La Taranto della Magna Grecia e la Regia Marina italiana

Guglielmo Evangelista

15 Maggio 2025
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: ITALIA
parole chiave: Taranto, Regia Marina italiana
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Il titolo è volutamente un pò fuorviante: infatti non parleremo delle antiche forze navali greche, la cui storia peraltro non manca di spunti interessanti, ma con un salto nel tempo di oltre duemila anni ci porteremo nella Taranto di fine XIX secolo. Già Napoleone aveva pensato di fare della città una piazzaforte marittima di grande importanza: vennero avviati alcuni interventi, incentrati sulla costruzione dell’oggi scomparso forte Laclos sull’isola di San Paolo, ma dopo il 1814 i Borboni, la cui flotta disponeva largamente di tutto ciò che le serviva fra Napoli e Castellammare, non proseguirono nei lavori.

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Mappa di Taras, nome di Taranto nella Magna Grecia, Notare la zona archeologica sita in Arsenale  che comprende le necropoli ed il tempio di Persefone – Autore Michael Mustafin
Map of Tarentum Ita.png – Wikimedia Commons

Come è noto, poco dopo l’Unità d’Italia la Regia Marina si mise alla ricerca del luogo più adatto per costruire una base navale aperta sul Mediterraneo centrale e a questo scopo i suoi ufficiali e le sue navi visitarono con attenzione tutte le località costiere delle regioni più meridionali; nel 1865 toccò all’allora capitano di fregata Simone Pacoret di Saint Bon essere inviato a Taranto: ne rimase favorevolmente impressionato e compilò uno studio accurato, ma solo molto più tardi, dopo discussioni e polemiche, cadde sulla città la scelta definitiva. Nel frattempo, ma senza alcun disegno preordinato, a Taranto furono presto istituiti un’officina (chiamata arsenaletto) e dei magazzini, ma erano sufficienti solo per riparazioni volanti e rifornimenti di modesta entità, giusto per evitare che le navi, anche per minute necessità, dovessero risalire fino a Napoli o ad Ancona. Valendosi du questi pochi mezzi Taranto ospitò per una sosta tecnica le navi di ritorno nel Tirreno dopo la battaglia di Lissa e con l’occasione nella Cattedrale cittadina vi fu una solenne commemorazione dei caduti. I veri e propri lavori per dar vita alla base navale cominciarono nel 1883 e qui entriamo nel vivo del discorso che giustifica il titolo. La Taranto greca era una città estesa e popolata: l’Acropoli occupava tutta la città vecchia mentre l’urbanizzazione residenziale si stendeva verso sud-est più o meno fino all’attuale via Magna Grecia ed era una delle città più grandi del mondo antico, forse con non meno di 200.000 abitanti.
Sul Mar Piccolo si affacciavano l’Agorà, il porto mercantile, quello militare con l’arsenale, il tempio di Persefone e il tempio di Demetra e più a sud est si stendeva anche una necropoli arcaica poi inglobata nel tessuto cittadino quando fu costruita la cerchia di mura più recente. Basta confrontare una mappa antica con una moderna per rendersi conto che, in pratica, una parte importantissima di Taras si stendeva proprio dove sono oggi le strutture attuali della Marina Militare. Non c’è quindi da meravigliarsi che come furono iniziati i primi lavori di sterro sia apparsa una quantità incredibile di strutture murarie e reperti archeologici. Già nelle mappe risalenti ad epoche precedenti si trova annotata nella zona la presenza di molti ruderi antichi ancora visibili specialmente nel tratto dove la linea di costa venne rettificata per la costruzione della Banchina Torpediniere.

