluto porre all’analisi della balistica e delle difficoltà nell’uso di tali artiglierie; negli articoli successivi ho parlato di armi personali e di come venissero utilizzate in combattimento. Per non cadere troppo nel tecnicismo, ho poi inaugurato la parte critica occupandoci del caso emblematico delle carronate, visualizzate in dettaglio, per passare poi al famoso affondamento della Droits de l’Homme del 1797, per finire con l’analisi letteraria del ciclo di romanzi di Patrick O’Brian, confrontati volta per volta con la realtà storica.

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Come si potrà intuire dalla lettura degli articoli precedenti [che potrete leggere su OCEAN4FUTURE ricercando Davide Villa partendo dal suo primo articolo], la complessità e la vastità dei temi trattati sono tali che vi è ancora molto da scoprire; possiamo intendere l’argomento bellico come il fulcro dell’azione politica di quei decenni e, a sua volta, il tema degli armamenti come il centro attorno a cui ruota l’argomento bellico stesso. Per analogia un pò spicciola, potrei concludere che il mondo politico fu deciso in buona parte dall’azione degli scontri militari in mare. Inoltre, una mia considerazione interpretativa, riguardante il miglioramento nel corso del tempo degli armamenti imbarcati e delle tecniche per usarli. Abbiamo accennato in precedenza alla relativa lentezza con la quale lo sviluppo nautico e bellico procedeva; tale particolarità fu a mio parere dovuta alla tradizione stessa implicita nelle marinerie dell’epoca, per antonomasia conservatrici e tradizionaliste (con l’esempio principe della Royal Navy); ora, dal mio punto di vista lo sviluppo bellico in ambito navale procedeva a rilento su due binari ben distinti in quei decenni, uno diremo “ufficiale” e l’altro “ufficioso”. Il primo di essi riguarda lo studio, gli esperimenti e la scoperta teorica di nuovi metodi di costruire artiglierie, di caricarle, di puntarle e quant’altro; tale binario è imputabile al lavoro degli Ammiragliati, delle commissioni e delle stesse fonderie che le producevano. Il secondo invece è un risultato che deriva da un’applicazione di principi diversi, molto più empirici e pratici, fatto dai comandanti stessi di navi, dai soldati e dai marinai che utilizzavano tali strumenti bellici, e per questo lo definirei ufficioso; tale binario aveva un peso a mio parere maggiore rispetto al primo canale menzionato, dal momento che le innovazioni introdotte direttamente nell’uso pratico senza prima passare da ingenti studi teorici risultavano, se funzionali, ben più utili di quelle proposte da personale che, di fatto, ragionava in base a un livello astratto, teorico, senza avere in mente le difficoltà e l’impiego pratico di tali innovazioni sul mare.

Ho già menzionato il caso dell’introduzione da parte del comandante Douglas dell’HMS Duke (nell’acquerello superiore) dei primi acciarini a martellina (strappati al riluttante Ammiragliato britannico), e che poi divennero un’innovazione così importante da risultare indispensabili, o di quello dell’inclinometro a pendolo usato inizialmente da Sir Philip Brooke sull’HMS Shannon.
I casi non si fermerebbero ovviamente qui (pensiamo all’efficiente modifica degli affusti per carronate introdotta dall’ufficiale olandese Van Kinsbergen nel 1786), ma a titolo di esempio basti citare questi; è quindi chiaro come il secondo binario di sviluppo tecnico avesse una spinta e una vitalità ben maggiore rispetto a quello tradizionale. Il problema consisteva, ancora una volta, nel rigido immobilismo dei regolamenti dell’epoca: si pensi infatti che ogni vascello prevedeva una limitata riserva di polvere e proiettili, da usarsi solamente in combattimento, e che qualunque altro loro utilizzo (addestramento dei cannonieri soprattutto) doveva essere fatto con una scorta di polvere da sparo e munizioni pagata di tasca propria dai singoli comandanti.
Ora, lo stipendio mensile di ufficiali e capitani non era molto elevato, specialmente nel caso di quelli molto giovani o appena promossi, e l’innalzamento dei prezzi della polvere nera dovuto alla guerra rendeva in molti casi impossibile per questi ultimi l’acquisto di un soprannumero di rifornimenti o ricambi per la propria nave. Stesso discorso valeva per gli approvvigionamenti e le modifiche al vascello e, sempre ritornando al caso della HMS Duke, si ricorderà che il comandante Douglas dovette dotare i suoi pezzi di acciarini a pietra focaia completamente di tasca propria (ben 25 sterline, che all’epoca rappresentava un’ammontare non da poco). Se sommassimo i dettagli potremmo spiegare, almeno in parte, l’immobilismo nell’avanzamento nautico e bellico che sarà annullato solo decenni dopo la fine delle guerre napoleoniche con la rivoluzione portata da corazzatura, artiglierie migliorate e l’utilizzo del vapore.
Davide Villa
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PARTE I PARTE II
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