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Tombe greche nell’arsenale

Che il sottosuolo di Taranto nascondesse tesori archeologici era cosa nota da secoli e quello che di tanto in tanto veniva recuperato prendeva la strada dei collezionisti di tutta l’Europa, ma era la prima volta che venivano fatti scavi così sistematici e così in profondità e per di più su un’area tanto vasta e proprio per questo, fra complicità, insufficiente sorveglianza e disinteresse, i trafugamenti si moltiplicarono tanto che la quantità di reperti offerta sul mercato collezionistico, libero e non ancora regolamentato, crebbe così a dismisura da attirare l’attenzione del Ministero della pubblica istruzione e in particolare del Direttore Generale delle Belle Arti e Antichità Giuseppe Fiorelli (1) che già negli anni precedenti si era interessato agli scavi occasionalmente eseguiti a Taranto a proposito dei quali tenne un relazione per l’Accademia dei Lincei che nel 1881 fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.
A Taranto calarono come falchi gli ispettori – fra tutti il più attivo fu Luigi Viola (2) – mentre a livello superiore, possiamo dire con un po’ di ironia, si ingaggiò negli anni una “lotta fra titani” cioè fra gli ammiragli comandanti (Nicastro, Turi, Frigerio ecc.) e il Direttore Generale, spalleggiati dai rispettivi ministri quali, ad esempio, Brin, Racchia, Morin da una parte e Pasquale Villari, Ferdinando Martini, Guido Baccelli dall’altra; tutti “grossi calibri” nel proprio settore di competenza. Questa guerra terminò con un prevedibile compromesso: la Marina ottenne mano libera sull’area e, nel caso, l’autorizzazione ad effettuare le demolizioni necessarie, ma tutto doveva avvenire sotto la costante vigilanza del Ministero dell’istruzione al quale doveva essere consegnato tutto il materiale ritrovato.
Sul posto venne istituito un Ufficio scavi, ovviamente considerato dai militari con sufficienza e fastidio; nelle “Notizie degli scavi di antichità”, pubblicato nel 1900 dall’Accademia dei Lincei, si legge: ”… sarebbe stato altamente desiderabile che queste indagini fossero state accompagnate dalla costante vigilanza di un ingegnere topografo che avesse eseguite con esattezza le piante e tenuto conto dei minimi particolari nel raccogliere i dati di fatto.” Non è difficile immaginare quante limitazioni venissero poste agli archeologi: un conto era consegnare i reperti, fossero anche preziosi, e un conto vedere qualcuno che tracciava mappe della zona militare. Anche dopo l’inaugurazione dell’arsenale la serie dei ritrovamenti non si interruppe mai a causa dei continui ampliamenti; nel 1901 nell’area dell’ospedale militare fu rinvenuto un tempietto di epoca romana mentre gli scavi in prossimità dell’ingresso principale restituirono molte tombe (solo fra il 1908 e il 1910 ne furono rinvenute ben 414). Fra i 1909 e il 1913 si ebbe il ritrovamento di un’immensa mole di ceramiche, notevole non solo per la quantità quanto, soprattutto, per la qualità.

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Scavi nella zona dell’Ospedale Militare

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Sacello romano dell’ospedale 

Nel 1909 i lavori per la costruzione del secondo bacino misero in luce i resti di un quartiere portuale e alcuni indizi fanno ipotizzare che proprio qui si trovasse anche la sede della flotta da guerra che Strabone affermava fosse la più grande della Magna Grecia. Può sembrare paradossale che, caso praticamente unico nella storia, nel medesimo tratto di costa (3) siano ritornate e si perpetuino ancora le stesse attività dopo 2.500 anni. Ancora negli anni ’30, quando fu costruito il nuovo Circolo Ufficiali, tornarono alle luce le tracce di un edificio dei secoli IV-V a.C. Lontano dall’arsenale va ricordato anche il Castello Aragonese, costruito sui resti delle mura dell’acropoli di cui sono riconoscibili gli ambienti delle antiche cucine, restaurati recentemente a cura della Marina Militare; in questo contesto l’indagine moderna ha permesso il recupero in quantità di ceramiche e monete.

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Mura greche sotto il Castello Aragonese (Foto MM)

La Regia Marina ha avuto dei meriti per la preservazione della Taranto archeologica?
Certamente sì, anche se inconsapevoli e non cercati. Gli scavi per la costruzione dell’arsenale e per i suoi ampliamenti hanno permesso di riscoprire una vasta area antica con risultati di una portata che sarebbe stata irraggiungibile per le possibilità del Ministero della pubblica Istruzione; inoltre hanno preservato la zona dalla devastante e rapace speculazione edilizia che ha sconvolto e sconvolge tuttora la città ed è ancora una fonte inesauribile del mercato clandestino con quanto ritrovato nei cantieri.

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Con i reperti dell’arsenale la Marina ha reso possibile la costituzione del Museo Archeologico Nazionale di Taranto che nacque come un deposito disordinato delle migliaia di ceramiche, gioielli e altri oggetti rinvenuti nell’area militare; Il museo venne realizzato nel 1887 ed è diventato uno dei più importanti del mondo se non il più importante. Il lato negativo invece riguarda la distruzione completa di un gran numero di resti di edifici pubblici e privati, di tombe, di mosaici e affreschi che solo in piccola parte poterono essere salvati ma … un’officina industriale e un tempio non avrebbero potuto andare molto d’accordo.

Guglielmo Evangelista

Note

1) Giuseppe Fiorelli (1823-1896) fu un archeologo napoletano già Direttore degli scavi di Pompei dove nel 1876 fondò una scuola archeologica e fu il primo ad avere l’intuizione di usare calchi in gesso per ricostruire le fattezze delle vittime.
2) Luigi Viola (1852-1924) fu il fondatore del Museo Archeologico di Taranto e si impegnò inutilmente contro le lottizzazioni dei proprietari terrieri che fra XIX e XX secolo cancellarono il tessuto e le vestigia della città antica. Dopo aver concluso l’attività scientifica si dette alla politica rimanendo a Taranto di cui fu eletto sindaco.
3) In particolare il bacino si trova in fondo al seno di Santa Lucia dove l’andamento della costa antica è sostanzialmente rimasto ancora lo stesso.
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